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10 CONSIGLI AI GIOVANI DA 10 FINTECH EXECUTIVES

Durante il 2020 abbiamo intervistato decine di professionisti del settore Fintech in Italia. Ad ognungo di loro abbiamo rivolto la stessa domanda sotto forma di consiglio per i più giovani.

La domanda corrisponde ad un quesito che spesso ci viene posto da parte dei neolaureati che non sanno come avvicinarsi al mondo della finanza, oggi più che mai è contaminato dalla tecnologia: 

“Ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?”

Queste sono le risposte dalle 10 interviste più lette del 2020:

ADRIANO GERARDELLI, DIRECTOR AT PWC ITALY

Fintech e corporation, essendo realtà integrate e non solo complementari, risentono ognuna dell’influenza reciproca dell’altra, condizionandosi a vicenda ed evolvendosi nel continuo. Pertanto, l’ingresso di un giovane laureato nella prima o nella seconda, in nessun caso precluderebbe di attingere agli stimoli ed impulsi offerti dall’altra, in virtù della relazione fluida esistente tra le due. È tuttavia innegabile che entrambe le realtà offrano esperienze formative basate sul core-business e sulla struttura che le caratterizzano: lavorare in un’azienda di grandi dimensioni permette da subito di comprendere le principali dinamiche che la governano ed il settore in cui opera, acquisendo una visione macro del mercato di appartenenza. Allo stesso modo, il settore del Fintech, caratterizzato da estrema dinamicità e continua evoluzione, può risultare tanto accattivante quanto formativo per i giovani, offrendo loro la possibilità di approfondire ambiti legati all’innovazione e alla trasformazione digitale, in linea con il trend attuale e che, da ultimo, costituiranno i capisaldi dell’evoluzione del mercato nei prossimi anni.

ANTONIO LA MURA, COUNTRY MANAGER ITALY AT FINOM

Più che l’azienda, quel che mi sentirei di suggerire è lavorare all’interno di un progetto nuovo e sfidante, e in linea con le proprie ambizioni. Nel mercato ci sono aziende di pochi mesi che sono gestite con processi iper strutturati e realtà con più di 100 anni che hanno invece ancora la stessa agilità e ambizione di una startup. Per questo motivo suggerirei di concentrarsi più sul lavoro che si andrà davvero a fare, sulle persone con le quali si andrà a collaborare, a quanto si può imparare e sull’impatto che questo progetto può avere sulla propria crescita personale.

Che il tuo lavoro sia in una startup o in una corporation, per poter avere successo hai bisogno di coraggio, curiosità e resilienza. Se trovi il progetto giusto e convincente, allora sarà quella la scelta migliore.

CARLO GUALANDRI, FOUNDER E CEO DI SOLDO

Dipende totalmente dalla qualità dell’opportunità e dell’esperienza che può fare. Un ragazzo dovrebbe sempre ragionare su come investire per imparare di più e aumentare il proprio valore, soprattutto quando è giovane e non ha ancora vincoli. 

Le possibilità migliori potrebbero venire sia dal mondo fintech che dal mondo della finanza classica ma la valutazione deve essere fatta in modo molto oggettivo.

FAUSTO MAGLIA, CHIEF PRODUCT OFFICER DI CASAVO

Limito la riflessione a chi, come me, ha sempre avuto una passione per il mondo tech senza però voler essere uno sviluppatore. Nel mio caso, l’interesse per il business era troppo forte per dedicarmi totalmente allo sviluppo software, anche se sono stato tentato.

Il consiglio principale è di leggere ciò che offre la letteratura: Clayton M. Christensen, Nir Eyal, Eric Ries, Marty Cagan e gli autori di “Play Bigger” sono i primi nomi che suggerirei. Consiglio poi, se non si ha la possibilità di seguire un percorso di carriera chiaro (non ci sono molte Google o Netflix qui da noi), di attivare dei side project per poter fare esperienza, e di fare magari un’esperienza all’estero nei grandi hub di innovazione digitale (Londra, Berlino, Amsterdam, Parigi ma recentemente anche Barcellona).

Il consiglio principale però è di non lasciarsi troppo affascinare da chi racconta le storie “romanzate” di startup di successo, perché si rischia di unirsi alla schiera di storyteller che l’innovazione la narrano soltanto. Come tutti gli altri percorsi anche quello nel mondo tech è in salita ed estremamente serio, e c’è bisogno di persone che abbiano voglia di apprendere, essere visionarie, ma che poi sappiano concretizzare tutto con razionalità.

FEDERICO ROESLER FRANZ, COUNTRY MANAGER ITALY AT RAISIN

Questo dipende dagli obiettivi personali, ma avere esperienza da entrambe le parti – in una startup o in un’azienda più tradizionale – è enormemente utile per comprendere le diverse esigenze, risorse e culture delle aziende più grandi e più vecchie rispetto a quelle più nuove e più agili. Chi lascia gli studi può anche notare che l’una o l’altra cultura si adatta meglio alla propria personalità: le startup fintech hanno spesso gerarchie flat e processi più semplici, e lavorare in una di esse può significare aiutare a costruire l’azienda dalle fondamenta e pensare fuori dagli schemi. Allo stesso tempo, lavorare in una grande azienda può significare imparare come un’azienda già di successo fa le cose, acquisendo esperienza con processi e strutture di team molto più complessi. 

FEDERICO SFORZA, CEO & CO-FOUNDER AT AIDEXA

Assolutamente si, soprattutto se il talento ha voglia di affermarsi e di far accadere le cose. Negli ultimi mesi abbiamo attratto tra gli AideXer diversi talenti giovanissimi, provenienti direttamente dal mondo universitario: il valore che stanno contribuendo è sorprendente. Da un lato, le opportunità che hanno di crescere in un’organizzazione “flat” come la nostra, dove c’è tantissimo da fare e la responsabilità è “di chi se la prende” sono infinite. Dall’altro, possono essere giornalmente affiancati da competenze ed esperienza, sia nel mondo tecnologico che nel mondo bancario, che le supportano al momento del bisogno nella crescita, che avviene in modo accelerato. Ancora più importante: siamo persone prima di azienda, che hanno condiviso valori forti come l’imprenditorialità, l’innovazione, la velocità, la passione e l’entusiasmo. In questo ambiente, il talento può crescere, svilupparsi e “shape the future” immediatamente, anche del paese.

MARCO MASOTTO,  HEAD OF SECURITISATION PLATFORM AT CARDO AI

Le grandi corporation offrono senz’altro dei percorsi di inserimento e crescita strutturati con delle esperienze di apprendimento definite che permettono di crearsi delle conoscenze specifiche molto solide ed in tempi brevi. In una start-up invece bisogna costruirsi il proprio percorso mentre si costruisce l’azienda e non è cosa per tutti. Lavorare in un ambiente poco strutturato, anche se ha degli svantaggi, ti porta a dover prendere decisioni in ogni momento (con le conseguenti responsabilità) ma allo stesso ti mette in “presa diretta” con il risultato del tuo lavoro.

Se si è pronti ad accettare le sfide, impegnarsi a fondo per migliorare il prodotto e se stessi, le start-up offrono opportunità uniche per imparare cosa serve a realizzare qualcosa. 

Bisogna però stare attenti a scegliere dei progetti credibili portati avanti da team solidi, che siano in grado di mettere insieme vision ed execution, avendo allo stesso tempo la capacità di trasmettere valori e competenze ai propri collaboratori. 

NICCOLÒ PRAVETTONI, COUNTRY MANAGER ITALY AT CROWDESTATE

Sono convinto che entrambe possano essere delle esperienze molto formative. La grande azienda insegna ad avere un metodo di lavoro strutturato e a seguire dei processi ben definiti. Dall’altra parte, lavorare in una startup fintech, è molto diverso. Gli obiettivi possono cambiare anche a distanza di giorni ed è necessario riuscire ad adattarsi velocemente al cambiamento. Ci sono però grandi opportunità di crescita e di fare la differenza sin da subito. Per un giovane che si affaccia al mondo del lavoro credo possa essere un’opportunità molto stimolante! 

ROMI FUKE, FONDATORE DI IN-LIRE

Il mio consiglio è di maturare prima delle esperienze nella finanza classica anche attraverso  ruoli specifici all’interno delle imprese. Bisogna capire le dinamiche economico finanziarie reali e quindi le necessità del mercato, per avere l’intuizione realmente di successo. Molte idee purtroppo hanno poca aderenza con la realtà. Inoltre non basta la buona idea per lanciare una nuova impresa, spesso chi ha le idee non ha capacità imprenditoriale. Lo vediamo anche nel nostro settore con modelli che bruciano continuamente cassa.

STEFANO ROSSI, COUNTRY MANAGER DI LITA.CO ITALIA

Potendo scegliere, suggerirei ad un neolaureato di cominciare la propria carriera in un’azienda strutturata che possa permettersi di investire nella formazione dei propri dipendenti. Avrebbe l’opportunità di crescere in un ambiente protetto, imparando dai propri superiori e confrontandosi con i colleghi. Lavorare in una startup è una splendida opportunità di vita che consiglio a tutti ma che richiede, da subito, un elevato grado di autonomia ed una buona base di competenze consolidate.

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FEDERICO ROESLER FRANZ, COUNTRY MANAGER ITALY AT RAISIN

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale, come sei arrivato al Fintech?

Ho sempre lavorato nel mondo startup, e dopo una breve esperienza di internship a Londra, 10 anni fa ho iniziato la mia carriera in Bulsara Adverstising, una startup nel mondo media lanciata insieme ad altri ex colleghi dell’università, in cui ho lavorato fino al 2016.

Ho collaborato successivamente per una società di consulenza su un progetto digitale nel mondo bancario, e poi nel 2017 mi sono spostato a Berlino, iniziando a lavorare da Lesara come Direttore del Sud Europa. Ma ad essere sincero, per quanto fossi contento della posizione, il business non si è rivelato così interessante (si trattava di un e-commerce nel mondo fashion, l’azienda purtroppo è fallita in seguito), mi mancava il mondo bancario. Così appena si è aperta la possibilità di entrare a far parte del team italiano di N26, di cui ero già un cliente molto soddisfatto, come FTE n.2 non ci ho pensato due volte. È stata un’esperienza fantastica e in un anno siamo passati da 0 a 100k clienti nel mercato. Dopo circa un anno e mezzo sono entrato in Raisin.

Al momento da Raisin ricopro il duplice ruolo di Head of Banking Relationship Management e Country Manager Italy, quindi in primo luogo gestisco il team che si occupa dei progetti B2B direttamente con le 100 banche che fanno raccolta sulle nostre piattaforme europee, come l’espansione del loro business in nuovi mercati.

Il ruolo di Country Manager Italy si è aggiunto in parallelo successivamente, avendo seguito il progetto del nostro ingresso nel mercato italiano B2C grazie alla partnership con Banca Sella, e gli sviluppi futuri.

FT: Di cosa vi occupate in Raisin?

Raisin permette alle banche attive in Unione Europea di offrire i propri prodotti di deposito in un unico marketplace in diversi mercati (Germania, Austria, Olanda, Spagna, Irlanda, Francia, UK). Attraverso la piattaforma, i clienti possono confrontare i servizi e le soluzioni offerte e sottoscrivere i prodotti più adatti ai loro bisogni, dai conti vincolati ai conti liberi delle nostre banche partner, al momento più di 100 provenienti da 25 Paesi. Tra l’altro, l’Italia è il Paese più rappresentato con 14 banche presenti.

In questi 7 anni, abbiamo transato complessivamente 28 miliardi di euro.

FT: Cosa significa lavorare per uno dei principali unicorni fintech europei?

Non riveliamo la nostra valutazione, quindi non posso parlare specificatamente di unicorno. Cerchiamo davvero di rimanere concentrati sul valore che forniamo ai nostri clienti e ai nostri partner. Guardando al futuro, è molto emozionante e dinamico far parte di una giovane azienda di grande successo e partecipare così alla costruzione di partnership paneuropee con importanti player del nostro settore, aprendo nuovi orizzonti e scalando nello spazio innovativo della piattaforma e dell’open banking.

FT: Quali pensi che siano le prospettive future del fintech in Italia?

Mentre il settore bancario tradizionale in Italia ha una storia incredibilmente lunga, l’Italia sta abbracciando il digital banking da poco tempo relativamente, e di conseguenza le opportunità di open banking e fintech sono estremamente dinamiche, tra cui la nostra recente integrazione con Banca Sella. Facciamo parte di un ecosistema composto da tantissime realtà in diversi verticali, e anche alcune di quelle meno conosciute ad oggi lo faranno sicuramente parlare di loro nei prossimi anni.

L’Italia è stata a lungo un Paese di first mover e sarà lo stesso per il ruolo della grande espansione del fintech.

FT: Ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

Questo dipende dagli obiettivi personali, ma avere esperienza da entrambe le parti – in una startup o in un’azienda più tradizionale – è enormemente utile per comprendere le diverse esigenze, risorse e culture delle aziende più grandi e più vecchie rispetto a quelle più nuove e più agili. Chi lascia gli studi può anche notare che l’una o l’altra cultura si adatta meglio alla propria personalità: le startup fintech hanno spesso gerarchie flat e processi più semplici, e lavorare in una di esse può significare aiutare a costruire l’azienda dalle fondamenta e pensare fuori dagli schemi. Allo stesso tempo, lavorare in una grande azienda può significare imparare come un’azienda già di successo fa le cose, acquisendo esperienza con processi e strutture di team molto più complessi. 

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STEFANO ROSSI, COUNTRY MANAGER DI LITA.CO ITALIA

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale, come sei arrivato al Fintech?

Dopo un’esperienza nella finanza d’investimento al termine del mio MBA presso l’HEC di Parigi, ho deciso di dedicarmi al mondo delle startup e dell’innovazione, specializzandomi in strumenti finanziari alternativi a sostegno dell’economia sostenibile.

Mi sono unito a LITA nel 2017, entrando nel team quando era ancora molto ristretto e contribuendo allo sviluppo internazionale del gruppo: prima da Parigi e poi da Torino e Milano ho diretto il setup ed il lancio di LITA.co Italia, che oggi coordino col ruolo di Country Manager.

FT: Di cosa vi occupate in Lita.co?

LITA.co è la prima piattaforma di crowdfunding in Europa specializzata in finanza di impatto. Da un lato ospitiamo progetti imprenditoriali sostenibili, con un impatto sulla società e l’ambiente che è positivo, misurabile e intenzionale. Dall’altro permettiamo a chiunque di investire, tramite la nostra piattaforma, in questi progetti imprenditoriali anche a partire da piccole somme (anche solo 100€), realizzando uno dei nostri principali obiettivi: la democratizzazione dell’impact investing. Tutte le aziende presentate su LITA rispettano criteri di sostenibilità economica, sociale o ambientale e contribuiscono al raggiungimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibili dell’Agenda 2030, che sono uno dei punti fondanti delle nostre attività di divulgazione per imprenditori e cittadini.

FT: Puoi farci un esempio di campagna che avete lanciato in Italia?

I settori di attività delle imprese che ospitiamo sul portale LITA.co Italia sono i più vari. Il punto fermo rimane sempre la sostenibilità, ambientale e sociale.

Quest’anno abbiamo ospitato la campagna di Humus, una startup innovativa di Cuneo che ha creato una piattaforma di job sharing per il settore agricolo, con la finalità di contrastare il ricorso delle imprese agricole al lavoro irregolare fornendo un contratto di lavoro stabile per i lavoratori.

Proprio in questi giorni stiamo chiudendo una campagna unica nel suo genere, che coniuga gli investimenti nel settore immobiliare con il social housing e la rigenerazione urbana: Homes4All è la startup innovativa e società Benefit di Torino che favorisce la rigenerazione urbana tramite investimenti immobiliari di una rete di investitori privati che hanno a cuore, oltre al rendimento economico, anche l’impatto sociale.

FT: Quale pensi sia la sfida per il mondo degli investimenti sostenibili nel prossimo futuro?

Questa categoria di investimenti è finora rimasta prerogativa dei grandi investitori istituzionali, il grande pubblico ne era escluso se non addirittura inconsapevole della sua esistenza. Negli ultimi mesi in Italia stiamo facendo passi importanti per colmare questo gap. La diffusione di questa sensibilità verso la sostenibilità in più ambiti rende ancora più necessaria l’esistenza di strumenti, come l’equity crowdfunding, utili per democratizzare l’approccio e i criteri della finanza sostenibile e responsabile, rendendola accessibile a tutti.

FT: Un’ultima domanda con la speranza che possa essere di aiuto alla community di FT, ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

Potendo scegliere, suggerirei ad un neolaureato di cominciare la propria carriera in un’azienda strutturata che possa permettersi di investire nella formazione dei propri dipendenti. Avrebbe l’opportunità di crescere in un ambiente protetto, imparando dai propri superiori e confrontandosi con i colleghi. Lavorare in una startup è una splendida opportunità di vita che consiglio a tutti ma che richiede, da subito, un elevato grado di autonomia ed una buona base di competenze consolidate.

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PARLIAMO DI BLOCKCHAIN CON SARA NOGGLER

FT: Partiamo da te, ci potresti raccontare il tuo percorso professionale? 

Arrivo dal mondo della  gestione del credito, folgorata ne 2015 da blockchain, dedico ormai da anni la mia attività allo studio e alla difussione di questa tecnlogia dalle grandi potenzialità trasformative.

Ho fondato nel 2018 un agenzia di comunicazione che si occupa di ufficio stampa e e pubbliche relazioni per Start Up, Corporate e Istituzioni con focus su blockchain e fintech Polyhedra, comunicare al meglio le nuove tecnolgie è fondamentale.

Sempre nel 2018 insieme ad alcuni partner ho fondato il primo Think Tank italiano dedicato a Blockchain: Distributed Minds.

FT: Di cosa vi occupate in Distributed Minds?

Distributed Minds è un think tank italiano indipendente con una visione globale che mira alla creazione di un ecosistema blockchain basato più sulla qualità e sull’adozione, dove inclusione, sostenibilità per il business e trasversalità siano reali e non solo parole.

Per farlo facilitiamo il dialogo tra le istuzioni, le aziende e i cittadini : organizziamo eventi, webinar e inerviste che diffondano ad aprono  un dibattito costruttivo intorno alle sfide della blockchain, dello sviluppo sostenibile e dell’inclusione, con l’obiettivo di proporre nuovi principi, strategie e soluzioni.

Il Think Tank opera con una visione globale e un approccio intersettoriale che esplora le sfide e le opportunità che emergono dalla progettazione, dall’uso e dalla governance delle tecnologie blockchain e DLT. 

Le soluzioni e le raccomandazioni politiche risultanti dal lavoro del Think Tank sono pensate per consentire agli stakeholder e alla politica di anticipare le sfide e sfruttare pienamente le opportunità dell’era digitale.

FT: Come membro della Steering Committee Blockchain di Assolombarda, come credi si stiano muovendo le istituzioni con rispetto alle tecnologie emergenti?

Le istituzioni si muovono, ma ancora a rilento e spesso vi sono tante iniziative frammentate che non riescono ad avere la giusta spinta.

Devono nascere politiche atte a sostenere la creazione di ecosistemi per massimizzare l’uitlizzo delle risorse. La piccola e media impresa italiana ha oggi il forte bisogno di un sostegno sistemico.

Occorre dare all’intero sistema produttivo un’occasione di crescita e sviluppo, mettendo a disposizione agevolazioni, che abbracciano diverse tematiche, che vedono finalmente l’utilizzo di diversi fondi che il Governo mette a disposizione del mondo imprenditoriale. 

FT: Qual è il tuo punto di vista sul futuro delle criptovalute?

Sinceramente penso che la rivoluzione che porteranno sulla nostra economia, sul mondo della finanza, delle banche e e dei pagamenti sarà di gran lunga maggiore di quello che immaginiamo.

Le criptovalute stanno diventando sempre più utilizzate a livello globale e italiano. Anche PayPal ha annunciato di accettare i bitcoin come moneta di pagamento, importante quindi analizzare la situazione attuale, i trend futuri e anche le collaborazioni del settore.

Abbiamo già iniziato a vedere piccole istituzioni entrare nello spazio delle criptovalute. In futuro potrebbe esserci l’ingresso nel settore di istituzioni finanziarie sempre più grandi e la maggior parte dei fondi manterrà una parte delle proprie attività in criptovalute.

FT: Infine vorremmo chiederti cosa consiglieresti a un giovane che vorrebbe avvicinarsi al mondo delle criptovalute? Come e dove formarsi e entrare in contatto con aziende del settore? 

Ci sono vari strumenti anche on line per avvicinarsi a questo mondo, i blog di alcuni esperti statunitensi sono molto interessanti , uno tra tutti che mi viene da citare è il Podcast di Anthony Pompliano.

E poi leggere tanto studiare, verificare e partecipare ai tanti eventi organizzati in Italia e nel mondo che ora sono on line, ma che presto riprenderanno fisici.

Diverse università italiane hanno introdotto corsi specifici su blockchain e criprovalute.

Auspico poi che sempre più ragazze siano attratte da questa tecnologia, dove ancora la presenza femminile è molto bassa. 

Poter contare su un numero più elevato di donne nell’ecosistema blockchain porterebbe ad una maggiore collaborazione e a una governance più attenta.

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GIUSEPPE SCAPOLA, HEAD OF BUSINESS DEVELOPMENT AT CRIPTALIA

FT: Partiamo dal tuo percorso, da informatico a business developer nel fintech, spiegaci come ci sei arrivato.

Come avete riportato, arrivo dal mondo IT in cui ho operato per molti anni, ma ho sempre guardato al mondo degli investimenti, e negli ultimi quasi 4 anni ho investito in maniera “intensa” nel nuovo mondo del P2P: opportunità unica permessa anche dall’utilizzo intelligente delle tecnologie per democratizzare l’accesso e abbassare le soglie di ingresso negli investimenti.

Da tempo racconto le mie attività e il mio percorso, proprio per evitare che gente commetta i miei errori, e lo faccio sui miei canali social, Sito e Canale Telegram, dove una folta community si aiuta a vicenda. Ed è proprio questa mia passione che mi ha portato ad entrare in Criptalia come Head Of Business Development. Ed è forse la prospettiva migliore: lavorare nel mondo che ti piace.

FT: Uno dei tuoi cavalli di battaglia è stato l’evento P2PHeroes nel 2020, dove hai riunito sullo stesso palco diverse piattaforme, quanto credi sia importante nel mondo degli investimenti online farsi conoscere offline?

Confermo, il P2PHeroes è stato un evento creato in pochi mesi, ma di grandissimo successo. Ha riunito le maggiori piattaforme di Crowdfunding nel primo e unico Evento Italiano a tema. Le persone erano ansiose di incontrare dal vivo i CEO e i rappresentanti delle piattaforme in cui investivano i loro soldi e si, ritengo sia molto importante incontrarsi dal vivo, vedere faccia a faccia chi c’è dietro e chi ci lavora. Solo così si può ingenerare un vero rapporto di fiducia. Purtroppo adesso gli eventi sono rimandati a data incerta: ma abbiamo compensato con varie iniziative, come i webinar o altre sessioni Q&A agevolate dalla Community.

FT: Raccontaci di Criptalia, che servizi che offrite e a chi vi rivolgete?

Criptalia è una Società regolamentata fondata dal CEO Diego Dal Cero nel 2018, che permette l’incontro della domanda di accesso a forme di finanziamento alternative al sistema bancario. 

Siamo una Società pienamente Fintech e ci collochiamo nell’area del CrowdLending dando la possibilità al piccolo e medio investitore di poter finanziare Progetti che poi impattano davvero nell’economia Reale, su Startup e PMI.

Siamo fieri di generare, inoltre, con gli interessi ricevuti dagli investitori, un vero e proprio Circolo Virtuoso che molto spesso impatta sulle Società direttamente finanziate sulla nostra piattaforma: alcune delle Imprese, infatti, vendono prodotti reali e Made in Italy che interessano direttamente alla nostra platea, ormai composta da migliaia di iscritti alla Piattaforma di Criptalia.

Vi chiederete, perché FinTech? Semplice, perché abbiamo deciso di affiancare la Blockchain a tutte le altre tecnologie utilizzate per creare lo strato tecnologico di Criptalia nei due anni passati. La Blockchain permette la tokenizzazione degli investimenti intestati ai singoli investitori in modo che siano scritti in maniera immutabile, registrati e visibili.

FT: Data la tua esperienza nel p2p lending come pensi evolverà il mercato italiano da qui a un anno?

La mia speranza è che l’evoluzione del mercato sia compatta e che porti beneficio a tutte le piattaforme, in un’ottica di cooperazione e non di strenua competizione. Le mie previsioni, nel dettaglio, immaginano la non sopravvivenza di piattaforme che non sono entrate nel settore in maniera diffusa, e potrebbero essere fagocitate da altre più grandi. E spero in uno spostamento della liquidità dei conti degli italiani, che si aggira sui 2 mila miliardi, verso un modo di investire veramente innovativo. E che possa premiarei il lavoro di gente che crede davvero che il Sistema possa cambiare.

FT: Ti facciamo un’ultima domanda con la speranza che possa essere di aiuto alla community di FT, ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation? 

Io, che ho alle spalle ormai più di un decennio di esperienza lavorativa, mi sento di consigliare di iniziare il percorso lavorativo in una startup fintech se si ha già un punto di partenza personale già strutturato e organizzato, così da entrare in una realtà frizzante e magmatica sin da subito e con delle solide basi. La grande corporation permette di interfacciarti con dinamiche operative che possono servire ad una formazione di partenza utile per il prosieguo lavorativo in tutti i campi.

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FEDERICO SFORZA, CHIEF EXECUTIVE OFFICER & CO-FOUNDER AT AIDEXA

FT: Partiamo da te, ci potresti raccontare il tuo percorso lavorativo?

FS: Sono io che vi ringrazio, è un piacere anche per me! Ho 46 anni, sono sposato con due figli. Dopo una laurea con lode in Economia e internships all’estero, sono entrato in McKinsey & Company seguendo progetti strategici per clienti FIG. In questo periodo ho poi conseguito un MBA negli Stati Uniti a UCLA, dove ho fatto la mia prima esperienza imprenditoriale fondando Labstream, una società di Bioinformatica, software per le Biotecnologie.

E’ stata una milestone importante, perché per la prima volta mi sono confrontato con le complessità di una startup imprenditoriale, comprendendo l’importanza della comprensione dei bisogni del cliente e del mercato.

Sono poi entrato nel Gruppo Unicredit nel 2005, comprendendo che il settore bancario aveva necessità di trasformarsi, e dopo essere stato Responsabile dei progetti strategici sono diventato Senior Vice President a capo del Multichannel, gestendo le attività digitali in Germania, Austria e Italia. Proprio in questo contesto, mi sono reso conto per la prima volta dell’opportunità di servire meglio i bisogni degli imprenditori. Per questo, nel 2016 ho deciso di accettare la proposta di ING di seguire la Startup della Banca Digitale per le PMI, lavorando con numerose Fintech tra cui il leader mondiale di settore Kabbage.

Dopo l’esperienza in ING, ho accettato la sfida di Nexi, la paytech italiana che è poi stata la più grande IPO europea del 2019, diventando il Responsabile del Self Banking, una business unit con circa 50M€ di fatturato.

Infine, dopo oltre 20 anni di esperienza nel fintech e nel banking, ho deciso insieme a Roberto e ad Promotori di diventare io stesso imprenditore e di creare AideXa, Fintech italiana dedicata esclusivamente alle piccole imprese e alle partite Iva, che ha raccolto 45M€ diventando il maggiore “seed round” italiano di sempre.

FT: Il tuo curriculum include esperienze in grandi gruppi e importanti banche, come è stato passare al fintech? 

FS: In realtà è stato un percorso graduale, progressivo che ora ha subito un’accelerazione imprenditoriale: dopo tanta esperienza in una banca tradizionale, occupandomi di turnaround digitali, sono passato in una Banca Digitale “pura” per poter sviluppare senza legacy nuovi servizi per le imprese. Poi l’esperienza in una Fintech/Paytech leader nel settore dei pagamenti mi ha consentito di consolidare ulteriormente le skill manageriali a 360 gradi in un ambiente digitale agile ed altamente tecnologico.

Da lì, la volontà di creare io stesso una Fintech, in un momento difficile per il paese, mi ha fatto fare l’ultimo passo. Sentivo di avere maturato le conoscenze ed esperienze necessarie, con una Squadra di grande valore, per creare da zero una Fintech ideata per gli imprenditori.

Oggi dopo 5 mesi, siamo una squadra di oltre 30 talenti e stiamo testando il nostro primo prodotto con l’entusiasmo degli imprenditori. L’esperienza sinora è straordinaria!

FT: Come o quanto pensi che possa crescere il fintech da qui a 3 anni? Quali ambiti secondo saranno maggiormente interessati?

FS: Nel 2020 il Fintech comincia a dimostrare tutte il suo potenziale concreto di diventare motore di crescita e di cambiamento, non solo in Europa, ma anche e soprattutto in Italia. Questo trend accelererà ancora di più nei prossimi tre anni: l’Italia, essendo una delle economie più arretrate d’Europa dal punto di vista digitale, rappresenta anche la più grande opportunità di crescita per gli investitori, in due ambiti.

Prima di tutto nel mondo dei pagamenti, dove “tutto è iniziato”: stiamo assistendo a una crescita dei pagamenti digitali esponenziale, con numerosissimi player nazionali e internazionali che si stanno affermando sul mercato. Negli ultimi anni i pagamenti digitali in Italia continuano a crescere a doppia cifra (+11% yoy nel 2019, +15% yoy nel 2020), più rapidamente di ogni altro paese d’Europa. Per avere la conferma della “Leadership” italiana in questo ambito, basta guardare alla recente operazione Nexi/SIA e Nets, che ha creato di fatto la più grande Paytech Europea. Oppure al maxi-round di finanziamento di Satispay che ha attratto investitori del calibro di Jack Dorsey (inventore di Twitter).

In secondo luogo, grazie anche a cambiamenti “disruptive” come “l’open banking” e la PSD2, nell’ambito del Fintech per le Imprese. In Europa si assiste da un paio di anni alla nascita di fintech e banche ben capitalizzate dedicate alle PMI, come Monzo, OakNorth, Starling Bank, Tide, Penta, October. Anche qui il Fintech tricolore comincia ad affermarsi, e a cogliere l’opportunità dell’Open Banking per sviluppare servizi innovativi per gli imprenditori, sia di credito che transazionali. AideXa è stato il più grande seed round del 2020 in Europa. Per la prima volta abbiamo creato una Fintech, che ha già richiesto la licenza bancaria, dedicata e specializzata solo per gli imprenditori. Questo trend di crescita e consolidamento continuerà nei prossimi anni, perché l’Italia, con i suoi 7 Milioni di Piccole Imprese rappresenta il più grande mercato Europeo di SME, oltre ad essere il cuore economico del Paese.

FT: Quali credi siano stati gli effetti del covid che hanno maggiormente impattato il settore?

FS: Il Covid, che tutti purtroppo avremmo voluto evitare, ha portato con sé tensioni importanti sull’economia, mettendo in difficoltà numerosi settori, dal travel alla ristorazione, ma anche alcune opportunità rivelanti, a partire dalla digitalizzazione.  La «No Touch economy» che si è venuta a creare, ha accelerato la digitalizzazione degli imprenditori e di tutti noi.

Ad esempio, l’e-commerce sta crescendo a doppia cifra: tra marzo e settembre 2020 le vendite cumulate sono salite del 32% yoy. Rappresenta un’opportunità unica di rispondere e risolvere i principali “mal di pancia” degli imprenditori nelle relazioni con il sistema finanziario: trasparenza, velocità e semplicità.  Grazie all’open banking, alla PSD2, ai nuovi approcci di AI e Machine learning si sono create le condizioni di un  momento unico per creare nuovi prodotti e servizi, digitali e a distanza. La missione di AideXa è questa: facilitare la vita dell’imprenditore costruendo insieme esperienze finanziarie semplici, veloci e sorprendenti. Vogliamo accompagnare gli imprenditori nello sviluppo dei loro progetti e della loro azienda, facendo leva sulle nuove tecnologie.

FT: Banca Idea è nata durante il periodo del lockdown, un segnale positivo per l’imprenditoria italiana, come è nata l’iniziativa?

FS: Il progetto Banca Idea nasce da lontano, nel 2019, dalle idee di un gruppo di imprenditori – a partire da Roberto Nicastro e dal sottoscritto – provenienti sia dal mondo bancario che dal mondo Fintech. Vi svelo un piccolo segreto: un comune amico ed ex collega, che oggi è anche nostro investitore, sapeva che sia io che Roberto volevamo creare una fintech dedicata agli imprenditori e ci ha rimesso in contatto dopo alcuni anni: siamo letteralmente partiti da un caffè e alcune idee su foglio di carta. 

Nel tempo, abbiamo consolidato le nostre idee e portato in squadra altri promotori di grande talento e competenze, che condividono la nostra visione imprenditoriale. A marzo, in pieno Covid, abbiamo avuto l’opportunità di chiudere un round di finanziamento con investitori sinergici di grande profilo, Venture Capitalist come 360 Capital Partners e numerosi angels con competenze distintive in ogni ambito. Nonostante il Covid, lavorando da remoto con resilienza, non abbiamo esitato a lasciare i nostri lavori e creare AideXa, spinti dalla convinzione di poter supportare gli imprenditori in modo diverso, proprio in un momento critico per il Paese.

FT: Ti faccio un’ultima domanda con la speranza che possa essere di aiuto alla community di FT, ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

FS: Assolutamente si, soprattutto se il talento ha voglia di affermarsi e di far accadere le cose. Negli ultimi mesi abbiamo attratto tra gli AideXer diversi talenti giovanissimi, provenienti direttamente dal mondo universitario: il valore che stanno contribuendo è sorprendente. Da un lato, le opportunità che hanno di crescere in un’organizzazione “flat” come la nostra, dove c’è tantissimo da fare e la responsabilità è “di chi se la prende” sono infinite. Dall’altro, possono essere giornalmente affiancati da competenze ed esperienza, sia nel mondo tecnologico che nel mondo bancario, che le supportano al momento del bisogno nella crescita, che avviene in modo accelerato. Ancora più importante: siamo persone prima di azienda, che hanno condiviso valori forti come l’imprenditorialità, l’innovazione, la velocità, la passione e l’entusiasmo. In questo ambiente, il talento può crescere, svilupparsi e “shape the future” immediatamente, anche del paese.

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IL FUTURO DEL PROPTECH SECONDO NICCOLÒ PRAVETTONI

FT: Partiamo dal tuo percorso, da Google al fintech, spiegaci come ci sei arrivato.

Dall’inizio del mio percorso professionale, ho sempre lavorato nel mondo digital dove ho avuto la fortuna di lavorare per alcune delle società più importanti del settore. Inizialmente per Airbnb e successivamente in Google, dove mi sono occupato di coordinare alcuni progetti ad alto contenuto innovativo.

In parallelo a queste esperienze, ho sempre coltivato una forte passione per il mercato immobiliare, derivante dalla mia storia familiare. 

Lavorando in Google, ho avuto l’opportunità di conoscere da vicino alcune tra le startup più promettenti del panorama Proptech Europeo, è così che sono entrato in contatto con Crowdestate ed è iniziato il mio percorso nel mondo Fintech.

FT: Data la tua esperienza nel Proptech secondo te come può convivere la tradizione del settore immobiliare con l’innovazione del fintech? 

Il mercato immobiliare, nonostante le proprie dimensioni e la grandezza anche in termini economici del settore, rimane molto spesso ancorato a dinamiche molto tradizionali. 

Credo ci sia ancora tantissimo margine per innovare il settore, da diversi punti di vista . Il più delle volte si tratta di innovazioni incrementali e di processo, che possono però aprire grandi opportunità per nuovi player. 

FT: Quali saranno le nuove tendenze del proptech? 

Il mondo del real estate è molto ampio e le innovazioni si presentano su tantissimi fronti. Ad oggi una delle tendenze maggiormente in crescita riguardo le modalità di acquisto di una proprietà immobiliare. Se dovessi scommettere su qualcosa, credo che il fenomeno del “group buying” possa essere molto interessante.

FT: Ci può spiegare più dettagliatamente cosa si intende per group buying? 

Si tratta di dare la possibilità a dei privati di acquistare un intero stabile, formato da più appartamenti e che solitamente necessita di una ristrutturazione. Ognuno dei partecipanti diventerà proprietario dell’appartamento scelto, sostenendo in parte i lavori di ristrutturazione.

Il processo di acquisto avviene in maniera molto fluida, poichè coordinato da una piattaforma di crowdfunding che certifica inoltre la bontà dell’investimento e coordina le attività di raccolta fondi e di compravendita delle unità immobiliari.

Se ci pensiamo bene, non è un concetto nuovo rispetto al semplice acquisto di una casa da ristrutturare. La grande novità risiede nel fatto che grazie alle piattaforme di crowdfunding si possono unire molte persone creando una massa critica importante.   

In questo modo, gli acquirenti hanno un risparmio sostanziale sul valore d’acquisto, effettuando direttamente l’investimento senza la necessità passaggi intermedi o grosse commissioni di vendita.

FT: Ti faccio un’ultima domanda con la speranza che possa essere di aiuto alla community di FT, ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation? 

Sono convinto che entrambe possano essere delle esperienze molto formative. La grande azienda insegna ad avere un metodo di lavoro strutturato e a seguire dei processi ben definiti. Dall’altra parte, lavorare in una startup fintech, è molto diverso. Gli obiettivi possono cambiare anche a distanza di giorni ed è necessario riuscire ad adattarsi velocemente al cambiamento. Ci sono però grandi opportunità di crescita e di fare la differenza sin da subito. Per un giovane che si affaccia al mondo del lavoro credo possa essere un’opportunità molto stimolante!  

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ISABELLA SEVILLA Y MARI-CARMEN MARX DE F10

FT: Empecemos con vuestras experiencias laborales, contadnos, dónde empezastéis y ¿a qué os dedicáis hoy en F10?

Isabella Sevilla: Soy parte del equipo F10 en España en el papel de “Ecosystem Lead”. Esto significa que soy responsable de conectar a las diferentes personas y empresas que son importantes para impulsar la innovación en la industria bancaria y de seguros. Esto incluye la relación con los mejores expertos que están asesorando a nuestras startups. Pero también la conexión con los reguladores relevantes, la academia y los medios de comunicación.

Mari-Carmen Marx: Soy parte del equipo directivo que lidera la expansión de F10, una incubadora y acelerador originario de Suiza, a España. Aterrizamos en España a principios de septiembre y hemos estado ocupados preparando todo desde entonces. 

FT: ¿Por qué F10 decidió apostar por España para establecer su programa de incubación y aceleración? 

En España hemos visto un gran potencial en el sector de los bancos y las aseguradoras ya que el ecosistema innovativo en estos sectores es actualmente subdesarrollado a nivel mundial junto con un reciente crecimiento en la inversión de startups tecnológicas. Con el apoyo de SIX y BME, estamos seguros de que podemos aprovechar mucho de este potencial para impulsar el ecosistema de innovación español.

Con nuestras otras oficinas en Suiza y Singapur, el mercado español también nos da acceso al mercado de la UE por un lado, así como una puerta al mercado latinoamericano por el otro. Esto es importante para nosotros ya que estamos buscando construir una red de innovación realmente global.

FT: ¿Qué hace a F10 único y cómo podríamos conocer más sobre el ecosistema? 

Con F10 estamos creando un ecosistema centrado en la creación de innovación para el sector bancario y de seguros, y nos enfocamos en las verticales FinTech, InsurTech, RegTech y DeepTech, aportando una red internacional. No es solo la experiencia en los programas, sino la capacidad de intercambiar experiencias y de aprovechar la visibilidad que le da a las empresas, las startups y hasta a los inversores.

También fuimos capaces de construir un excelente historial en los últimos 5 años con más de 120 startups exitosas que recaudaron más de 100 millones de dólares en capital inicial. También estamos contentos de que empresas destacadas formen parte del F10, como Generali, SIX, Julius Baer y muchas más… y pronto podremos anunciar oficialmente a destacadas empresas españolas que se unan al F10.

Por lo tanto, si eres una empresa, una startup o inversor interesado en formar parte de nuestro ecosistema de innovación, por favor, ponte en contacto y visita nuestra página web. Ahora mismo estamos buscando las mejores startups en el espacio de FinTech, RegTech, InsurTech y DeepTech, para que formen parte del primer programa de incubación que empieza en Marzo del 2021 en Barcelona. Si estás interesado en postularte, ¡las solicitudes están abiertas!

FT: ¿Cuál creéis que es el desafío más grande en los próximos años para el ecosistema fintech español? 

España tiene una excelente reserva de talento y es un lugar atractivo para la innovación en fintech – siendo parte de la Unión Europea y actuando como enlace con América Latina, una de las áreas emergentes más  dinámicas de fintech. Por lo tanto, estamos comprometidos a reunir a los principales actores – las grandes empresas, las mejores  startups y los inversores. Iniciativas como España Digital 2025 y el reciente lanzamiento del  ‘sandbox’ regulatorio apoyarán aún más el desarrollo.

Sin embargo, a  nivel mundial, todavía tendremos que recuperar terreno para estar en la misma liga que los EE.UU., el Reino Unido o Israel. Esto requiere emprendedores resistentes y comprometidos que quieran crear el futuro de la banca y los seguros. Y nuestro lanzamiento en España es un fuerte compromiso para hacer que esto suceda. 

FT: Os hacemos una última pregunta para que pueda ser de ayuda a la comunidad de FT, qué pensáis que podría ser mejor para un joven, ¿empezar en el mundo laboral con una start-up con fuerte capacidad de innovación o una big corporation? 

Una vez escuché a un ponente en una conferencia que se refería a los bancos como “grandes FinTechs” – esto resonó conmigo porque creo que el mercado está cambiando de una manera donde tanto los titulares como las startups tienen que luchar por su posición en el mercado.

Por lo tanto, creo que independientemente de cuál uno elige (y ambos pueden enseñar mucho), será cada vez más importante traer una mentalidad emprendedor a su trabajo.

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INTERVISTA A MAURO MASSIRONI, HEAD OF SALES AT AZIMUT WEALTH MANAGEMENT

FT: Partiamo da te, ci potresti raccontare il tuo percorso professionale? 

Ho iniziato a lavorare come trader in ABN AMRO (poi AAA Bank), sebbene fossi sempre nell’abito finanziario, svolgevo di fatto un lavoro completamente diverso da quello che faccio ora.

All’epoca pensavo che l’essenza della finanza fosse dentro quei ticker che si muovevano su e giù sullo schermo del mio Bloomberg; mi sbagliavo di grosso.
Come scrive Paolo Basilico nel suo libro “Uomini e Soldi”: la finanza, nell’essenza, è una materia intimamente umana.
Ho capito solo in un secondo momento che il mio vero amore erano “le persone” e la finanza rappresentava il modo in cui potevo occuparmi di loro.

Attraverso la possibilità di affiancarli nella pianificazione e nella gestione dei loro investimenti (e dunque, in ultima analisi, della loro vita) oggi ho questa possibilità. 
Dopo un paio d’anni come responsabile ufficio studi di una banca con una piccola rete di consulenti finanziari, sono dunque arrivato nel 2008 in Azimut dove, dal 2013 lavoro nella Divisione Wealth Management, come Head of Sales. 

FT: Considerando la tua esperienza lavorativa, come pensi che la tecnologia possa aiutare nel processo vendita? 

La tecnologia è un abilitatore straordinario e può aiutare tantissimo in ogni fase del processo.

Nel 2017, CapGemini, ha pubblicato nel suo “World Wealth Report” un’analisi sull’hybrid advice, in cui descriveva il suo “Hybrid Advice Framework”.
Un processo di 5 step (profile/develop/execute/manage/report) in cui, per ciascuna fase, indicava quanto la tecnologia avrebbe potuto supportare/sostituire l’uomo.

Riprendendo, idealmente, quel processo, mi sento di dire che nella fase di “pre-sales” la tecnologia può indubbiamente aiutare a gestire meglio il funnel di vendita (ad esempio con tool di CRM e i tanti modi per fare lead generation). Si tratta, a mio giudizio, di qualcosa che consente di gestire e sfruttare al meglio il database dei contatti di ciascun consulente; database che -tuttavia- al momento continua a nascere e svilupparsi per lo più dall’interazione fisica e dalle referenze tra le persone ed i consulenti.

Nella fase successiva di on-boarding della clientela la tecnologia è indubbiamente uno strumento utile per assicurarsi un censimento corretto fin dal principio (non ci sono campi mancanti o errori di compilazione…) oltre che un supporto concreto al risparmio di carta (anche in ottica ESG) per la stampa di documentazione di onboarding che -periodicamente- viene poi mandata al macero.

Lo step successivo è quello dell’assestment e dell’analisi degli obiettivi: è lo step in cui  vedo ancora una componente assolutamente determinante della persona.
Se è vero che i tool ci possono aiutare a profilare meglio i clienti e possono suggerirci bisogni latenti in funzione dei profili (big data, smart data) è anche vero che è proprio in questa fase che l’empatia umana può fare la differenza rispetto ad un freddo questionario online.
Questa fase resta (e credo resterà per un po’) ad esclusivo appannaggio dell’interazione umana, quantomeno per i profili di alta complessità.

Durante la fase di proposta del portafoglio la tecnologia diventa invece fondamentale. 

Solo grazie alla potenza di calcolo dei computer oggi possiamo valutare un’offerta di prodotti di investimento così ampia come quella che offriamo ai nostri clienti e solo grazie ai computer siamo in grado di adempiere con serenità anche a tutti gli adempimenti normativi necessari per lo svolgimento della professione.
Nel monitoraggio successivo all’implementazione del portafoglio finanziario, la tecnologia può sicuramente aiutarci, grazie ad alert automatici (superamento di determinati limiti di volatilità o drawdown) e consentendoci di proporre ribilanciamenti o riallocazioni periodiche.
Anche in questo caso però, se la componente di “input” è sicuramente guidata dalla tecnologia, la mia sensazione è che sia comunque necessaria la presenza “umana” per trasferire l’output al cliente (argomentandolo e coinvolgendolo).
Stessa cosa per la fase di reporting. Indubbiamente i clienti oggi vogliono e devono poter controllare in autonomia la propria posizione patrimoniale, ma un corretto monitoraggio richiede la capacità di interpretare quei numeri, non solo di andare a consultarli.
Per cui anche in questo caso il contributo del consulente lo vedo importante. 

Insomma, che sia a supporto delle fasi di “marketing” o della fase di “costruzione del portafoglio” oggi non sarebbe davvero possibile fare a meno della tecnologia ma, allo stesso modo, credo siamo ancora lontani dal rischio di poter fare a meno delle persone.  Per fortuna, aggiungo.

FT: Abbiamo visto che nel periodo del lockdown hai fatto partire un “side project” Onebookonepage, ci puoi raccontare come ti è venuta in mente l’idea? 

Si tratta di un mio progetto personale che nasce dalla mia pratica sistematica di evidenziare e appuntare i concetti chiave delle mie letture in materia economico-finanziaria, di management & leadership, marketing, vendite, produttività, psicologia e comunicazione… il tutto per una più rapida consultazione all’occorrenza. 

Da anni ho infatti sviluppato un personale modo di “annotare” i libri che leggo e una volta terminata la lettura mi impongo di realizzare queste schede (che nascono con un banale foglio A4 scritto a penna!).
Durante il lockdown, forse anche per la criticità della situazione in cui eravamo tutti costretti, sentivo la voglia di “donare” qualcosa agli altri. Ho quindi pensato di condividere questo archivio con i miei contatti e con chiunque avesse piacere di goderne per questo l’ho messo a disposizione sul mio profilo linkedin.

Lungi da me scoraggiare la lettura integrale dei libri in questione o sostituirmi alle autorevoli penne che li hanno scritti: si tratta piuttosto della volontà di condividere, in puro spirito “giver”, degli spunti che ho trovato interessanti per me con l’augurio che possano esserlo per altri.

Oggi il progetto ha raggiunto il decimo episodio, con alcune centinaia di migliaia di visualizzazioni e parecchie attestazioni di interesse da consulenti e wealth manager di ogni parte d’Italia.

FT: La particolarità del tuo progetto sta soprattutto nell’affrontare le tematiche dei libri che leggi declinate al mondo finanziario, ci domandiamo quindi come sta influenzando il tuo lavoro? Ti ha aiutato a rimanere vicino alla rete? 

All’inizio proponevo solo la scheda del libro.
Poi qualcuno mi ha suggerito di aggiungere il mio punto di vista, chiedendomi di condividere come pensavo che questi libri potessero essere utili ai consulenti finanziari. 

Ho quindi aggiunto un’ulteriore pagina in cui -il più delle volte- condivido degli spunti raccolti dalle best practice dei colleghi con cui ho la fortuna di lavorare ogni giorno in Azimut.

È dunque diventato un ulteriore esercizio per me, che mi obbliga a mettere a fuoco degli spunti pratici per l’attività dei colleghi, ma mi sta anche aiutando a “catalogare” molte di queste best practice.

In merito alla vicinanza alla rete: OneBookOnePage è stata un’ulteriore occasione per confrontarmi con i colleghi: mi chiamano per discuterne, per confrontarsi su qualcosa che potrebbero fare loro stessi in prima persona. 

In fin dei conti era proprio questa la motivazione iniziale con cui avevo lanciato il progetto; la speranza di poter essere di stimolo.

Mi ha fatto poi particolarmente piacere riscontrare che i feedback positivi e le richieste di confronto su questi temi non arrivano solo da colleghi della mia società, ma anche da consulenti che lavorano per altre realtà. È un terreno comune su cui confrontarsi, indipendentemente dalla maglia che si indossa, con il fine di migliorare la nostra professionalità.

FT: Infine vorremmo chiederti cosa consiglieresti a un ragazzo che sogna di entrare nel mondo della consulenza finanziaria, quale skill secondo te dovrebbe sviluppare? 


Ci sono due elementi che, a parità di condizioni, credo possano fare la differenza per il successo professionale nel mondo della consulenza finanziaria:

  • Le soft skills relazionali: sono sempre più convinto che elementi empatici e di relazione siano sempre meno “soft skills” e sempre più una pietra angolare della professione.
    Non sto parlando della capacità di “essere commerciale” o “vendere”, sto parlando della capacità di allinearsi e sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda dei clienti. Gestirne il patrimonio non è solo individuare il prodotto giusto/migliore, ma piuttosto accompagnare i clienti lungo un percorso durante il quale la fiducia e l’empatia sono fondamentali.
    Ricollegandomi a quanto affermato prima ci sono già e ci saranno sempre di più computer in grado di realizzare un portafoglio (almeno in teoria) migliore di quello che potremmo strutturare noi consulenti, ma non c’è nessun computer -ad oggi- in grado di far “aprire” un cliente nel raccontare i propri obiettivi, sogni, paure.. perché ciò succeda serve una cosa che si chiama empatia e le cosiddette “soft skills relazionali” sono il modo per svilupparla ed affinarla.
  • Competenze tecniche specialistiche. Il tempo dei “generalisti” è finito. Se è vero che la maggior parte delle società di consulenza finanziaria oggi offrono team di specialisti in grado di affiancare un consulente su specifiche esigenze, è anche vero che identificare la propria nicchia e diventarne in prima persona degli esperti ci consente di creare il nostro “oceano blu”.
    Accanto quindi alle competenze relazionali e ad un’ottima conoscenza “generale” degli ambiti necessari per svolgere la professione, credo sia fondamentale individuate una nicchia e specializzarsi in essa. Sarà la porta di ingresso verso il successo professionale.
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ENTREVISTA A ALFONSO SAINZ DE BARANDA, CHIEF GROWTH OFFICER DE BNEXT

FT: Empecemos con tu experiencia laboral, cuéntanos, dónde empezaste y ¿a qué te dedicas hoy en Bnext?

Empecé en Bnext como el, ¿7º? miembro del equipo, cuando apenas habíamos levantado nuestro primer Crowdfunding de 340.000€. Mi rol desde ese momento no ha cambiado, Chief Growth Officer aunque es cierto que mis responsabilidades han evolucionado… mucho 🙂

FT: El haber empezado tu carrera como consultor ha sido útil para tu experiencia como emprendedor en el mundo fintech? 

Totalmente. La consultoría, con sus más y sus menos, te enseña una ética laboral que es muy buena para el emprendimiento. Básicamente, te enseña la importancia de hacer un trabajo de calidad en tiempos muy cortos, aprendiendo a priorizar y entender que es lo que quiere el cliente. Y además, te da una resiliencia que como emprendedor se pondrá a prueba… muchas veces.

FT: En los últimos años hemos visto crecer Bnext de forma exponencial, hemos participado en la última campaña de crowdfunding como inversores, ¿hay alguna novedad que nos puedas contar?  

El COVID ha sido un duro golpe para los Españoles, y también para nosotros. Afortunadamente, el golpe nos pilló con dinero en el banco y con un equipo super comprometido que está dándolo todo.

Ahora mismo nos encontramos en medio de una migración de VISA a Mastercard que va a suponer un cambio brutal para nuestros clientes.

FT: ¿Cuál crees que es el desafío más grande en los próximos años para el ecosistema fintech español? 

Encontrar modelos de negocio viables que permitan ser sostenibles en un mundo donde la financiación va a ser cada vez más escasa.

FT: Te hacemos una última pregunta para que pueda ser de ayuda a la comunidad de FT, qué piensas que podría ser mejor para un joven, ¿empezar en el mundo laboral con una start-up con fuerte capacidad de innovación o una big corporation? 

Ninguna es mejor o peor. Creo que lo importante es lo que saques del trabajo. Lo más importante es que, estés donde estés, no dejes de formarte nunca y que siempre intentes salir de tu zona de comfort.