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L’INNOVAZIONE PURPOSE DRIVEN DI FLOWE

Se vivi in Italia ed hai accesso ad internet ed ai mass media è praticamente impossibile che tu non abbia già sentito parlare almeno una volta di FLOWE.

Nel nostro caso specifico, essendo appassionati di fintech e di sostenibilità, non ci perdiamo una novità del settore ed eravamo saldamente connessi alla live su Linkedin per il lancio di FLOWE, presentata da Ivan Mazzoleni CEO (Cultural Energy Orchestrator) di FLOWE, Massimo Doris Amministratore Delegato di Banca Mediolanum e Oscar di Montigny Chief Innovation, Sustainability & Value Strategy Officer di Banca Mediolanum e Presidente di FLOWE. Un trittico niente male, se sei interessato a rivedere la live questo è il video che fa per te:

Come nasce e come si definisce FLOWE

FLOWE tecnicamente è una Società Benefit, ovvero un’azienda che pur ricercando il profitto ha anche un obiettivo più ampio di tipo sociale. 

Rientra nella categoria delle aziende “purpose driven”, dove l’impatto positivo conta più dei dividendi, si colloca infatti a metà tra una ONLUS e un’azienda classica, per cui definirla banca o carta è sicuramente errato e limitante rispetto alla mission che vuole raggiungere. 

Il servizio che offre FLOWE è un conto con IBAN Italiano completamente digitale, gratuito ed ecosostenibile a cui è collegata una carta di pagamento contactless Mastercard dotata delle più evolute funzionalità di sicurezza e realizzata in un materiale inedito: il legno.

La sostenibilità è quindi carattere distintivo per FLOWE che punta ad un target sensibile alle tematiche ambientali, alla continua ricerca del benessere personale e collettivo.

Partecipando a un progetto di Natural Capital Partner, FLOWE sta contribuendo a fermare la deforestazione di circa 47.000 ettari di foresta, inizialmente previsti per le piantagioni di olio di palma. Questo, più altre iniziative, dà a FLOWEla certificazione di Carbon Neutral, ovvero un’azienda che compensa la CO2 che essa stessa emette. 

Come funziona FLOWE

L’offerta FLOWE è davvero semplice, esistono due piani di attivazione, il primo completamente gratuito, il secondo con un costo mensile di 10€ e funzionalità illimitate. Entrambi vengono aperti in pochi minuti da smartphone con un selfie.

Nel dettaglio le due offerte sono:

  • FAN è il piano totalmente gratuito, ha tutte le funzioni base del conto e della carta FLOWE Si può accreditare lo stipendio, domiciliare le bollette, fare bonifici, fare acquisti su e-commerce e nei negozi. Si attiva in automatico come piano base predefinito alla registrazione. 
  • FRIEND è il piano più avanzato che prevede un costo mensile di 10 € e funzionalità illimitate di carta e conto rispetto alla versione FAN. In aggiunta c’è la grande novità di EcoBalance che stima la quantità di CO2 prodotta dagli acquisti fatti con la carta Mastercard e per compensarla pianta gli alberi necessari a ripianare le emissioni. Il programma è completamente flessibile, non ha obbligo di permanenza, può anche essere provato per un mese e annullato il mese successivo, non ci sono assolutamente vincoli.

Particolarità e vantaggi di FLOWE

La prima e più interessante da sottolineare è la promozione sulla prima ricarica, inserendo il codice TITANFLOWE in fase di registrazioni otterrai 15€ di buono Amazon con i primi 5€ di ricarica, la seconda già menzionata sopra è la possibilità di avere oltre alla carta virtuale una carta fisica in legno, per ogni utente che richiede la carta infatti, Flowe gli dedica un albero.

La classica promo amico che fa guadagnare per ogni amico che si invita ha un nome proprio in FLOWE e si chiama Arcadia; quando si porta un amico in FLOWE si ricevono delle gemme, la moneta virtuale dell’app, da spendere nel bazar scegliendo giftcard di tantissimi partner come Amazon, Decathlon, Esselunga, Ikea e altri.

L’applicazione di FLOWE include funzionalità come i risparmi programmati e la divisione delle spese tra amici. 

Siamo certi che FLOWE ci stupirà continuamente con nuove campagne, funzionalità ed eventi, è una nuova realtà che vi consigliamo di seguire attentamente.

Disclaimer: come sempre nelle nostre recensioni selezioniamo solo fintech e prodotti che conosciamo e utilizziamo in prima persona. Non siamo consulenti finanziari, valutiamo le fintech per i loro servizi ed esprimiamo un parere del tutto personale.

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IL CONTO BUSINESS 100% SI CHIAMA QONTO

Abbiamo già recensito prodotti business a servizio delle PMI italiane, ma con questa nuova recensione della francese Qonto ci dedichiamo completamente al segmento corporate, perché mai come nelle aziende è necessario avere a disposizione soluzioni agili e veloci per far crescere il proprio business.

Chi è passato almeno una volta dalla trafila di aprire un conto aziendale, sa quanto tempo si perde in scartoffie e quanto sia difficile delegare gli accessi se non attraverso richieste e autenticazioni infinite.

Oltretutto è praticamente impossibile trovare una banca tradizionale che abbia reso 100% i propri processi, per qualsiasi cosa occorre recarsi in filiale e firmare documenti su documenti.

Registrarsi a Qonto e utilizzare i vari servizi per gestire bonifici, addebiti diretti, trasferte e note spese è un gioco da ragazzi. In più, una caratteristica fondamentale per migliorare la gestione contabile, è possibile integrare il sistema con il proprio commercialista. Accessibile sia da desktop che da pc.

Fattore di fondamentale importanza, anche se come detto all’inizio la startup Qonto è francese, il conto corrente che si attiva per una società italiana ha l’IBAN italiano e nonostante abbia un conto di gestione può essere attivato gratuitamente in prova per i primi 30 giorni dalla registrazione, senza alcun impegno. 

“Utilizziamo il design e la tecnologia per offrire a imprenditori e professionisti l’esperienza bancaria che meritano”

Alexandre Prot and Steve Anavi – Co-Founders @Qonto

Il design al centro della rivoluzione business

Qonto è un servizio che nasce dalla semplificazione di processi corporate desueti e troppo complessi per le imprese di nuova generazione e non solo. Rappresenta un alleato fondamentale per la gestione finanziaria aziendale, grazie alla straordinaria semplicità data dalla miglior esperienza utente.

Qonto è a tutti gli effetti una neobanca con oltre 100.000 clienti imprese, opera quindi come fintech nel B2B, sparsi tra Francia, Italia, Spagna e Germania. In Italia è attiva dal Maggio 2019, con un processo di internazionalizzazione che parte proprio dal nostro paese, con un team locale focalizzato sull’adattamento della strategia. 

A proposito di team, uno dei punti di forza di Qonto rispetto all’home banking tradizionale è proprio la gestione degli account con accessi multiutente, che permettono di gestire al meglio i permessi di ogni collaboratore, oltre a poter richiedere carte personalizzate.

Le tipologie di conti Qonto

Con un servizio clienti operativi ed efficiente è possibile aprire il proprio conto in meno di 15 minuti, scegliendo tra le differenti tipologie disponibili in base alla dimensione del business.

Opzione Solo

Il conto perfetto per il liberi professionisti con accesso ad un solo utente, ha un costo mensile di 9€, include una carta One base e 20 bonifici e addebiti diretti SEPA al mese.

Opzione Standard

L’alternativa perfetta per una PMI che ha necessità di utilizzare il conto multiutente fino a 5 componenti del team con 2 carte debito One già incluse nel canone mensile di 29€. I bonifici e addebiti diretti SEPA inclusi al mese salgono a 100.

Opzione Premium

Ha un canone di 99€ al mese e si adatta a realtà più strutturate con un numero illimitato di utenti che possono essere attivati sull’account aziendale. Vengono incluse nell’offerta anche 5 carte di debito One fisiche ed illimitate carte di debito One virtuali. I bonifici e addebiti diretti SEPA al mese sono 500.

Le tipologie di carte Qonto

Ogni conto corrente che si rispetti ha ovviamente degli strumenti elettronici di pagamento associati come le carte di debito.

Nel caso di Qonto, come già in parte espresso nel delineare le varie tariffe, ci sono 3 carte disponibili con caratteristiche differenti.

Carta One

La Carta One è la carta base di Qonto, non ha un costo aggiuntivo in quanto è inclusa nel canone di gestione del conto, a meno che vengano richieste carte supplementari oltre a quelle incluse nel pacchetto che hanno un costo di 5€.

I pagamenti con carta in euro sono completamente gratuiti con il limite di 20.000€ per un periodo di 30 giorni consecutivi e di 1.000€ per i prelievi in contanti che hanno un costo fisso di 1€ per prelievo.

Carta Plus

Per la Carta Plus è previsto un canone aggiuntivo di 6€ mensili che prevede il miglioramento di alcune condizioni rispetto alla carta base One.

Per esempio le commissioni sui pagamenti extra ue sono dimezzati all’1% rispetto al 2% della versione base, il limite di pagamento con carta è raddoppiato a 40.000€ come i prelievi in contante che passano a 2.000€ per un periodo di 30 giorni consecutivi.

Sono inclusi anche 5 prelievi in contanti per un periodo di 30 giorni consecutivi, ogni prelievo successivo ha il costo fisso di 1€.

Carta X (metal)

La versione premium tra le 3 proposte, si allinea al trend del materiale metallico ha un costo mensile di 20€ per carta che si somma al costo del piano mensile.

Praticamente tutti i servizi di pagamento extra ue, prelievi, commissioni sono tutti inclusi nel canone. 

Sono previsti limiti sulle spese per 60.000€ per un periodo di 30 giorni consecutivi e 3.000€ per i prelievi in contanti. 

Il tipo di assicurazione sulla carta è premium e si aggiungono rispetto alle precedenti versioni, l’accesso alle sale VIP degli aeroporti e un servizio di concierge con un assistente personale disponibile 7 giorni su 7. 

Per ottenere maggiori informazioni e visualizzare tutte le caratteristiche distintive di ogni carta e conto visita le pagine “Tariffe” e “Carte” del sito di Qonto.

Disclaimer: come sempre nelle nostre recensioni selezioniamo solo fintech e prodotti che conosciamo e utilizziamo in prima persona. Non siamo consulenti finanziari, valutiamo le fintech per i loro servizi ed esprimiamo un parere del tutto personale.

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INTERVISTA A ROMI FUKE, FONDATORE DI IN-LIRE

In questi giorni è uscita la notizia della trasformazione societaria di In-Lire in società per azioni, un importante traguardo che commentiamo insieme al fondatore del circuito Romi Fuke.  

FT: Possiamo affermare che in Italia sei una delle personalità più attive nel mondo dei circuiti di moneta complementare, da dove è nato il tuo interesse per questa nuova modalità di business?

RF: Nasco come imprenditore nel settore dell’IT dal 1993 a soli 23 anni. Settore che come tutti sappiamo ha vissuto momenti entusiasmanti fino al 1999 grazie la prima informatizzazione di massa delle famiglie e alla nascita del web, ma anche momenti drammatici subito dopo, a livello economico, quando la bolla IT della New Economy è esplosa. Ho vissuto in prima persona il fenomeno della grande disponibilità del denaro (c’erano ancora le vecchie lire), come strumento per finanziare l’economia reale grazie ad un sistema fiduciario forte, e la prima vera crisi dei primi anni 2000 che ha fatto sì che le banche iniziassero a trovare più redditizio investire nella finanza a dispetto delle piccole medie imprese, che da sempre sono state il vero tessuto economico e il pilastro portante del nostro paese. 

Da imprenditore mi sono accorto che da solo era impossibile trovare soluzioni anticicliche per contrastare questo fenomeno di grande sfiducia generatosi nell’economia reale, che ha portato a considerare il denaro come fine di ricchezza e non mezzo di scambio di transazioni economiche tra imprese e consumatori. 

La mancanza di liquidità come tutti ben sappiamo è ben peggiorata dopo il 2008 e nuovamente accadrà post emergenza Covid-19. Che fare allora? Mi sono immaginato un mercato dove la fiducia potesse ripristinare le condizioni favorevoli per darsi credito e un “mondo” dove le imprese potessero ricominciare ad investire ed assumere. Ecco che nel 2013 decisi di abbandonare il settore IT e di dedicarmi a studiare un nuovo modello economico sostenibile prendendo spunto da alcune esperienze estere, e avviai la prima Start-up nel mondo dei circuiti di moneta complementare, dove il credito commerciale, che nasce in condizioni di fiducia, viene utilizzato come “moneta” (complementare all’Euro appunto) per pagare beni e servizi all’interno del circuito stesso. Nel 2018, forte dell’esperienza acquisita ma non ancora soddisfatto del modello avviato, ebbi la fortuna di rincontrare un caro amico, Marco Negro torinese doc, che mise in piedi un’azienda dal nome evocativo… “in-Lire”, decisi di acquistarla e di avviare insieme a lui un modello ancor più perfezionato includendo tecnologia, strumenti moderni di pagamento attraverso App, QRCode, Plugin e API da integrare negli ecommerce e nelle APP delle aziende iscritte e un sistema virtuoso di garanzia delle transazioni economiche. Ecco nascere così Circuito in-Lire, il Circuito Italiano.

FT: In concreto cosa fa In-Lire per favorire la crescita del Circuito? Qual è il vostro modello di business?

RF: Il modello è semplice. Per generare fiducia è indispensabile aggregare imprese di qualità (che non significa aziende che non abbiano problemi finanziari o economici, ma imprese che vendono beni e servizi di qualità riconosciuta) che siano governate da imprenditori illuminati e pronti al cambiamento che comprendano bene che l’economia per come l’abbiamo vissuta fino ad ora è profondamente cambiata. Lavoriamo attraverso una rete di 30 Community Trader, i nostri consulenti territoriali, costruendo panieri di beni e servizi utili e necessari, ricostruendo quelle dinamiche economiche di prossimità territoriale e di filiera, utilizzando il credito come strumento di scambio di beni e servizi. Non è più la quantità di denaro a determinare quanto vale il mio immobile o la mia professionalità, ma è la qualità del bene e/o servizio venduto a riacquisire  un valore misurabile e pagabile. Abbiamo dato vita così un modello scalabile grazie la creazione di una Academy che si occupa di formare i nostri partner regionali e i relativi consulenti che intercettando domanda e offerta continuamente e sulla base delle richieste non evase di beni e servizi attraverso un sistema referenziale allarghiamo la rete proponendo alle aziende più virtuose di poter entrare a far parte della Community. Il matching tra domanda e offerta è anche alimentata da una serie di strumenti marketing come Eventi on-line e off-line (nell’ultimo prima del Covid, a Palazzo Visconti a Milano hanno partecipato più di 180 imprese) e da una piattaforma marketplace e App geolocalizzata aiuta le imprese a trovare ciò che serve anche in prossimità.

Il gestore del circuito acquisisce una piccola cifra annuale per finanziare le attività di promozione e marketing dell’impresa iscritta e guadagna una success fee sul risparmio di liquidità  che le imprese generano grazie al Circuito stesso. Un modello win-win che genera collaborazione e obiettivi comuni.

Un affidamento senza interessi, il risparmio di liquidità, un network di nuovi clienti e fornitori selezionati, la ricostruzione di economie di territorio e prossimità sono solo alcuni dei benefici che può portare l’iscrizione a Circuito in-Lire.

FT: Il fatto di essere presenti in diverse Regioni d’Italia è sicuramente un vanto, come fate a gestire la complessità di un territorio così ampio?

RF: Attraverso una rete ben organizzata di partner regionali che conoscono profondamente il territorio e le realtà economiche locali e di Broker regionali e interregionali: Figure professionali che aiutano le imprese nel mantenere l’equilibrio nel circuito. Il primo alimenta domanda e offerta nell’area di pertinenza, il secondo mantiene in equilibrio le Regioni,  alimentando gli scambi di beni e servizi che rappresentano le eccellenze del territorio “esportabili” da un territorio all’altro. Ad esempio il turismo, i prodotti tipici e i prodotti derivanti da distretti industriali (il sughero dalla Sardegna, i mobili dalla Brianza, i vini dell’Oltrepò Pavese o dalla Toscana solo per citare dei casi, il cioccolato Torinese)

FT: Quando si parla di moneta complementare si pensa con facilità alle criptomonete, cosa vi differenzia da Bitcoin o Ethereum?

RF: Le criptovalute anche se non ufficialmente riconosciute dalle istituzioni sono monete vere e proprie e subiscono fluttuazioni di cambio seguendo le regole di domanda e offerta. Si prestano molto a speculazione finanziaria, e hanno pertanto la stessa criticità delle Valute come l’Euro o il Dollaro…. vengono tesaurizzate ovvero accantonate e sono strumento finanziario vero e proprio. Il credito in-Lire invece è un credito commerciale (ha valore fisso 1 Credito in-Lire= 1 Euro) ovvero un credito che nasce perché viene generata una fattura o un documento fiscale tra cliente e fornitore. Il credito generato è utilizzato (ceduto tra cliente e fornitore) per pagare i beni e servizi oggetto del documento emesso. Non matura interessi attivi, né il debito interessi passivi, pertanto chi ha credito tende ad utilizzarlo subito per pagare beni e servizi nel circuito, perché il vantaggio è trattenere in banca la liquidità. Con questo meccanismo virtuoso la moneta in-Lire circola circa 10 volte in più della moneta tradizionale, ovvero genera 10 volte di più fatturato incrementale per le aziende iscritte rispetto al denaro tradizionale.

FT: Dopo il passaggio a S.p.A., quali sono le prossime novità?

RF: A settembre inizieremo un percorso di Crowdlisting attraverso il nostro Venture Incubator BemyCompany. Azienda che ci ha accompagnato nel processo di crescita societaria. L’operazione è nuova in Italia, e consiste in un Equity Crowfunding abbinato immediatamente da una operazione di Listing (quotazione) in Borsa. L’operazione sarà finalizzata a finanziare la crescita anche attraverso acquisizioni strategiche e allo sviluppo continuo del portale transazionale e della tecnologia utilizzata. 

FT: Consiglierebbe a un ragazzo di entrare nel mondo fintech o prima lavorare nel settore della finanza classica?

RF: Il mio Consiglio è di maturare prima delle esperienze nella finanza classica anche attraverso  ruoli specifici all’interno delle imprese. Bisogna capire le dinamiche economico finanziarie reali e quindi le necessità del mercato, per avere l’intuizione realmente di successo. Molte idee purtroppo hanno poca aderenza con la realtà. Inoltre non basta la buona idea per lanciare una nuova impresa, spesso chi ha le idee non ha capacità imprenditoriale. Lo vediamo anche nel nostro settore con modelli che bruciano continuamente cassa.

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INTERVISTA ALL’AVVOCATO GIOVANNI CUCCHIARATO SUL CROWDINVESTING

In questi giorni è stato pubblicato il 5° Report Italiano sul CrowdInvesting, abbiamo chiesto all’avvocato Giovanni Cucchiarato di commentare i risultati emersi.

FT: Siamo arrivati al 5° Report Italiano sul CrowdInvesting, si aspettava una crescita simile quando è stata pubblicata la prima versione della ricerca?

GC: È una domanda a cui non è facile rispondere. 

Nell’estate 2016, quando l’Osservatorio sul Crowdinvesting del Politecnico di Milano, brillantemente guidato dal Prof. Giancarlo Giudici, ebbe la felice intuizione di fare una prima “fotografia” del mondo del crowdinvesting in Italia, il contesto regolamentare era profondamente diverso rispetto a quello attuale e non si poteva immaginare quale sarebbe stata la sua evoluzione ed il relativo impatto sulla crescita del settore. 

Per quanto riguarda il lending crowdfunding, ad esempio, non erano ancora state emanate le “Disposizioni” di Banca d’Italia sul “social lending”, che (pur in assenza di una normativa ad hoc) hanno fornito alcune linee guida agli operatori sull’esercizio di tale attività. 

Per non parlare dell’equity crowdfunding, che all’epoca era ancora riservato alle start-up innovative, mentre dal 2017 la possibilità di utilizzare tale strumento di finanza alternativa è stata estesa a tutte le piccole e medie imprese (cd. PMI, che in Italia rappresentano una vasta platea di aziende), a prescindere dalla loro “innovatività”, rendendo così possibile, ad esempio, la nascita del real estate equity crowdfunding. Sempre con riferimento all’equity crowdfunding, sono state recentemente introdotte altre importanti novità, in primis la possibilità di sottoscrivere tramite i portali autorizzati non solo strumenti di equity, ma anche (a determinate condizioni e per determinate categorie di investitori) strumenti di debito (bond) emessi da PMI.

Per tornare ora alla Sua domanda, se nel 2016 avessi saputo come si sarebbe evoluta la normativa nei quattro anni successivi, forse mi sarei aspettato una crescita ancora maggiore (quanto meno in termini di volumi). Vi sono infatti a mio avviso alcune novità introdotte a livello regolamentare – soprattutto con riferimento all’equity crowdfunding – che (almeno per ora) non hanno ancora espresso tutto il loro potenziale.

FT: Rispetto agli anni precedenti cosa stupisce di più di questo nuovo report? Quanto ha impattato lo stop del lockdown?

GC: In termini generali i dati dell’ultimo anno raccolti nel report confermano un trend di crescita del settore che non mi stupisce più di tanto. Personalmente mi aspettavo forse un maggiore incremento di campagne di equity crowdfunding effettuate da PMI “tradizionali” (rispetto alle start-up innovative, che continuano a fare la parte del leone), e un primo “avvicinamento” da parte degli organismi di investimento collettivo del risparmio, ancora restii ad utilizzare questo nuovo strumento di raccolta del risparmio.

Per quanto riguarda la crisi legata al Covid-19, dai numeri del report emerge come il settore non ne sia stato impattato, il che a mio avviso non deve stupire, dal momento che le aziende hanno avuto probabilmente modo di scoprire ed apprezzare alcune caratteristiche del crowdinvesting, come ad esempio la rapidità nell’erogazione della liquidità, che lo differenzia (in positivo) rispetto alle tempistiche tipiche dei canali tradizionali come quello bancario.

FT: Quale tra le diverse forme di crowdinvesting ha le maggiori prospettive di crescita nel 2021?

GC: In termini percentuali credo che l’equity crowdfunding potrà crescere di più rispetto al lending (che resterà in ogni caso ampiamente davanti in termini di volumi), però solo se verranno sfruttati al meglio i vantaggi derivanti dalle novità regolamentari introdotte negli ultimi anni e gli operatori più “tradizionali” (come ad esempio gli OICR) sapranno coglierne le opportunità. 

FT: Ragionando invece a livello europeo cosa rende più competitiva l’Italia per una società fintech che gestisce un portale di crowdinvesting e cosa la rende meno competitiva?

GC: A mio avviso il quadro normativo che abbiamo in Italia sul crowdinvesting è una buona base di partenza e, se verranno implementate alcune novità regolamentari in fase di definizione (come il decreto attuativo della “sandbox” regolamentare sul fintech), può facilitare l’attrazione di operatori stranieri nel nostro paese. Un altro elemento che rende il nostro Paese competitivo è la grande quantità di risparmi delle famiglie, che vengono spesso lasciati “parcheggiati” sui conti correnti bancari e che rappresentano una massa molto rilevante di potenziali investitori per i gestori dei portali di crowdinvesting. 

I fattori che rendono meno competitiva l’Italia rispetto ad altri paesi europei sono rappresentati dai nostri difetti “endemici”, quali ad esempio la persistente eccessiva burocratizzazione della pubblica amministrazione, che rende difficile fare impresa nel nostro Paese, oltre che, per andare più nello specifico del settore del crowdinvesting, la scarsa educazione finanziaria di noi italiani, più volte posta in evidenza anche da Consob e Banca d’Italia.

FT: Cosa serve quindi all’Italia per attirare la prossima fintech unicorno? O cosa gli manca per non farsela scappare?

GC: Un (vero) cambio di mentalità, che porti ad una riforma generale della pubblica amministrazione, tramite la digitalizzazione e la semplificazione, nel rispetto del principio di proporzionalità, dei processi amministrativi ed autorizzativi.

FT: Consiglierebbe a un ragazzo di entrare nel mondo fintech o prima lavorare nel settore della finanza classica?

GC: Iniziare con un’esperienza presso un operatore “tradizionale” è sicuramente utile, anche se credo che le due cose non siano per forza in contraddizione tra loro. Lavorare nel mondo fintech non è altro che operare nei settori tipici dei mercati finanziari tradizionali, ma tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie.

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L’IMPACT INVESTING DI LITA.co

Abbiamo parlato di diverse piattaforme di crowdfunding, ma per la prima volta affrontiamo una modalità di crowdfunding ad impatto sociale grazie a LITA.co.

LITA.co è una piattaforma pioniera in Europa nell’impact investing, specializzata nel finanziare tramite equity crowdfunding progetti ad alto impatto sociale.

Il nome “LITA” deriva dall’acronimo di quattro termini: LIVE, IMPACT, TRUST e ACT, per sottolineare la natura sociale ad alto impatto, la fiducia che si genera all’interno della community ed il ruolo fondamentale degli investitori che possono investire in autonomia in qualcosa di unico.

Si parla sempre di più economia reale come nuova metodologia per finanziare progetti concreti, in contrapposizione all’economia finanziaria che si focalizza sugli strumenti finanziari.

Insieme all’economia reale, l’altra parola di questa piattaforma è la sostenibilità, la continua ricerca di progetti imprenditoriali che rispondano alle sfide più urgenti per un futuro sostenibile.

Entra quindi in gioco l’allineamento con i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG), in quanto ogni progetto deve dimostrare di rispondere ad almeno uno 17 obiettivi stabiliti dall’ONU per contribuire allo sviluppo globale, promuovere il benessere umano e proteggere l’ambiente.

I numeri di LITA.co

Analizzando LITA.co ci troviamo davanti una società fondata nel 2014, che ha raccolto in 6 anni oltre 40 milioni di Euro in più di 120 campagne crowdfunding.

LITA.co è nata in Francia ma negli ultimi anni si è sviluppata aprendo diverse branch anch in Belgio ed Italia, dove è presente oltre con la piattaforma interamente tradotta, con un team dedicato ed i primi progetti nazionali. La branch italiana è una startup innovativa, fondata in Italia nel 2018, operativa dal 2019 e riconosciuta da CONSOB.

I progetti di LITA.co 

Investendo in Equity Crowdfunding, come spiegato nell’articolo sulle differenze tra equity e lending, si investe nel capitale della società di cui si diventa soci, senza necessariamente conoscere il rendimento del progetto a priori come invece accade nel lending.

In LITA.co si possono finanziare progetti imprenditoriali ad elevato impatto sociale ed ambientale in grado di coniugare all’interno del proprio modello di business sia la dimensione economica che quella sociale. Aziende con una spiccata vocazione sociale in grado di sviluppare modelli di business sostenibili ed inclusivi.

Le macro categorie di progetti in LITA.co sono chiamati:

  • TECH FOR GOOD: start-up con reali prospettive di crescita con un progetto innovativo e rivoluzionario.
  • IMMOBILIARE SOSTENIBILE: progetti immobiliari sociali ed eco-sostenibili come la costruzione di spazi abitativi ecologici in grado di consentire a tutti il diritto ad un’abitazione dignitosa.
  • PMI: aziende mature che hanno raggiunto dimensioni significative che si finanziano per la creazione o il consolidamento di posti di lavoro.
  • ENERGIE RINNOVABILI: nuovi parchi energetici: solari, eolici, idroelettrici o a biomassa.
  • SVILUPPO DEL TERRITORIO: PMI locali che finanziano lo sviluppo di iniziative positive per il proprio terriorio.

Perché investire con LITA.co

La risposta più semplice alla domanda “Perché investire con LITA.co?” è altrettanto semplice: diversificare il proprio portafoglio con progetti unici che fanno del bene.

Si investe online, il ticket minimo dipende dai progetti, solitamente parte da 100€, ed ogni progetto viene analizzato e monitorato non solo durante la campagna, in modo 100% trasparente

Investire il LITA.co fa bene al sociale ma anche al portafoglio grazie alle agevolazioni fiscali per gli investimenti in Start-Up e PMI Innovative, parliamo di una detrazione dall’imposta IRPEF pari al 30% di quanto investito, per un importo massimo pari a euro 1.000.000 annui e l’obbligo di mantenimento dell’investimento per un minimo di 3 anni. Se il credito d’imposta supera l’imposta lorda, l’eccedenza può essere portata in detrazione entro i 3 anni successivi. 

Come si investe con LITA.co

Basta completare il form di registrazione ed effettuare il test di appropriatezza per avere accesso a tutti i contenuti della piattaforma ed iniziare ad investire.

Bastano poche decine di euro per iniziare ed i pagamenti possono essere effettuati con bonifico bancario, l’intermediario finanziario che consente le movimentazioni di flussi monetari è Banca Sella.

Dalla dashboard del profilo è possibile monitorare il portafoglio con una dettagliata reportistica periodica relativa alle imprese finanziate.

Non è un investimento garantito, per cui esiste il rischio di perdita parziale o totale del capitale investito. Al momento non è presente un mercato secondario per rivendere i propri titoli per cui si tratta di un investimento illiquido.

Disclaimer: come sempre nelle nostre recensioni selezioniamo solo fintech e prodotti che conosciamo e utilizziamo in prima persona. Non siamo consulenti finanziari, valutiamo le fintech per i loro servizi ed espriamo un parare del tutto personale.

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INTERVISTIAMO CARLO GUALANDRI, FOUNDER E CEO DI SOLDO

Carlo Gualandri è il fondatore di Soldo, una startup inglese nel settore FinTech attiva nel mercato finanziario europeo nello spend management. In precedenza, Carlo ha partecipato allo sviluppo di aziende nel settore del mobile e del social gaming presso Intent Ventures ed è stato il fondatore di Gioco Digitale, società diventata leader nel mercato del gioco regolato in Italia. In Lottomatica (ora IGT) è stato responsabile dello sviluppo delle nuove piattaforme, definendo le strategie di crescita del business online e lanciando a livello nazionale le lotterie istantanee telematiche. Come fondatore di Matrix ha contribuito alla nascita del mercato internet in Italia creando il primo portale italiano, Virgilio, e la concessionaria di pubblicità Active Advertising. Ha guidato le attività della divisione Internet Service Provider consumer e small business in Telecom Italia e partecipato al lancio di Fineco, la banca online leader in Italia.

FT: Da pioniere di internet a fondatore di una fintech italiana tra Londra e Dublino, com’è stato il passaggio da un settore all’altro?

Soldo, combina molte esperienze che ho fatto nella mia carriera. Da quella di Fineco, una delle prime neo-banche ante litteram dove sviluppammo la tecnologia di una banca online quando esistevano solo le filiali a quella delle Pagine Gialle e di molte aziende di Matrix e Telecom Italia dove vendevamo servizi alle PMI fino al business regolato di Gioco Digitale dove aldilà della destinazione d’uso per il gioco la gestione del denaro dei clienti era molto simile alla modalità con cui lavora una fintech.

Quindi più che un passaggio questa è l’integrazione di esperienze fatte negli ultimi venti anni.

FT: Cosa serve all’Italia per attirare la prossima Soldo? O cosa gli manca per non farsela scappare?

CG: Oggi è necessario avere una dimensione come minimo Europea o addirittura globale per poter competere e per poter aspirare a questo è necessario avere una cultura ed un contesto più internazionale, cosa difficile da trovare in Italia. A Londra o a Berlino per esempio arriva e vive gente da tutta Europa e da tutto il mondo, portando esperienze di ogni tipo e creando uno scambio ed un confronto continuo di talenti. Questo si traduce in una ricchezza umana molto importante per la crescita delle aziende.

Se non c’è la capacità di pensare in termini di ambizione globale allora il rischio è di avere obiettivi “piccoli” e di accontentarsi magari del mercato locale. E questo si riflette sulla capacità di attrarre capitali. Creare startup è una cosa estremamente rischiosa e la maggior parte di esse normalmente non raggiunge il successo per cui i finanziamenti si concentrano su quelle che in caso di successo possono creare il valore maggiore. E in questo una azienda piccola, culturalmente non diversa, che ha difficoltà ad attrarre talenti perché questi stanno altrove e concentrata su un mercato solo, quello locale, ha grandi difficoltà.

È il concetto di ecosistema ed è il motivo per cui gli Stati Uniti sono così forti. Semplicemente in quel contesto creare una azienda e farla crescere è più facile e la ricompensa maggiore.

Ed è anche il motivo per cui è così difficile cambiare le cose; bisognerebbe poter intervenire su tanti aspetti. Sulla cultura, sulla scuola, sulla conoscenza della lingua, sulla burocrazia, sul costo del lavoro, sulla credibilità del paese, sulla disponibilità di fondi etc. etc.

Per esempio, la Francia ha cominciato a crescere molto in questi ultimi anni ma è la conseguenza di una strategia molto determinata del governo e dell’industria, di investimenti enormi e di un sacco di lavoro per molto tempo.

Per poter cambiare le cose in Italia bisognerebbe avere le idee chiare ed essere in grado di perseguire un obiettivo difficile per lungo tempo.

FT: Parlando invece di welfare aziendale, come sono cambiati i bisogni dei lavoratori dopo il Covid-19?

CG: Non saprei dire se ci siano stati dei cambiamenti strutturali permanenti. Oggi siamo ancora in una fase di transizione e bisognerà aspettare di vedere come si assesteranno le cose nel lungo termine e una volta finita l’emergenza.

Ovviamente i nostri comportamenti rifletteranno una diffidenza verso la vicinanza con altre persone e questo impatterà su molte abitudini negli uffici. Allo stesso modo probabilmente una certa quota di lavoro a distanza diventerà parte della normalità e della routine.

Dobbiamo pensare però che una volta che il Covid-19 diventerà l’eccezione in una popolazione generalmente sana per via di vaccini o di immunità diffusa ci sarà una tendenza a ritornare alle nostre usuali abitudini.

FT: Come sta andando la collaborazione con i Comuni per i buoni spesa? Avete lanciato questa iniziativa solo in Italia o ci sono altre nazioni con politiche sociali simili a cui avete offerto la vostra tecnologia gratuitamente?

CG: La collaborazione con i Comuni è andata e sta ancora andando molto bene, per esempio Milano ha recentemente esteso il progetto aggiungendo diverse altre migliaia di famiglie.

Credo che sia un ottimo esempio di come con un approccio agile e lavorando sodo si possano creare in poco tempo soluzioni innovative e riuscire ad applicarle facendo la differenza. Questo è il classico ruolo che deve giocare una realtà come la nostra.

Ci sono diverse discussioni aperte in altri paesi ma in molti casi le opportunità si sono sviluppate in modo diverso; in Inghilterra per esempio il settore delle charities e non for profit organisations ha utilizzato molto di più i nostri strumenti in modo simile all’Italia mentre il governo si è focalizzato su aspetti più strutturali come la cassa integrazione.

FT: Consiglieresti a un ragazzo di entrare nel mondo fintech o prima lavorare nel settore della finanza classica?

CG: Dipende totalmente dalla qualità dell’opportunità e dell’esperienza che può fare. Un ragazzo dovrebbe sempre ragionare su come investire per imparare di più e aumentare il proprio valore, soprattutto quando è giovane e non ha ancora vincoli. 

Le possibilità migliori potrebbero venire sia dal mondo fintech che dal mondo della finanza classica ma la valutazione deve essere fatta in modo molto oggettivo.





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INTERVISTA A FAUSTO MAGLIA, CHIEF PRODUCT OFFICER DI CASAVO

Il futuro dell’innovazione attraverso le tendenze del nuovo mondo

Abbiamo intervistato Fausto Maglia, Chief Product Officer di Casavo, per discutere dell’ecosistema tecnologico italiano in funzione dei trend in arrivo dagli Stati Uniti.

FT: Ciao Fausto, ti ringrazio per la disponibilità ed iniziamo come di consueto con una breve presentazione dell’intervistato.

FM: Ciao Diana, grazie per avermi contattato. Sono Fausto Maglia, ho 30 anni e come molte persone che si occupano di prodotti tecnologici ho avuto un percorso professionale abbastanza variegato sempre a cavallo tra marketing e tecnologia, prevalentemente in startup tech che si occupano di turismo e big data (Travel Appeal a Firenze, Dashbell a Boston) ma anche in grandi multinazionali più orientate al mondo delle telco (Dixons Carphone a Londra). Ho una laurea in digital humanities (Università di Pisa), un master in comunicazione e marketing per le imprese (Università di Siena) e sto attualmente frequentando un part-time MBA presso il LUISS Hub di Milano.

FT: Partiamo dal tuo ruolo di Chief Product Officer, non tutte le aziende hanno un responsabile di prodotto, perché trovi sia un ruolo fondamentale in una startup?

FM: Ti ringrazio per la domanda che trovo molto interessante. Non credo che figure di prodotto siano fondamentali in tutte le startup, ma trovo che siano fondamentali quando:
• La startup sviluppa uno o più prodotti tecnologici che sono di primaria importanza per il business e che devono essere utilizzati da utenti finali (sia nel caso di prodotti B2B che B2C);
• Il management dell’azienda non ha già uno skillset consolidato per lo sviluppo di prodotti tecnologici;
• Quando l’azienda raggiunge una dimensione tale per cui il management non riesce più a seguire tutte le tematiche con attenzione (e allora è fondamentale che ci sia estrema fiducia tra responsabile di prodotto e CEO).
In Italia in generale c’è ancora una scarsa cultura di prodotto. A me il ruolo di Product Manager fu proposto per la prima volta in Travel Appeal ed ero piuttosto titubante perché non sapevo bene come avrei potuto spendermi successivamente nel mercato del lavoro italiano. Mi innamorai poi del ruolo perché mi permetteva di stare all’intersezione di business e tecnologia. A Londra trovai invece un ecosistema molto florido in cui il product management era una competenza ricercata e desiderata a livelli paragonabili a quelli del software development.
L’Italia è ancora indietro rispetto a nazioni come Germania, Francia, UK e US e in Casavo ce ne accorgiamo bene per la difficoltà che abbiamo nel trovare product manager preparati. Considera che – delle ultime 4 offerte di lavoro come PM che abbiamo inviato – soltanto una era destinata a una persona che lavora attualmente in Italia.

Ci sarebbe molto altro da dire al riguardo, ma concludo la risposta menzionando il fatto che molte aziende e molte persone anche qualificate ancora hanno difficoltà a passare da una mentalità di progetto a una di prodotto, e anche chi ci riesce a volte è legato a dinamiche tradizionali, risalenti a quando i prodotti avevano un ciclo definito da fasi molto chiare che prevedevano un inizio e una fine della produzione e della commercializzazione del prodotto; oggi invece (basti pensare a YouTube, che ormai ha 15 anni) i prodotti tecnologici hanno un ciclo di vita tendente all’infinito, perché le aziende li aggiornano costantemente sulle base delle necessità emergenti del mercato. In questo senso, il CPO non solo si occupa di far evolvere i prodotti così da garantire longevità, ma si occupa anche di trasmettere questo tipo di cultura all’interno dell’azienda.

FT: Vediamo quindi secondo te qual è il trend più interessante che stiamo importando dagli Stati Uniti…

FM: Dipende dal settore di cui stiamo parlando, ovviamente. In generale però il nostro paese, come dicevo anche poco fa, sta importando dalle altre regioni innovative d’Europa e del mondo una cultura seria di sviluppo di prodotti tecnologici. Vedo due grandi temi che ancora non abbiamo scardinato ma che pian piano stanno dando segnali incoraggianti:

  1. L’approccio narrativo che soffoca quello attuativo: la Silicon Valley ci ha mostrato come la tecnologia possa diventare il cuore pulsante dell’economia con storie molto avvincenti di ragazzi partiti dai propri garage e diventati CEO di aziende tra le più importanti al mondo. La verità però è che la tecnologia è difficile da comprendere e soprattutto è difficile da concretizzare e far fruttare. In Italia siamo ancora in una fase in cui si parla molto di trasformazione digital e innovazione senza badare alla qualità di ciò che viene realizzato. Questo è alla base di molti casi di insuccesso nella trasformazione digitale ma la sensazione è che ci sia una nuova generazione di imprenditori più sensibile al riguardo.
  2. L’accettazione che, oggi, le aziende devono essere principalmente tech companies e solo successivamente debbano specializzarsi in qualche settore specifico. Qui rubo le parole di Satya Nadella, CEO di Microsoft, che dice “In futuro non esisteranno più aziende standard e aziende tech, ma che esisteranno aziende tech specializzate nella realizzazione di certi prodotti che, magari, saranno i soliti che conosciamo oggi.” Casavo è un esempio di questa tendenza: non siamo una società immobiliare che si è digitalizzata, ma una tech company che opera nel mercato immobiliare. Per di più non siamo gli unici in Italia oggi ad avere questo tipo di approccio.

FT: La domanda opposta, ti viene in mente un’innovazione dell’ultimo decennio che sembrava promettente ma non è riuscita a decollare e diffondersi?

FM: Ci sono molte più startup che falliscono rispetto a quelle che hanno successo. Il punto è che dal fallimento si impara molto e questo aiuta i fondatori a migliorarsi ad ogni tentativo (lo stesso concetto che è alla base di filosofie come la lean startup); non a caso è nata la categoria degli “imprenditori seriali”. Una dimostrazione di questo ce la dà Google, che della cultura del fallimento ha fatto un punto di forza, rilasciando e poi ritirando prodotti come Wave, che doveva uccidere l’e-mail, o Google Glass (anche se forse non è detta l’ultima parola). Un altro fallimento famoso è stato quello di Segway, che negli Stati Uniti raccolse ingenti investimenti promettendo di cambiare la mobilità urbana fallendo miseramente. C’è Webvan, che nel 2001 voleva fare ciò che oggi fa Amazon, ma adottò appunto un approccio di progetto anziché uno di prodotto e fallì (forse anche perché il mercato non era pronto). C’è Flytenow, l’Uber dei voli privati, che invece è stata “lasciata a terra” da regolamenti ambigui e sfavorevoli. Così come accade nei processi evolutivi della natura, però, i fallimenti servono proprio a selezionare le idee vincenti.

FT: Casavo stessa nasce dal trend americano degli iBuyer, quali sono stati i fattori di adattamento del prodotto più complicati da gestire nel mercato italiano?

FM: Direi principalmente due:
1- Il lavoro degli instant buyer si basa sulla costruzione e sul miglioramento degli AVM (Automated Valuation Model), che permettono di stimare il valore di una casa a partire dall’inserimento di alcuni parametri (indirizzo, superficie dell’immobile, anno di costruzione, piano a cui si trova l’immobile ecc.). Per valutare bene un immobile in questo modo c’è bisogno di avere a disposizione molti “comparabili”, ovvero immobili con caratteristiche simili nelle vicinanze. In questo il mercato italiano (e Europeo in generale) sono molto più complessi di quello US perché il nostro stock immobiliare è più eterogeneo. Pensa per esempio ai classici viali delle città statunitensi con le case tutte uguali a destra e a sinistra e paragonali alle vie delle nostre città, con immobili costruiti in modo variegato nel corso di secoli.
2- La cultura della casa: negli Stati Uniti si cambia casa spesso, mentre in Italia lo si fa più raramente. Alla casa quindi ci si lega e di frequente rappresenta la fetta principale del patrimonio del cittadino medio. Ci sono voluti molti sforzi ma credo che adesso, almeno nei mercati da noi serviti, siamo riusciti a spiegare che Casavo è una soluzione valida per molti venditori che inizialmente non volevano cedere la propria casa a un’azienda o temevano di ottenere un’offerta troppo distante dal valore di mercato.

FT: Cosa pensi invece del fenomeno PropTech? Come pensi stia crescendo in Italia?

FM: Qui il trend è chiaro: i fondi di Venture Capital hanno investito per anni in aziende che sviluppavano prodotti puramente tecnologici, perché chiaramente avevano bisogno di minori capitali e quindi esponevano a rischi più bassi. Con la saturazione che c’è stata nello sviluppo di quel tipo di prodotti, i fondi hanno iniziato gradualmente a valutare nuove opportunità di investimento e, complice anche lo sviluppo di nuove tecnologie, una maggior alfabetizzazione digitale dei consumatori e una maggiore preparazione degli imprenditori, nuovi settori sono stati impattati dall’avvento della tecnologia. Oggi il proptech è ancora lontano dagli investimenti ottenuti dal fintech, ma il pattern di crescita è simile anche se c’è un ritardo. Io trovo che il mercato immobiliare sia ancora fermo su logiche estremamente tradizionali: fino a qualche anno fa, le opzioni per vendere e comprare casa che avevamo noi erano più o meno le stesse che avevano avuto i nostri genitori. Noi ci stiamo ovviamente impegnando per cambiare la situazione e il lancio dell’app per le visite da remoto (con cui abbiamo già acquistato 4 appartamenti nel periodo della pandemia, realizzando 80 visite) e il rilascio della nostra nuova vetrina di annunci orientata ai millennial e ai broker immobiliari che fanno un lavoro di qualità, sono soltanto le ultime innovazioni a cui abbiamo lavorato.

In Italia ovviamente c’è grande spazio per il proptech: siamo uno dei paesi più interessanti al mondo per il mercato immobiliare residenziale grazie alla cultura di investimento nel mattone degli italiani. Il 92% del mercato è in mano ai privati e mese dopo mese sempre più player si stanno affacciando con nuove proposte, dai broker digitali a chi propone soluzioni innovative per l’affitto.

FT: Cosa consiglieresti ad un giovane appassionato del mondo tech?

FM: Limito la riflessione a chi, come me, ha sempre avuto una passione per il mondo tech senza però voler essere uno sviluppatore. Nel mio caso, l’interesse per il business era troppo forte per dedicarmi totalmente allo sviluppo software, anche se sono stato tentato.
Il consiglio principale è di leggere ciò che offre la letteratura: Clayton M. Christensen, Nir Eyal, Eric Ries, Marty Cagan e gli autori di “Play Bigger” sono i primi nomi che suggerirei. Consiglio poi, se non si ha la possibilità di seguire un percorso di carriera chiaro (non ci sono molte Google o Netflix qui da noi), di attivare dei side project per poter fare esperienza, e di fare magari un’esperienza all’estero nei grandi hub di innovazione digitale (Londra, Berlino, Amsterdam, Parigi ma recentemente anche Barcellona).
Il consiglio principale però è di non lasciarsi troppo affascinare da chi racconta le storie “romanzate” di startup di successo, perché si rischia di unirsi alla schiera di storyteller che l’innovazione la narrano soltanto. Come tutti gli altri percorsi anche quello nel mondo tech è in salita ed estremamente serio, e c’è bisogno di persone che abbiano voglia di apprendere, essere visionarie, ma che poi sappiano concretizzare tutto con razionalità.

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IL FINTECH SECONDO ADRIANO GERARDELLI DI PWC

Ciao Adriano, 

Anzitutto grazie per la tua disponibilità, è un vero piacere poter discutere di fintech con te! 

FT: Come è nata la tua passione per il fintech? 

AG: In qualità di consulente, la mia mission principale è quella di proporre soluzioni innovative che soddisfino le esigenze di crescente complessità espresse dai clienti e dai loro stakeholder, che consentano di creare sinergie tra tutti gli attori del mercato e che, contestualmente, apportino valore aggiunto all’ecosistema complessivo. La disruption portata dalle Fintech, fin dalla loro prima comparsa in Italia (attorno al 2010), ha dimostrato di saper offrire tecnologie sofisticate (tra cui Big Data, Artificial Intelligence, Blockchain) in grado di rispondere ai bisogni di semplificazione e riduzione di costi espressi dai player tradizionali, consentendo la creazione di una value-chain democraticamente accessibile a tutti gli attori coinvolti e favorendo, contestualmente, l’evoluzione verso un paradigma caratterizzato sempre più da digitalizzazione e sostenibilità. Proprio in quest’ottica e data l’esperienza maturata prettamente nel mondo dei Financial Services, il mio interessamento verso il mondo dell’innovazione e del Fintech è stato naturale ed inevitabile, permettendomi di poter lavorare per identificare e proporre le migliori opportunità al network interno ed esterno di PwC.

FT: Come o quanto pensi il fintech possa crescere da qui a 3 anni? Quali ambiti secondo te saranno maggiormente interessati?

AG: Dal rapporto Fintech 2020 in Italia, pubblicato da PwC lo scorso Aprile (PwC Italian FinTech Observatory 2020) si evincono segnali positivi per la crescita del settore nei prossimi anni: solo nel 2019, il fatturato complessivo del comparto è cresciuto del 40% circa (del 64% se si considerano aziende italiane con sede legale all’estero, no profit e aziende di nuova costituzione) mentre il numero delle Fintech censite è aumentato di circa il 20%. Inoltre, l’importanza attribuita alle Fintech da parte delle Istituzioni centrali (il Canale Fintech di Banca d’Italia), le agevolazioni fiscali offerte per la promozione di iniziative di Venture Capital (la deduzione del 50% della tassazione per acquisto di startup) incoraggiano a pensare che il trend di crescita si manterrà costante, se non in aumento, anche nei prossimi anni. Nell’attuale contesto di spinta alla semplificazione e alla digitalizzazione dei servizi, il ruolo strategico delle Fintech si rivelerà essenziale principalmente nell’ambito dei Pagamenti, favorito dall’entrata in vigore della PSD2 e dall’Open Banking, oltre che nel mondo degli investimenti (Asset & Wealth Management) e dell’accesso al credito, entrambi settori in forte evoluzione ed attrattivi per nuovi player.

FT: Sappiamo un pò tutti che l’Italia è rimasta leggermente indietro rispetto ad altri stati europei, pensi riuscirà a recuperare questo gap? 

AG: Il settore Fintech italiano si posiziona, secondo le statistiche di Findexable, al 24esimo posto nel contesto internazionale registrando un effettivo gap rispetto agli altri paesi. Le cause di tale gap si ravvisano sia nel perdurare della scarsità di investimenti (diminuiti da 197 €Mln nel 2018 a 154 €Mln nel 2019, in controtendenza rispetto all’aumento del 70% registrato in Europa solo nell’ultimo anno), sia nel ritardo con cui il Fintech è arrivato in Italia (circa 5 anni dopo lo sviluppo a livello internazionale). Un outlook positivo sembra tuttavia provenire dal progressivo cambio culturale in atto, che denota un nuovo ottimistico approccio alle Fintech: l’Indagine FinTech nel Sistema Finanziario italiano, condotta da Banca d’Italia, rileva (solo nel 2019) 42 partnership dirette, 11 collaborazioni attraverso Incubatori-Acceleratori-Hub e 7 acquisizioni; allo stesso modo, il rapporto Fintech PwC conferma un’evoluzione positiva del settore, ulteriormente avvalorata dalla crescita del numero di aziende, scale-up e del tasso di turnover, chiari segnali sia di promettente dinamismo sia di crescente apprezzamento rispetto ad un settore verso cui i tradizionali attori di mercato si sono dimostrati a lungo scettici.

FT: L’attuale crisi darà un boost alla crescita del settore? 

AG: L’emergenza attuale ha generato nel Fintech, come in tutti i settori, una condizione di aleatorietà, ponendo numerose incognite sulle conseguenze della pandemia e, complessivamente sullo scenario futuro. Gli impatti negativi potrebbero riguardare la complessiva diminuzione sia degli investimenti di Venture Capital, che potrebbero distogliere l’attenzione verso le nuove start-up e provocarne la chiusura, sia del volume delle transazioni, comportando una netta flessione dei profitti nel comparto. Allo stesso modo, non mancano aree di potenziale ottimismo: l’obbligo di distanziamento sociale e lo smart-working, se da un lato hanno evidenziato l’inadeguatezza delle infrastrutture attuali, dall’altro hanno aumentato l’esigenza di accelerare la rivoluzione tecnologica e semplificare l’accesso da remoto ai servizi, favorendo l’ingresso nel mercato di nuovi modelli di business capaci di rispondere alle esigenze dei “consumatori digitali”. In questo scenario, le aziende Fintech, non soltanto potranno, ma dovranno consolidarsi negli ambiti che più necessitano di una rapida innovazione digitale, tra cui il Lending, le soluzioni di Onboarding e KYC, la Cybersecurity, le interfacce conversazionali (e.g. rule-based, AI-based o ibride) e la Customer Experience.

FT: Pensi che l’apertura delle società di consulenza verso il Fintech possa essere d’esempio per la finanza tradizionale e addirittura rappresentare un modello di seguire?  

AG: L’apertura verso il Fintech è oggi un imperativo per le società di consulenza che desiderano rimanere competitive sul mercato, offrendo ai propri clienti sia strumenti in linea con i trend di innovazione tecnologica, sia soluzioni in grado di anticiparli. Tuttavia, non è sufficiente proporre soluzioni all’avanguardia ed allineate alle best practice di mercato, bensì è necessario creare un ecosistema collaborativo con i propri clienti, instaurando una relazione di contributo bidirezionale, anche attraverso workshop e sessioni di co-design, e coinvolgendo tutti gli attori in grado di portare un concreto valore aggiunto tra cui, in primis, le start-up. PwC si è già mossa in questa direzione, creando New Ventures (PwC’s New Ventures), una Business Unit dedicata alle tematiche di Innovation Management che, operando su specifiche aree di focalizzazione, intercetta le tecnologie più promettenti (e.g. Fintech, Artificial Intelligence & Automation, Future of Work, Supply Chain Optimization), ne abilita la prototipazione, il testing e lo sviluppo delle migliori soluzioni, ponendosi inoltre come piattaforma per iniziative di Corporate Innovation e Corporate Venture Capital (Forbes Brand Voice 09/2019)

FT: Ti faccio un’ultima domanda con la speranza che possa essere di aiuto alla community di FT, ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation? 

AG: Fintech e corporation, essendo realtà integrate e non solo complementari, risentono ognuna dell’influenza reciproca dell’altra, condizionandosi a vicenda ed evolvendosi nel continuo. Pertanto, l’ingresso di un giovane laureato nella prima o nella seconda, in nessun caso precluderebbe di attingere agli stimoli ed impulsi offerti dall’altra, in virtù della relazione fluida esistente tra le due. È tuttavia innegabile che entrambe le realtà offrano esperienze formative basate sul core-business e sulla struttura che le caratterizzano: lavorare in un’azienda di grandi dimensioni permette da subito di comprendere le principali dinamiche che la governano ed il settore in cui opera, acquisendo una visione macro del mercato di appartenenza. Allo stesso modo, il settore del Fintech, caratterizzato da estrema dinamicità e continua evoluzione, può risultare tanto accattivante quanto formativo per i giovani, offrendo loro la possibilità di approfondire ambiti legati all’innovazione e alla trasformazione digitale, in linea con il trend attuale e che, da ultimo, costituiranno i capisaldi dell’evoluzione del mercato nei prossimi anni.

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DIFFERENZE TRA EQUITY E LENDING CROWDFUNDING

Come capire quali sono le principali differenze tra le piattaforme di equity e lending crowdfunding

Nell’universo delle piattaforme di crowdfunding esistono due grandi macro tipologie, quelle di tipo equity e quelle di tipo lending.

Le differenze tra queste due tipologie sono ben delineate, da una parte l’equity è inteso come raccolta e partecipazione nel capitale di una società, mentre il lending è letteralmente un prestito.

Differenza nette, che nella finanza tradizionale potremmo paragonare a strumenti come le azioni e le obbligazioni. 

Equity crowdfunding, cos’è e come funziona

Nel caso dell’equity, l’investimento che viene effettuato attraverso una piattaforma corrisponde a una quota della società proponente: si investe direttamente nel suo capitale capitale sociale, diventandone soci e condividendone il rischio d’impresa ed i conseguenti futuri dividendi. 

All’interno del modello di raccolta equity, come avviene nella quotidianità delle aziende, possono coesistere diverse classi di soci, con o senza alcuni privilegi come il diritto di voto in base agli importi investiti. 

Remunerazione

Ma veniamo a quello che interessa davvero all’investitore: come si guadagna, cioè, con questa tipologia di investimenti. 

La tipologia di remunerazione dipende molto dalla campagna, dal momento che si possono finanziare piani industriali delle società proponenti con una durata  dell’investimento indeterminata e senza alcuna indicazione di un possibile ROI atteso, oppure come nel caso del crowdfunding immobiliare è possibile finanziare una singola operazione investendo nella promessa di un ROI stimato ad una data scadenza.

Quando si parla di raccolte in equity per startup si investe nel potenziale di un’azienda che nel lungo periodo potrebbe generare un ritorno da una possibile exit. 

Le più longeve piattaforme di equity in Italia sono 200Crowd, Wearestarting, Mamacrowd e Crowdfundme. Menzioniamo per quest’ultima una quotazione all’AIM che fa ben sperare per il settore.

A livello internazionale citiamo Crowdcube e Seedrs, che hanno finanziato nel corso degli anni alcune campagne particolarmente significative soprattutto nel mondo fintech.

Mentre per il mondo del real estate le piattaforme italiane da citare sono Walliance e Concrete che permettono di investire in progetti immobiliari.

Lending crowdfunding, cos’è e come funziona

Il lending, dalla traduzione stessa del termine, ha come sottostante un contratto di prestito. L’investimento consiste nel prestare i propri risparmi ad una società, solitamente non un spv ma la società con operatività storica, in cambio di un tasso d’interesse corrisposto secondo un piano di ammortamento prestabilito.

Anche in questo caso non mancano le varianti, ci sono ad esempio i ritorni stimati e i tassi fissi, la quota di capitale può essere rimborsata alla scadenza del finanziamento (bullet) o alla francese (che prevede il rimborso di quota capitale insieme alla quota degli interessi). 

Remunerazione

La remunerazione con il lending crowdfunding dipende in larga parte dai risultati economici ottenuti dalla società che riceve il finanziamento, in poche parole dipende dai flussi di cassa futuri. Tali flussi devono risultare positivi per far si che un’operazione venga giudicata positivamente sia dalle piattaforme che presenteranno l’operazione che dagli investitori.

I ritorni e la restituzione del capitale possono prevedere rate mensili, trimestrali o una liquidazione alla conclusione del prestito. 

Nel caso di un piano di ammortamento alla francese, in base alla periodicità (mensile, trimestrale etc.) si riceve per ogni rata una quota mista che comprende sia i rendimenti che la graduale restituzione del capitale.  

Con la tipologia di finanziamento bullet invece, gli interessi vengono distribuiti su base mensile o trimestrale e il capitale rimborsato a fine finanziamento. 

Esistono numerose piattaforme di lending, nel mondo del finanziamento alla PMI spicca October (ex lendix) sopra tutte per la diversificazione geografica e il track record di campagne, mentre in Italia seppur tra le realtà più recenti a cavallo tra il settore immobiliare, industriale e energetico vale la pena menzionare la piattaforma RE-Lender.

Differenze e rischi

Quando si parla di equity e lending, si parla sempre di piattaforme con caratteristiche specifiche che operano secondo la legislazione vigente. Non esistono evidenze sul fatto che una modalità sia migliore, più redditizia, meno rischiosa dell’altra, dipende tutto dalla società che raccoglie i fondi.

La piattaforma in entrambi i casi è un mero intermediario che ha solamente il compito di valutare e pubblicare il progetto, è una vetrina per le varie opportunità d’investimento. 

Il rischio di perdita totale o parziale dell’investimento c’è sempre in entrambi i casi, come in qualsiasi investimento, nulla è garantito, altrimenti si perderebbe il concetto stesso nell’investire. Sia per chi vuole farsi finanziare che per chi vuole investire è sempre necessario studiare le singole piattaforme, ricercare esperienze di utenti online, analizzare il track record delle operazioni lanciate e concluse.

La parola chiave in questo settore è una ed una sola: trasparenza.

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#EUROPEDAY SECONDO 10 INNOVATORI ITALIANI

Il nostro primo articolo di redazione, un lavoro corale di tutto il gruppo Fintech Titans, è dedicato al 9 Maggio, la Festa dell’Europa.

Non poteva essere altrimenti visto che geograficamente ci troviamo in Italia, Spagna e Irlanda, più precisamente, Milano, Madrid e Dublino, comunichiamo quindi ogni giorno grazie alla tecnologia di Whatsapp e condividiamo i nostri articoli su Google Drive.

Per questa speciale ricorrenza volevamo limitarci nello scrivere per rendere protagonisti un gruppo di stimati amici e colleghi che lavorano nel mondo dell’innovazione.

C’è chi ha fondato startup di successo dall’Italia per espandersi in Europa e chi lavora per società internazionali e si confronta ogni giorno con l’eterogeneità delle culture, 10 punti di vista completamente diversi che ci fa piacere aver raccolto in questo articolo per celebrare questa giornata così speciale. Buona lettura e buona Festa dell’Europa!

Stefania Barbato – Innovation Expert

Avendo vissuto il passaggio da Lira a Euro per me il mercato europeo ha rappresentato una grande conquista raggiunta.

Lavorando nell’innovazione, la consapevolezza di un’Europa senza confini è sempre stato sinonimo di contaminazione: poter conoscere persone e viaggiare in Italia così come in Francia o in Spagna per acquisire più conoscenze. E che le idee migliori siano quelle di business scalabili che si sanno poi adattare ai vari contesti nazionali.

Francesca Bartolino – Senior Marketing Specialist di N26

Lavorare per una societá fintech europea oggi ha ancora più valore rispetto al passato. Quando si pensa ai colossi del tech, ma anche alle startup diventate scaleup multinazionali, è inevitabile immaginare scenari che appartengono piú alla Silicon Valley, che al contesto europeo. Il successo di N26, invece, dimostra in modo tangibile che è possibile fare innovazione anche in Europa e addirittura portare questa spinta innovativa in US, dove N26 ha lanciato i propri servizi nel luglio 2019 ed é diventata in pochi mesi una delle challenger bank più utilizzate oltreoceano”.

Giovanni Buono – Co-Founder di Fundsfy

Pensavo che il fintech sarebbe passato di moda in fretta ma il mondo post-covid e l’impatto economico causerà una iper-digitalizzazione dei processi e soluzioni sia nella finanza  per le aziende che nella nostra vita quotidiana. Nella nuova realtà tutto quello che aiuta ad essere cashless, paperless and istantaneo avrà un curva di adozione impennata nei prossimi mesi. Aziende ed app che offrono ad esempio instant-loans, e penso ad alcune fintech italiane che hanno già siglato accordi con il governo per usare i loro processi e canali digitali per erogare i prestiti a supporto delle pmi in difficoltà o in Germania dove lo scorso aprile una azienda leader del settore real estate ha lanciato la sua piattaforma digitale per “liquidare” la tua casa, ovvero ricevere un prestito quasi immediato garantendolo con una percentuale del tuo patrimonio immobiliare. Anche il wealthtech, ovvero la soluzioni tech per gestire il proprio patrimonio, quello dei clienti, o rendere la vita facile ai consulenti finanziari ha visto un’esplosione con soluzioni 360 che permettono in questo periodo complesso analizzare rischi e prendere decisione tempestive grazie soprattutto agli ormai noti e onnipresenti big data.

Matteo Concas – Co-founder di Penta

Europa per me significa far parte di un movimento che mette la diversità al centro del processo di creazione di una una società migliore.

Una diversità che non riguarda solo il relazionarsi con le altre persone, ma con noi stessi, come forma di arricchimento di quei valori e punti di forza che ognuno sviluppa lungo l’arco della propria vita.

Più ti esponi alle diversità degli altri è più sarà facile riuscire nell’intento di creare il vero te stesso e trovare un proposito nella vita senza per forza dover far riferimento a quello che invece ti è stato inculcato dalla nascita.

Alberto Dalmasso co-founder e CEO di Satispay

Satispay è nata con l’idea di essere una società europea, con l’obiettivo di diventare l’app finanziaria più utilizzata nel Continente. La forza con cui iniziamo a presentarci proprio in questi giorni in Europa, prima in Lussemburgo e poi in Germania, è l’esperienza di una crescita importante in un Paese come l’Italia che già è caratterizzata da diversità di approccio regionale importanti. Nelle regioni del Nord vinciamo perché c’è predisposizione ai pagamenti elettronici e il traino forte sono i consumatori, curiosi verso un servizio che semplifica realmente la vita, in quelle del Sud siamo maggiormente percepiti come unica vera alternativa alle carte, e driver di crescita sono più i negozi alla ricerca di soluzioni convenienti e trasparenti che diano supporto all’attività. Abbiamo studiato soluzioni che rispondono alle esigenze dei consumatori italiani, tutte cose tipiche di questo Paese che molto difficilmente verranno sviluppate con questa cura da parte di grandi colossi internazionali.

Ci siamo allenati così all’internazionalizzazione, che affrontiamo con un approccio locale molto forte. Per vincere nella sfida dei pagamenti frequenti, dei pagamenti di tutti i giorni, per diventare un’abitudine servono delle logiche domestiche. La grande e affascinante sfida per noi sarà di replicare la capacità di risposta alle esigenze nazionali in più Paesi a livello europeo per aggredire questo mercato unico, che però è ancora una serie di Paesi con caratteristiche simili ma anche diverse.

Elena Lavezzi – Head of Southern Europe di Revolut 

Negli ultimi anni l’Europa sta assistendo all’aumento del numero di aziende, di capitali e di talenti in ambito tech. Parallelamente, rispetto alla Silicon Valley, si sta distinguendo in ambito Fintech con alcune tra le scale-up più promettenti al mondo. Lavorare nel mercato europeo è però molto sfidante perchè a differenza di altri, è composto da una realtá frammentata con peculiarità locali spesso molto diverse tra loro in termini di educazione finanziaria, regolamentazione e aspetti socio-culturali, che non sono da sottovalutare. Per questo, poter investire localmente con dei team dedicati che abbiano la giusta esperienza può fare la differenza in maniera sostanziale. 

Giulia Pastorella – Global Strategy Program di HP

Sono rimasta affascinata di come la Corporate Culture dell’azienda americana per cui lavoro venga declinata nei diversi uffici presenti nei vari paesi europei. La meravigliosa diversitá della nostra Unione si materializza nelle piccole particolaritá locali, dalla scelta del mobilio a quella dell’intrattenimento in ufficio – senza dimenticare la mensa. E tra un commento scherzoso sull’accento dell’uno o i gusti culinari dell’altro, in realtá si lavora splendidamente assieme e ci si scopre ogni giorno. La diversitá fa la forza, in questo caso!

Aldo V. Pecora – giornalista, vip speaker, Top Fintech Influencer italiano secondo ABI 

Nonostante anagraficamente appartenga alla prima vera generazione di cittadini europei (ovvero quelli cresciuti dopo la caduta del muro di Berlino), vedo l’Europa come un ideale romantico ancora da raggiungere. Certo, è oramai un’organizzazione politica ed amministrativa con le sue regole, una sua moneta ed il suo mercato più o meno unico. Ma quello che era il sogno europeo, purtroppo, sta attraversando una crisi profonda. 

Abbiamo alle porte una stagione che si annuncia tragica per la ripresa economica e finanziaria dopo l’emergenza Covid-19, e quindi non abbiamo bisogno di mani invisibili, di nuovi Leviatani, di sgambetti tra questo o quel Paese europeo, bensì di iniziative volte a trattenere qui i nostri talenti, dando loro fiducia e tutti gli strumenti necessari perché competano dall’interno dell’Europa e non con l’Europa. 

In ultimo, so che vado off-topic, ma dopo aver citato la mano invisibile non posso non ricordare che il 9 maggio del 1978 un’altra mano, quella del terrorismo, uccideva il prof. Aldo Moro, ed un’altra ancora, quella mafiosa, uccideva il giornalista ed attivista antimafia siciliano Peppino Impastato. Il sogno europeo passa anche da esempi come loro.

Nicolò Pravettoni – Country Manager Crowdestate

Crowdestate è una società digitale che opera cross-country su 7 paesi Europei, adattando il proprio modello di business alle esigenze di ogni singola realtà. Essere una società Europea ci permette di crescere più velocemente e “scalare” il nostro business ad un numero di utenti molto più ampio. Il vantaggio è rilevante anche per i nostri utenti, che possono godere di una diversificazione ancora maggiore. Minori saranno le barriere in futuro e maggiori le opportunità per tutti.

Carlo Valentini, Marketing Manager in fintech, fashion-tech, higher education

Due anni fa un rappresentante italiano presso il parlamento dell’UE ha chiesto orientamenti per scrivere le regole europee per il crowdfunding. Erano interessati a come stavamo lavorando in quel momento, ma la nostra risposta fu un’altra. E userò quella risposta oggi, esprimendo un augurio.

Fintech per l’UE un’opportunità per progettare ciò che l’UE POTRÀ’ essere in futuro, non controllare come è oggi. Fintech ha trasformato il denaro in un nuovo tipo di informazione (prima l’informazione era preziosa come denaro): scorre liberamente, indifferente ai confini, e ora chiunque (più o meno) può creare nuovo denaro. Pensa alle criptovalute e alle monete alternative. Se controlli il flusso di denaro attraverso Fintech vedi che non siamo più italiani, francesi, tedeschi … Siamo europei. O addirittura solo cittadini di un unico mondo.

Solo i regolatori stanno ancora considerando la fintech come una questione nazionale: fintech è già come l’UE SARÀ: senza confini, agile, focalizzata sulle esigenze dei clienti (invece di cercare di dire ai clienti di cosa hanno bisogno), aperta.

È solo una questione di tempo e ben presto tutta la nostra società sarà come è il fintech oggi.