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INNOVARE PER RISPARMIARE

Mi ha sempre affascinato pensare allo sviluppo tecnologico che ho vissuto da bambina, adolescente e che vivo quotidianamente grazie all’innovazione che mi circonda. Un mix di sentimenti tra la nostalgia e l’incredulità.

Sono quattro le innovazioni a cui penso più spesso, paragonando il passato con il presente:

  • Il telefono. Niente più tessere telefoniche per chiamare dalle cabine. Ora siamo reperibili sempre, in qualsiasi momento.
  • La musica. Essere passati dalle musicassette, ai primi MP3 Creative (non Apple) alle librerie online e gli abbonamenti a Spotify.
  • La fotografia. Con la fotografia analogica si gioiva dell’attesa e della sorpresa di scoprire il risultato finale.
  • Internet e l’archiviazione dati. Le ricerche con le enciclopedie in biblioteca ed il salvataggio dei file con i floppy disk da 1.44 MB.

Lasciando perdere per un momento il fattore emozionale, da ragioniera prima e laureanda in economia poi, ho sempre voluto capire anche l’impatto di queste nuove tecnologie a livello economico, pensando ad esempio all’adozione della tecnologia e all’andamento dei prezzi della stessa, oltre all’impatto diretto in termini di efficienza.

In tutti gli esempi precedenti c’è stata una rapida adozione della nuova tecnologia i cui costi ed in alcuni casi il cui modello di business hanno letteralmente declassato i modelli e prodotti tradizionali che si sono trovati davanti alla ad un bivio: innovare o chiudere (innovate or die, in inglese suona molto più apocalittico).

Non in tutti i settori, questo naturale sviluppo e progresso dei consumi si è tradotto in una effettiva riduzione dei prezzi per il consumatore.

Un caso eclatante riguarda il settore finanziario, dove i guadagni di efficienza generati dall’adozione di nuove tecnologie hanno portato ad una notevole riduzione dei costi operativi che non si è ad oggi mai tradotta in un risparmio per il consumatore finale.

Non lo dico io, ma un’autorevole ricerca di Thomas Philippon (2016) ha evidenziato come il trend di riduzione dei costi di gestione degli istituti bancari e finanziari negli ultimi 130 anni non abbia comportato una riduzione delle spese per i clienti. 

Di fatto gli intermediari finanziari hanno letteralmente fagocitato il guadagno extra dovuto alla riduzione dei costi operativi senza condividerne il beneficio con i propri clienti.

I tre sviluppi principali che hanno interessato il settore e ridotto le spese vive delle banche sono:

  • Elaborazione e conservazione delle informazioni. Il famoso cloud.
  • La trasmissione dei dati. Bassi costi legati alla trasmissione di dati in rete.
  • La digitalizzazione delle società e dei dati. Enormi quantitativi di informazioni codificate BIG DATA.

Fintech: minaccia o opportunità?

Se da un lato le banche non hanno saputo condividere questi benefici con i propri stakeholder, dall’altro lato si stanno facendo strada numerose realtà del cosiddetto segmento FinTech che hanno basato il proprio modello di business sulla diffusione delle tecnologie più innovative.

Il termine FinTech coniuga infatti due mondi distinti, da un lato la finanza e dall’altro la tecnologia, con i famosi nuovi attori, le cosiddette startup FinTech, che cavalcano l’onda della tecnologia creando una rottura con i paradigmi tradizionali.

All’interno dell’universo finanziario, in seguito alle crisi giunte da Oltreoceano e agli scandali nostrani, uno dei prodotti più complicati da erogare negli ultimi decenni, sono stati sicuramente i prestiti, a privati o aziende. Proprio in questo ambito le FinTech sono riuscite ad inserirsi con un tasso di penetrazione ben più ampio rispetto ad altri servizi finanziari.

“Se avessi un miliardo, me li darebbe cento milioni?” — Roberto Benigni

Nel campo immobiliare siamo passati dall’erogazione di prestiti per importi ben superiori al valore periziato di un bene, tempi in cui si finanziava anche l’arredamento e le spese notarili, alla situazione attuale in cui senza un solido acconto non è possibile avviare una pratica di mutuo.

Oltremanica i sistemi di prestito collettivo o lending-based crowdfunding si sono imposti come canale di finanziamento alternativo. Piattaforme online dove domanda e offerta di prestiti si incontrano, famiglie e imprese vengono finanziate da un moltitudine di soggetti. 

Solo nel Regno Unito, uno dei paesi più ricettivi, si parla di 2,7 miliardi di sterline nel 2015 con una crescita del +70% rispetto all’anno precedente.

Sicuramente una fetta molto piccola rispetto alla torta detenuta dagli istituti bancari, ma sufficientemente in espansione da generare il dubbio amletico: opportunità o minaccia?

Gli istituiti di credito inglesi hanno saputo trasformare la minaccia in opportunità, traendone un chiaro vantaggio: nuovi prodotti per i propri clienti. Finanza tradizionale e FinTech si sono alleate.

Quando la finanza innovativa, il prestito collettivo, incontra un settore tradizionale, il mattone, dove l’innovazione negli ultimi decenni è stata pressoché inesistente, l’effetto ed il successo che può generare in una nazione come l’Italia è assolutamente dirompente.

Il mattone è morto, lunga vita al mattone

In Inghilterra ed in America si parla di real estate crowdfunding già da parecchio tempo, mentre nel sud Europa la spinta innovativa arriva dalla Spagna, più precisamente dalla capitale iberica

Sono ormai 3 anni che mi occupo di crowdinvesting, visto che si tratta di investimenti e non solo di immobiliare. Sono nate decine di piattaforme negli ultimi anni, e ne nasceranno altrettante nei prossimi.

Non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi a lavorare per così tanto tempo in un settore affine a quello di mio nonno materno, un visionario inventore che girava tutte le fiere d’Italia per presentare la sua famosa pala raschiante e altre mirabolanti invenzioni che avrebbero semplificato il lavoro nei cantieri.

Io non ho inventato nulla, per ora, ma mi rendo conto che anche l’innovazione della raccolta online semplifica la vita degli imprenditori del mattone permettendogli di prosperare con molta più flessibilità e rapidità.

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