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Francesca Passeri, Deputy Director at European Crowdfunding Network

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale e come sei arrivata al crowdfunding?

FP: Grazie a voi per la bella opportunità! Posso dire che professionalmente sono nata con il crowdfunding, nonostante il mio background accademico fosse molto più orientato alle relazioni internazionali e agli affari europei. Sono arrivata in Eurocrowd nel 2016 (all’epoca ancora ECN), un po’ per caso perché ero in cerca di opportunità di tirocinio su Bruxelles, e poi non sono più andata via. È uno strumento che mi ha permesso di combinare le conoscenze e la formazione in ambito di politiche più “tradizionali” (fondi e finanziamenti europei, finanza tradizionale, politica di coesione e sviluppo regionale) con un approccio innovativo in un settore considerato tra i più ostici per i non addetti: quello della finanza. In questo momento mi trovo ad essere co-direttore dell’unico network che rappresenta il settore del crowdfunding a livello europeo e devo dire che lo sviluppo che ho avuto modo di vedere nei passati cinque anni è stato davvero entusiasmante, ma sono certa che lo sarà ancora di più dal momento in cui entrerà effettivamente in vigore il regolamento europeo per i fornitori di servizi di crowdfunding. 

FT: La normativa Europea cambierà il volto delle piattaforme di crowdfunding, puoi spiegarci come? 

FP: Per come è strutturata, la normativa si propone l’ambizione di avviare un percorso di standardizzazione delle regole operative e delle norme a protezione degli investitori nel settore del crowdfunding in Europa. Appare chiaro che il testo che entrerà in vigore, integrato dagli standard tecnici di ESMA, sia solo un primo passo. La volontà di consolidare il mercato e renderlo ancora più interessante agli occhi di imprese e investitori è dimostrata chiaramente nel testo pubblicato dalla Commissione Europea, che già prevede una revisione di medio periodo della normativa dopo i due anni dall’entrata in vigore. Ci aspettiamo un consolidamento del mercato che, non lo nascondo, porterà tante opportunità ma anche tante sfide a chi gestisce un portale di crowdfunding. Da una parte, la creazione di un mercato unico significa che i portali già operativi in specifici territori nazionali si troveranno a dover fronteggiare l’arrivo di possibili competitor da ogni altro Stato Membro, oltre che alle piattaforme di nuova creazione. Dall’altra, assisteremo senza dubbio ad una contrazione del numero di operatori attivi in Europa, a beneficio di quei portali che riusciranno a consolidare sempre di più la loro presenza, dimostrando di avere un business model solido e resiliente, capace di trarre il massimo dalla nuova conformazione normativa e del mercato. 

FT: Secondo te il crowdfunding in Italia è arrivato a una fase di maturità?

FP: Penso che sia uno strumento in crescita esponenziale e sostenuta, ce lo dimostrano gli ultimi dati pubblicati dall’Osservatorio del Politecnico di Milano, ed è un trend che, fortunatamente, non accenna a rallentare. Penso anche che ci sia grandissimo spazio per un’ulteriore espansione del mercato, sia in termini di volumi di raccolta per singola offerta, sia in termini di qualità delle offerte proposte tramite portali di crowdfunding. Se per maturità vogliamo intendere una fase in cui il mercato ha raggiunto il suo massimo punto di elevazione e si avvia verso una stabilizzazione dei volumi, penso allora di poter dire che siamo ancora ben lontani e che questa debba essere vista come una posizione assolutamente positiva da tutti quegli operatori che si muovono all’interno o gravitano attorno al settore. Basti considerare il fatto che l’opportunità dell’offerta di strumenti di debito da parte di portali di equity è ancora in fase di studio da parte di molti e magari andrà rivisitata prima di poter essere colta, ma è uno scenario del tutto embrionale e con enormi potenzialità. Si pensi anche all’assenza, secondo me solo temporanea, di un mercato secondario per l’equity crowdfunding e guardiamo invece ai risultati sorprendenti ottenuti da quei portali che sono riusciti ad attivare una bacheca “interna” per lo scambio di quote. Sono tutti elementi che puntano chiaramente nella direzione di un futuro sviluppo ancora più importante per il mercato italiano e all’interno del quadro europeo. 

FT: Cosa lo distingue dagli altri paesi europei?

FP: È una domanda a cui è difficile dare una risposta precisa. Personalmente, penso che il tratto più distintivo del mercato del crowdfunding italiano sia la grande diversificazione dell’offerta ai risparmiatori. Tutti i modelli di crowdfunding, dall’equity al donation per cause personali, sono molto ben affermati e questa è sicuramente una caratteristica non comune in altri mercati europei. Le imprese, le associazioni, gli enti pubblici ma anche gli investitori italiani sanno di potersi rivolgere ad un’ampia platea di operatori in grado di garantire un livello di qualità mediamente elevato. Non è così comune come si potrebbe pensare negli altri paesi europei, dove iniziamo a vedere una settorializzazione sempre più marcata per modelli o per settori verticali di business. 

FT: Crowdfunding e investitori istituzionali, due mondi che all’apparenza possono sembrare lontani, è veramente così? 

FP: Sono mondi che condividono gli strumenti operativi da sempre, ma che si sono guardati con reciproca diffidenza per qualche tempo. Da qualche anno a questa parte, ad ogni modo, abbiamo visto crescere molto il numero e la qualità delle partnership che si sono instaurate tra portali di crowdfunding di ogni tipo e investitori istituzionali. Questa è un’ottima notizia per il mercato italiano e non solo per le parti coinvolte direttamente (portali di crowdfunding e investitori istituzionali), ma ovviamente anche per le imprese e gli investitori retail che si interfacciano con il crowdfunding. Gli accordi con investitori istituzionali portano solitamente a chances più alte di chiusura delle campagne di crowdfunding, non solo perché permettono di adempiere ai requisiti imposti da Consob (nel caso delle campagne di equity, per esempio), ma anche perché stimolano fiducia negli investitori retail e supportano un percorso di crescita delle imprese finanziate anche a livello di una strutturazione maggiore del proprio business plan. E questo è un trend che ci conferma anche l’ultimo rapporto pubblicato dal Centro per la Finanza Alternativa dell’Università di Cambridge, che vede l’Italia come il paese europeo con il più alto tasso di istituzionalizzazione nel settore del crowdfunding, con un 93-94% dei volumi totali di finanziamento per il 2019-2020 fornito da investitori istituzionali. 

FT: Ti facciamo un’ultima domanda con la speranza che possa essere di aiuto alla community di FT, ti sentiresti di consigliare un’esperienza nel mondo fintech a un giovane che appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza nel mondo della finanza classica?

FP: Per mia esperienza personale, non posso che consigliare di avvicinarsi professionalmente al mondo fintech quanto prima. Ovviamente avere un background in finanza tradizionale aiuta ad entrare più velocemente nelle logiche del settore, ma il mio caso dimostra che si può fare anche un percorso diverso. Sono entrambi mondi molto vicini, per quanto possano sembrare distanti, e il fintech ha un grande bisogno di giovani che vogliano contribuire alla crescita del settore con professionalità e trasparenza. In Eurocrowd abbiamo attivato dei corsi professionalizzanti proprio a questo scopo, e stiamo lavorando all’attivazione di partnership di tirocinio formativo presso i nostri associati che hanno espresso un interesse in questo senso.

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LUDOVICO PINCINI, CREATIVE DIRECTOR E FOUNDER DI CREATIVE BULLS

FT: Iniziamo dal tuo percorso, dal design alla finanza, spiegaci come ci sei arrivato.


Il mio è un percorso molto atipico, che parte dal liceo classico per arrivare forse alla cosa più distante: il mondo fintech. Dopo due lauree con lode in Design della Comunicazione, una in Design Sistemico, un diploma all’Alta Scuola Politecnica, e un master in Design di servizi innovativi, decido di proseguire per la mia strada evitando accuratamente tutte le offerte di lavoro che ricevevomda studi e agenzie del settore creativo. Il mio obiettivo era chiaro, fondare un mio gruppo creativo che avesse una cifra progettuale distintiva rispetto alle agenzie tradizionali. Sarà stata lacasualità, forse indotta dal mio interesse per l’innovazione finanziaria, che mi porta da subito a lavorare con parecchie startup fintech e a disegnare per loro piattaforme di trading di vario genere. Di lì a pochi mesi inizio a cogliere il valore, per i clienti, di una progettazione consapevole, e di quanto possa fare la differenza, nel progettare piattaforme fintech, la conoscenza della materia finanziaria e delle dinamiche competitive di questo settore. La lampadina si accese subito: dovevo fondare un’agenzia specializzata in modo verticale per il settore finanziario. E così è nata Creative Bulls.

FT: Di cosa vi occupate esattamente in Creative Bulls?

Creative Bulls è una fintech enabler, e ci occupiamo di “design finanziario”. Contrariamente a tutte le altre agenzie che si specializzano orizzontalmente per tipologia di skill (c’è chi fa packaging, chi
branding, chi motion design, etc…), noi siamo specializzati verticalmente in uno specifico settore (quello del fintech), al quale offriamo tutte le skill creative che sono necessarie. Crediamo che la nostra forza stia nel progettare guardando con un occhio al design, e con l’altro alla finanza,
potendo fornire quindi una consulenza non solo da esperti di creatività, ma di creatività finanziaria applicata che tiene conto in senso critico del contenuto.
Solitamente i designer non vanno molto d’accordo con i numeri e con la finanza, e quello che capita più spesso nel progettare piattaforme di servizi fintech, è che per quanto esteticamente riuscite, queste piattaforme non siano poi ottimizzate con una user experience davvero funzionale. E questo accade perchè un designer “normale” non ha mai piazzato un ordine di trading in vita sua, e non è in grado solitamente di cogliere certe sottigliezze della psicologia degli utenti fintech, che è invece il
fulcro di qualsiasi piattaforma ben progettata.


FT: Milano, capitale della finanza ma anche del design. Credi che queste caratteristiche possano essere un vantaggio competitivo dell’ecosistema milanese rispetto ad altri hub europei?

Certamente. In quanto italiani abbiamo la fortuna di vivere nella patria del design, e questo non solo ci porta in dote una credibilità acquisita rispetto ad altri ecosistemi europei, ma ci permette anche di confrontarci con designer di alto livello e tenere alta l’asticella delle prestazioni
professionali.
È da parecchi anni che Milano cresce a ritmo sostenuto nell’ambito del fintech, e si sta consolidando sempre più come uno degli ecosistemi più importanti in Europa. Poi sono convinto che l’atmosfera che si respira nelle “settimane creative” (dalla design week alle fashion week) aiuti
a costruire quel fermento di idee e quella voglia di innovare che implicitamente si ripercuotono anche sulle dinamiche fintech, a beneficio di tutte le startup coinvolte. Oltre che di attrarre capitali, che sono evidentemente necessari, c’è anche bisogno di un mindset sociale e creativo che la città di Milano mi sembra sia in grado di offrire piuttosto bene.

FT: Vista la tua esperienza nel campo del design for finance, quali pensi siano i trend creativi che spingeranno il design di piattaforme fintech nel 2021?

La componente di design nel mondo fintech è diventata molto rilevante. Sono ormai parecchi i brand che sfruttano il design come leva competitiva affiancandolo ad altre leve di business. A livello di trend puramente estetici, le piattaforme vanno in una direzione caratterizzata da un copywriting
informale più vicino alle persone, layout con una spiccata “cardizzazione” degli elementi, glass effects e, soprattutto, un look&feel che va sempre più nella direzione stilistica del neumorfismo.
Se parliamo invece di trend di posizionamento, che definiscono i brand fintech dal profondo stiamo assistendo ad un’adozione crescente dell’approccio di business purpose-driven, che permette a chi lo adotta di presentarsi non solo come soggetto in grado di portare innovazione
finanziaria ma anche di essere portatore di uno scopo sociale più elevato.

FT: Ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?


Iniziare la propria carriera in una startup può essere molto motivante ma può anche disorientare, soprattutto per la mancanza di un confronto pratico rispetto al funzionamento interno di una big corporation. Siamo in un periodo storico in cui convivono realtà lavorative antitetiche, dove la
mentalità agile e flessibile delle startup non è ancora così pervasiva da aver soppiantato le metodiche di lavoro tradizionalmente più “corporate”, e per questo credo sia necessario conoscere bene le dinamiche di entrambi i mondi per poter cavalcare professionalmente al meglio la transizione dal vecchio al nuovo ed essere sicuri difronte alle eventuali incognite. Sembra che si stia tendendo a dinamiche lavorative più simili alle startup, ma finchè esisteranno soggetti che per quanto antiquati sono ancora molto rilevanti, non si potrà prescindere dall’importanza che potrebbe avere l’aver fatto un’esperienza anche in questo tipo di aziende più tradizionali. Per sapere cosa è bene non fare, a volte potrebbe essere utile averlo sperimentato di persona.

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DIEGO BESTARD, FOUNDER Y CEO EN URBANITAE

Empecemos con tu experiencia laboral, ¿cómo has llegado al fintech?

Aunque mi carrera profesional siempre ha estado ligada al mundo financiero, desde pequeño soy un apasionado de la tecnología. De hecho, estuve muy cerca de estudiar ingeniería informática, pero al final me decanté por estudiar empresariales. Durante mis años trabajando en distintos ámbitos del sector financiero, siempre he seguido de cerca todas las innovaciones, incluso antes de que se hablara tanto del fintech. En el año 2014 fue cuando empecé a trabajar directamente en una empresa del sector Fintech, con mi incorporación a un proyecto muy novedoso de financiación para pymes llamado Spotcap. Montamos Spotcap de la mano de Rocket Internet, una de las incubadoras de startups más importante del mundo. Nuestro equipo estaba basado en Berlín, pero el primer país de lanzamiento fue España. 

Cuéntanos cómo surgió la idea de lanzar Urbanitae

Con Urbanitae la idea fue clara desde el principio: al estar expuestos al mundo de la inversión profesional, vimos que pasaban por encima de la mesa oportunidades de inversión inmobiliaria muy potentes que al final descartábamos por estar fuera del scope de lo que buscábamos. Por otro lado, vimos que en el mercado de crowdfunding inmobiliario no se estaban haciendo las cosas bien, y que había un hueco claro para un player serio, riguroso, y transparente, que quisiera acercar la inversión inmobiliaria profesional al publico general. En 2017 decidimos lanzarnos de lleno y montamos Urbanitae, con el objetivo de permitir que cualquiera pudiera invertir en grandes proyectos inmobiliarios, con cantidades pequeñas de dinero. 4 años después, hemos cerrado un proyecto de inversión en Menorca de 1,8 millones de euros, entre 536 inversores, en cuestión de 30 minutos. 

¿Qué potencial de crecimiento tiene Urbanitae considerando las tendencias proptech?

El potencial de Urbanitae es brutal, ahora mismo estamos pasando por una tormenta perfecta para nuestro modelo de negocio. Por un lado, debido al COVID19 la banca está restringiendo mucho la financiación al sector inmobiliario, incluso para proyectos que no tienen deuda y que están ya 100% vendidos. La necesidad de la financiación alternativa para el sector inmobiliario nunca ha sido tan elevada. 

Por otro lado, los pequeños y medianos inversores tienen más apetito que nunca por invertir en el sector inmobiliario. Este sector se ha comportado de forma excepcional durante la crisis que hemos vivido, ya que partía de una base muy equilibrada, sin excesos de oferta y con una demanda sostenida y muy razonable. Si comparamos el comportamiento de la inversión inmobiliaria con la volatilidad que han vivido los mercados bursátiles durante el 2020, es lógico que el pequeño inversor quiera darle estabilidad a sus ahorros con un producto como el nuestro. Actualmente estamos cerrando proyectos en cuestión de minutos con sobredemanda.  

Según tu experiencia ¿Cuáles son los ingredientes para crear un fintech de éxito?  

Creo que lo importante es tener claro que, aunque las fintechs somos Startups, nos movemos en un sector (financiero) que no permite afrontar el reto de crecer como harían otros sectores. El “move fast and break things” de Facebook es una fórmula que asegura el fracaso en el sector fintech. Aquí, o haces las cosas con cabeza, rigurosidad, y seriedad, o tienes los días contados.  

Como vicepresidente de la asociación fintech española ¿Cuál crees que es el desafío más grande en los próximos años para el ecosistema fintech español?

Creo que el fintech está entrando en una fase de maduración, y que vamos a ver la consolidación de muchas de las principales compañías en nuestro mercado. Quizás el desafío más grande para nuestro ecosistema es la capacidad de nuestras empresas de salir al extranjero y convertirse en empresas multinacionales. Otro gran reto para el fintech español y en general el sector estartapero, es empezar a ver grandes exits vía compras o fusiones con el mundo coorporate, o salidas a bolsa. 

Te hacemos una última pregunta para que pueda ser de ayuda a la comunidad de FT, ¿qué piensas que podría ser mejor para un joven, empezar en el mundo laboral con una start-up con fuerte capacidad de innovación o con una big corporation?

Esto depende mucho de la empresa y la persona, pero me atrevería a decir que, en la mayoría de los casos, la experiencia que se adquiere trabajando en una startup es mucho más formativa que en una gran corporación. Las startups tienden a ser empresas mucho más horizontales, en las que un becario se sienta al lado del CEO y del equipo directivo, así como de los equipos técnicos. El hecho de estar tan expuesto a como funcionan todas las partes de una empresa permite adquirir una visión muy completa de los negocios. 

Ahora bien, las startups no son para todo el mundo, y el carácter caótico y desestructurado de las mismas puede ser muy desoriéntate para algunos. En una startup normalmente está todo por hacer, hay muy pocas reglas, y sobre todo al principio, se busca gente que venga a aportar y a ser tremendamente proactivo. Si eres una persona que necesita que te marquen un rumbo, te lleven de la mano, y te expliquen como se deben hacer las cosas, probablemente te desenvuelvas mucho mejor en un entorno corporativo. Por otro lado, las probabilidades de acabar en una startup que sea exitosa son muy bajas, ya que no solo hay pocos proyectos en España, si no que la mayoría acaban fracasando.

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HUGO SÁNCHEZ RODRÍGUEZ, HEAD OF INTERNATIONAL EXPANSION EN KINEOX

Empecemos con tu experiencia laboral, ¿Cómo has llegado al fintech?

Siéndote honesto, nunca tuve en mente el incorporarme al sector financiero. 

Tras casi 4 años de estar expatriado en Chile, en dónde ocupé cargos de dirección comercial y desarrollo de negocio en empresas digitales, el mundo de las Fintech no era algo que tuviese presente, hasta que me incorporé a Creditea como channels manager, con el desafío de crear nuevos canales que contribuyeran al desarrollo de negocio de Creditea en España. Esta oportunidad me permitió introducirme en este apasionante mundo y estar en contacto con grandes empresas y profesionales del sector, de los que he ido aprendiendo cada día. 

En Creditea fui evolucionando y ocupé las posiciones de head of marketing & sales y de operations manager, dónde gestionaba los departamentos de collections y credit &risk. Esta última hizo que conociese más en profundidad a Kíneox y que la colaboración que ya existía evolucionase mucho más mediante la implementación de soluciones más avanzada, que permitieron una mejora de eficacia y eficiencia en el área de collections de la compañía, a la vez que mejorábamos la experiencia de los usuarios. 

Toda esta evolución en los últimos años ha hecho que a día de hoy siga desarrollando mi carrera profesional en el sector Fintech, y me ha traído hasta Kíneox, dónde me he incorporado para liderar la expansión internacional de la empresa.

Cuéntanos lo que hacéis en Kineox

Somos una Fintech que optimiza procesos de pago y recobro temprano aplicando modelos predictivos y soluciones SaaS. Somos pioneros en Europa en la transformación de los procesos de recobro, de un modelo manual intensivo en mano de obra a un modelo digital y automatizado, auto gestionado por el usuario. 

En 2012, lanzamos la primera versión de KX CollectionSuite, nuestra plataforma de recobro digital automatizado. Desde esa primera versión, una web de pago, hemos ido evolucionando nuestra solución hasta convertirla en un portal de pago “inteligente” y personalizado (Soluciones basadas en Data Analytics que predicen comportamientos y ofrecen una experiencia personalizada), donde el usuario puede resolver su situación por sí mismo, 24/7, de forma fácil, rápida, flexible y segura, desde su móvil, tablet u ordenador, pagando a través del medio de pago que prefiera en cada momento.

Desde la perspectiva del cliente empresa, nuestra solución se convierte en un partner ideal: una solución SaaS, de fácil implementación y rápido Time To Market, “marca blanca”, con la que el creditor empieza a recuperar impagos desde el primer día y de forma gradual, y los recupera antes, aumentando la eficacia y reduciendo los costes de sus operaciones de recobro, protegiendo su reputación e incrementando el NPS de sus clientes.

¿Qué potencial de crecimiento tiene Kineox considerando las tendencias fintech en Europa?

Alto, eso creemos. Tendencias como la híper digitalización, el Open Banking, el Blockchain, “el poder de los datos”, la personalización o el foco en una buena experiencia de pago avalan el modelo de Kíneox. Además, la sensibilidad social (Cada vez más presente en el legislador europeo y sus leyes) del respeto a la persona, su intimidad y reputación, avalan soluciones más “friendly” y auto gestionadas como la nuestra para la recuperación de deuda. Creemos en que una solución como la de Kíneox conecta muy bien con la percepción estratégica que, cada vez más, tienen los creditors sobre sus impagos: la evolución del concepto “deudor” a un concepto “cliente” en una difícil situación temporal. El creditor necesita regularizar la situación, pero sin el riesgo de perder a un “buen cliente”.   

Según tu experiencia ¿Cuáles son los ingredientes para crear un fintech de éxito? 

Creo que como pasa con cualquier sector que está en auge se han empezado a crear un un sinfín de empresas, pero lo que yo destacaría como lo más importante y que creo no es ningún secreto, es lo siguiente:

  • Es importante tener claro qué solución se está aportando al mercado y a quién se está dirigiendo. Crear algo con una orientación cliente desde el inicio, en el que la experiencia de uso y las necesidades que cubra hagan que la empresa se integre en el día a día del usuario.
  • Hacer uso de la tecnología en la medida en que ésta no lastre el futuro. Tenemos la experiencia de grandes empresas que a día de hoy se ven limitadas por los desarrollos tecnológicos del pasado, al igual que otras que por utilizar lo más vanguardista incurren en costes inapropiados para su modelo de negocio.
  • Poder garantizar seguridad a los usuarios. Sin duda una de las mayores causas del desuso de soluciones tecnológicas es la desconfianza a la hora de quién y cómo podrá acceder a tus datos. Transparencia y seguridad son claves.
  • Soy un fiel creyente de que las empresas son personas, por lo que tener un buen equipo es clave. Hay mucha fuga de talento por tener malos gestores.

¿Cuál crees que es el desafío más grande en los próximos años para el ecosistema fintech español?

Creo que se debe trabajar mucho en la línea de la educación financiera y en una regulación que permita el desarrollo del ecosistema de una forma apropiada y con unas bases claras.

Pienso que la educación financiera es clave, porque cada día vamos a tener más y más soluciones a nuestro alcance. Para quitarnos el miedo y lanzarnos al uso es importante tener unas bases de conocimiento que nos permita saber de qué nos hablan las nuevas empresas, así como los potenciales beneficios y riesgos a los que podemos estar expuestos. Creo que en pleno siglo XXI no podemos seguir argumentando que firmamos contratos sin un conocimiento mínimo de lo que nos están hablando. Esto hará que la toma de decisiones por parte de los usuarios sea más clara y la gestión personal de las finanzas mucho más adecuada.

En cuanto a la regulación, es crucial que exista un marco legal que regule la operación de estas nuevas empresas y que se adapte al entorno actual y permita la competencia, entendiendo e incluyendo los nuevos modelos de negocio.

Te hacemos una última pregunta para que pueda ser de ayuda a la comunidad de FT, ¿qué piensas que podría ser mejor para un joven, empezar en el mundo laboral con una start-up con fuerte capacidad de innovación o con una big corporation?

Yo creo que para empezar en el mundo laboral lo más importante es tener ganas, ilusión, y ganas de comerse el mundo, por lo que independientemente del modelo de empresa, si es una start-up o una big corporation, lo que es clave es que la empresa, el proyecto y quien vaya a ser tu jefe/responsable te motiven.

Ambos modelos de empresa aportan mucho y tienen sus ventajas e inconvenientes, por eso lo que nunca hay que olvidar es que la primera no tiene por qué ser la última, así que lo mejor es sacar el mayor partido a cada una de las experiencias y en el momento que se considere que se ha tocado techo o que la evolución profesional no va por el camino que se desea, se genere un cambio.

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PABLO GASALLA, CO-FOUNDER Y CEO DE RITMO

Empecemos con tu experiencia laboral, ¿Cómo has llegado al fintech?

Mi primera experiencia laboral fue en BBVA y desde entonces siempre he tenido cierta atracción por el Sector Financiero. Es un mundo con el que nunca he dejado de tener contacto de una u otra forma mientras trabajaba en otros proyectos digitales.

El paso definitivo lo di en 2009 con el lanzamiento de iahorro.com. Fue un proyecto muy bonito que nació para tratar de solucionar los problemas e inquietudes del consumidor al contratar productos bancarios de todo tipo, desde una hipoteca hasta una simple cuenta bancaria.

Una de las características de la banca es que sus productos son poco claros y poco transparentes. A esto se suma la falta de cultura financiera general en España con crecientes asimetrías en conocimiento a favor de la banca. Esto se traducía en claras ineficiencias que desde Iahorro tratamos de solucionar, también como una suerte de servicio de atención al usuario bancario español.

A partir de ahí he tenido la oportunidad de participar en otros proyectos fintech como TheCrowdAngel, una de las primeras empresas de equity crowfunding y de seguir  adentrándome en el espacio de fintech

Fruto de esa especialización ayudé a crear la Asociación Española de Fintecth e Insurtech (AEFI) con el objetivo de democratizar el uso de las fintech en la Sociedad y defender el sector, así como de actuar como una voz integrada ante las administraciones públicas, reguladores y supervisores.

Cuéntanos ¿cómo surgió la idea de lanzar Ritmo? 

Como emprendedores en serie de proyectos digitales que somos los socios fundadores de Ritmo, nos hemos enfrentado con dificultades al financiar el crecimiento de nuestras empresas.

Hemos desarrollado proyectos con buenas métricas y crecimientos saludables, que tuvieron dificultades para crecer porque no logramos la financiación necesaria. Por eso decidimos lanzar Ritmo, para ayudar a los negocios digitales a crecer. Ritmo está creado por emprendedores, para emprendedores.

Los tres socios fundadores somos emprendedores y nos hemos visto en las mismas circunstancias o similares. La dificultad para acceder a la financiación bancaria y la necesidad de tener que convencer a venture capital o business angels del proyecto más allá de lo que dijesen las métricas y datos del negocio.

Con Ritmo queremos ofrecer un modelo diferente y ayudar al emprendedor a crecer como nos gustaría que nos hubiesen ayudado a nosotros, con una financiación basada en los datos de la empresa.

El modelo de financiación de Ritmo es rápido, flexible y 100% amigable para la empresas y el emprendedor. 

Su funcionamiento es muy sencillo, ayudamos a las empresas a crecer con financiación a cambio de un porcentaje de sus ventas futuras hasta que terminen de devolver el dinero adelantado. Nos adaptamos siempre al ritmo de la start up.

Para tomar la decisión analizamos las principales métricas de la empresa, sus datos de marketing y ventas a través de sus plataformas digitales. Introducimos estos datos en nuestro sistema de inteligencia artificial, que nos genera una predicción de los ingresos futuros. En función del resultado de nuestro análisis, en menos de 24 horas preaprobamos el proyecto y nos ponemos en marcha para hacerle llegar la financiación. Fácil, sencillo y 100% basado en datos.

¿Qué potencial de crecimiento tiene Ritmo considerando las tendencias fintech?

La pandemia ha creado un caldo de cultivo idóneo para que surjan fórmulas de financiación alternativa como la nuestra. Por un lado, el ecommerce y las empresas online se han disparado en número y facturación en esta nueva “Stay at home Economy”. Por otro lado, las fuentes de financiación de crecimiento tradicionales como el venture capital se han vuelto más conservadores. 

Esto deja a las empresas que más están creciendo con la crisis en busca de alternativas de financiación para seguir creciendo y hacerlo más rápido. Ritmo cubre esa necesidad para las empresas online que tengan una trayectoria positiva, con ingresos predecibles o recurrentes. Empresas de ecommerce, SAAS, plataformas digitales, y otros negocios digitales con consistencia en sus ingresos y métricas.

Sólo en lo que llevamos de 2021 hemos financiado más de tres millones de euros a comercios online y esperamos superar los 15 millones para todo el ejercicio. Nuestro objetivo es ayudar a más de 1.000 ecommerce en España a escalar y crecer en los próximos años. 

Según tu experiencia ¿Cuáles son los ingredientes para crear un fintech de éxito?  

En mi experiencia hay cuatro pilares clave para crear una fintech, aunque en realidad se pueden aplicar a cualquier empresa.

  • Entender bien cuál es tu misión, saber qué ofreces y qué buscas. Si no tienes claro este punto es muy fácil perderse. En nuestro caso, la misión es clara: ayudar a los emprendedores a crecer.
  • Rodearte del mejor equipo, porque al final una empresa llega siempre hasta donde le lleva su equipo humano.
  • Contar con respaldo financiero de profesionales e instituciones que entiendan la industria en la que te mueves, especialmente en un entorno tan cambiante como el fintech. 
  • Generar confianza, porque al final no dejas de estar ofreciendo una solución innovadora dentro de un área tan tradicional y delicada como las finanzas.. Sin esa confianza es imposible salir adelante.

Y, por último, como con cualquier start up, seguir la máxima de  “ejecución, ejecución, y ejecución” porque de nada sirve levantar un castillo en el aire. 

¿Cuál crees que es el desafío más grande en los próximos años para el ecosistema fintech español?

El gran reto del ecosistema va a ser generar confianza, tanto en inversores como en consumidores. 

Otro de los retos es que las iniciativas que surgen en el ámbito fintech terminen llegando a los consumidores en un país tan bancarizado como España. Por fortuna, las nuevas generaciones están cada vez más alejadas de la banca tradicional y son más receptivas a los nuevos modelos financieros.

El desarrollo de una cultura financiera es otro de los desafíos, no solo para las personas, sino para las empresas y específicamente para los emprendedores digitales.

España como país necesita  un mayor desarrollo real de la innovación financiera, en lugar de importar modelos y empresas internacionales. 

El Sandbox financiero que se aprobó en octubre de 2020 puede ser un gran impulso para todos los proyectos del sector y una fórmula para acelerar su aprobación e implantación.

Te hacemos una última pregunta para que pueda ser de ayuda a la comunidad de FT, ¿qué piensas que podría ser mejor para un joven, empezar en el mundo laboral con una start-up con fuerte capacidad de innovación o con una big corporation?

En mi opinión, más importante que el tipo de empresa en el que se empieza es la cultura de la empresa y, sobre todo, contar con un buen jefe. Para mi esa es la clave en los comienzos de la carrera profesional, estar a cargo de una persona que sea íntegra, profesional, exigente, que practique el refuerzo positivo y sea optimista.

Dicho esto, creo que una big corporation no es el mejor lugar para dar tus primeros pasos laborales, pero sí quizás una consultora, que aporta método, enseña esfuerzo y provee diversos proyectos para el aprendizaje;  o en una start-up, que enseña a buscarse la vida a uno desde el principio, a trabajar en entornos cambiantes e innovadores. En definitiva, las startups de hoy serán los grandes generadores de empleo de mañana. 

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RODRIGO GARCÍA DE LA CRUZ, CEO AT FINNOVATING

Empecemos con tu experiencia laboral, ¿cómo has llegado al fintech?

Empecé mi trayectoria profesional en el mundo tecnológico, programando robots y complejos autómatas, como ingeniero que soy. Pero siempre me había atraído mucho las finanzas, de ahí que también estudiara ADE, lo que hizo que en 2004 aterrizar en el sector financiero para pasar allí 12 años en entidades como Citi, Barclays o Banesto. Pero tras la crisis de 2008 entendí que el sector financiero tenía que transformarse tecnológica y digitalmente más allá de aquella crisis. Es en 2011 cuando decido hacer un Executive Máster en Dirección de Entidades Financieras, donde descubro que la tecnología iba a cambiar la banca para siempre. Tras un proyecto fin de máster premiado, decido crear el primer Programa Directivo en Banca Digital y FinTech en 2012-2013 donde empiezo a crear el primer ecosistema FinTech en España.

En 2015 dejo Citibank para lanzarme de lleno al sector de la innovación lanzando una mi propia FinTech, un vehículo de inversión en FinTech y lanzar junto con otros emprendedores la Asociación Española de FinTech e InsurTech en 2016. Desde entonces, llevo trabajando e impulsando el sector en España y a nivel Internacional.

¿Cuáles son los ingredientes para crear un ecosistema FinTech de éxito?  

Para crear un ecosistema líder en FinTech, hay que contar con 6 grandes ingredientes, como se muestra en la siguiente infografía creada por el equipo de Finnovating:

Primero, contar con un ecosistema de emprendedores, FinTech y entidades financieras suficientes para generar tracción.

Segundo, contar con vehículos de inversión, tanto públicos como privados, suficientes para dotar de la gasolina suficiente a las startups para crecer, escalar y competir.

Tercero, contar con un entorno regulatorio adaptado a la innovación FinTech, con criterios de proporcionalidad, adaptabilidad regulatoria y supervisora alineada a los rápidos cambios del sector. Herramientas como el Sandbox es una de las mejores estrategias para ello, como es el caso de España.

Cuarto, contar con un mercado de potenciales clientes suficiente para crecer y una geolocalización estratégica para escalar e internacionalizarse. España para ello cuenta con el mercado único europeo, pero además con toda la región latinoamericana.

Quinto, contar con el talento y las escuelas de formación necesarias para crear perfiles técnicos adaptados a las necesidades de la innovación de las FinTech.

Y sexto y último, contar con una buena calidad de vida como país para atraer talento e inversión internacional. España en este punto también cuenta con una gran oferta formativa. De hecho, yo dirijo dos de los referentes en España, el Fintech & Digital Banking Executive Program (FiDEx) y el Insurtech & Digital Insurance Executive Program (iDEx) en Afi Escuela de Finanzas.

Desde tu experiencia como profesor, ¿Cómo crees que se pueda mejorar el nivel de educación financiera en Europa?

A día de hoy, toda educación debe llevar unida la incorporación de competencias digitales, y en especial en el sector financiero. Que los estudiantes universitarios incorporen estos conocimientos es clave para el futuro del sector financiero europeo. Pero más en el corto plazo, es clave que las entidades financieras inviertan más en formar digitalmente a sus empleados para transformar desde dentro las organizaciones. De hecho, la transformación digital empieza en las personas.

¿Cuál crees que es el desafío más grande en los próximos años para el ecosistema FinTech español?

Para mi hay dos grandes desafíos. 

El primero la captación de capital que como se ve en este informe de inversión en FinTech europeo de Finnovating donde se ve que España está aún lejos de los volúmenes que debería de tener para el volumen de FinTech y el peso financiero que tiene a nivel europeo.

Por otro lado, la internacionalización y escalabilidad de nuestras startups. Para ello, en el nuevo entorno post-Covid19, donde la mayoría de los negocios, búsqueda de partners y cierre de inversores, se hará digitalmente, buscar espacios digitales para ello será clave para crecer.

Por estos dos motivos, llevo trabajando más de un año en lanzar la Plataforma FinTech de Matching as a Service de Finnovating, para conecta a 50.000 FinTech, 5.000 inversores y 10.000 corporaciones para escalar la colaboración y co-creación en base a la tecnología.                                                                             

El objetivo es revolucionar la forma en que hoy se escala la innovación y la inversión en los servicios financieros y de seguros. Además, será el punto de encuentro global de la innovación y las nuevas tecnologías, con el objetivo de digitalizar y escalar la innovación y la inversión en los servicios financieros y de seguros. El sector llevaba pidiendo un espacio abierto donde conocer y darse a conocer, por eso lanzamos este LinkedIn de las FinTech para conectar a todos los interesados en la Innovación. Cualquier empresa ya puede formar parte de la Wainting list.

Te hacemos una última pregunta para que pueda ser de ayuda a la comunidad de FT, ¿Qué piensas que podría ser mejor para un joven, empezar en el mundo laboral con una start-up con fuerte capacidad de innovación o con una big corporation?

Recomiendo totalmente trabajar en una start-up para conocer de lleno cómo funciona una compañía 360 grados. Ya lo dice Jack Ma, fundador y CEO de Alibaba, “Cuando tienes entre 20 y 30 años, debes seguir a un buen jefe, un buen proyecto y unirte a una buena compañía para aprender a hacer las cosas correctamente”.Pero los jóvenes cada vez tienen más complicado aceder al mercado laboral y sus primeras experiencias son clave para su futuro profesional. Por eso desde Finnovating hemos creado el primer FinTech Bootcamp donde más de 25 alumnos de la universidad empezaran un programa de inmersión Fintech que durará 3 meses para adentrase de lleno en este sector. Nuestro objetivo es que dure tres meses y que pueden pasar al año más de una centena de alumnos universitarios de más de 15 escuelas nacionales e internacionales, creando sólidos puentes entre la Universidad y la industria FinTech.

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NACHO BAUTISTA, CEO Y CO-FUNDADOR DE FUNDEEN

Empecemos con tu experiencia laboral, energías renovables y finanzas han estado siempre tu carrera profesional, hasta llegar al fintech, ¿Correcto?  

Yo soy ingeniero civil y graduado en Ciencias Ambientales y, como dices, comencé mi carrera gestionando y evaluando proyectos de energías renovables para fondos de inversión. De modo que sí, renovables y finanzas han estado siempre presentes en mi trayectoria profesional. De hecho, que haya fundado una fintech junto a mi hermano Adrián, también ingeniero civil, creo que ha tenido que ver más con nuestra experiencia previa que con nuestra formación. Y en el hecho de habernos lanzado a montar una empresa creo que también ha influido otros factores: la conciencia medioambiental, las ganas de emprender en Ávila, nuestra ciudad natal, o que nuestros padres sean autónomos desde que tenemos consciencia. En definitiva, son muchos los factores que nos han traído hasta aquí.

Cuéntanos más sobre fundeen, ¿Cómo surgió la idea de emprender en este sector?

Como decía, yo trabajaba gestionando y evaluando proyectos de energías renovables para fondos de inversión. Gracias a esto, detecté que, además de ser positivas para el medioambiente, las renovables ofrecen un binomio rentabilidad-riesgo realmente interesante. El problema era que, de acuerdo con la ley, el ticket mínimo para participar en uno de estos fondos para los que yo trabajaba es de 100.000 €, aunque en la práctica se sitúa más bien en el entorno de los 200.000 o 250.000 €. 

Así fue como, tras hablarlo con Adri, tuvimos la idea de democratizar la inversión sostenible a través de una plataforma de crowdfunding. Y ahora, con Fundeen, los pequeños ahorradores también pueden participar en la financiación de este tipo de proyectos desde solo 500€ y recibir beneficios por ello. 

Con la financiación participativa no solo facilitamos que los particulares puedan rentabilizar sus ahorros invirtiendo en iniciativas éticas y medioambientalmente responsables, también ayudamos a impulsar proyectos de renovables que, por su tamaño, no siempre interesan a los grandes bancos y compañías eléctricas. 

Después de 3 años desde el lanzamiento, ¿Cuáles crees que son los ingredientes para ofrecer un buen producto de inversión sostenible? 

Emprender es siempre una aventura, especialmente si tu propuesta es tan disruptiva y compleja como la de Fundeen, y eso te lleva a descubrir multitud de “ingredientes” importantísimos para ofrecer un buen producto. Es un aprendizaje continuo, pero, si tuviese que destacar algún componente clave para la inversión sostenible, diría que el rigor y la transparencia. 

Por ejemplo, obtener la licencia de la Comisión Nacional del Mercado de Valores ha sido uno de los retos más complicados y excepcionales a los que nos hemos enfrentado en Fundeen. Tardamos 15 meses en conseguir la autorización para empezar a operar, lo que se tradujo en retrasos y desajustes que podrían haber acabado con la empresa. Pero no fue así, salimos adelante y lo hicimos paso a paso, respetando las reglas del juego y siendo muy escrupulosos con el cumplimiento de la normativa. 

Nosotros hablamos abiertamente de cómo calculamos la rentabilidad de un proyecto, o cuáles son los requisitos para que consideremos que una oportunidad de inversión es apropiada para financiar a través de la plataforma. Esta transparencia genera confianza en nuestros usuarios y podemos avanzar con paso firme porque, precisamente, somos rigurosos con lo que hacemos.

En Fundeen queremos que los pequeños ahorradores se beneficien de la inversión en renovables, que es rentable por sí misma, sin necesidad de retorcer los números para prometer rentabilidades mágicas. En el mundo de la inversión, sostenible o no, no puedes sacrificar tu credibilidad simplemente para seguir creciendo. Al final, nosotros nos limitamos a hacer nuestro trabajo con rigor y trasparencia, algo que, por otro lado, tiene bastante de revolucionario en el sector de la inversión.  

¿Cuáles crees que fueron los efectos de la covid que más afectaron al sector fintech?

No creo que podamos decir que la covid ha afectado a las fintech, al menos no sin matizarlo. Sin duda esta crisis ha cambiado y ha alterado nuestros hábitos de consumo, pero, viendo el panorama increíblemente difícil que se presenta en otros sectores, diría que el fintech no es de los peor parados y creo que a medio-largo plazo se verá beneficiado. El mundo de la inversión en particular, digital o no, sí que se ha resentido más. Los ahorros de las familias se han visto reducidos y posiblemente también se hayan “acobardado” ligeramente.

Sin embargo, es evidente que la covid ha impulsado, en general, todo el ecosistema digital, desde las plataformas de streaming hasta la industria del videojuego, en detrimento de otros modelos de negocio tradicionales como las salas de cine. Respecto a las fintech, creo que pese a que sean tiempos complicados para casi todos los sectores económicos, la covid ayudará en la adopción de los modelos de negocio digital que proponemos. 

En Fundeen hemos vivido un año difícil, lleno de altos y bajos. Hemos logrado importantes hitos durante este año, como financiar colectivamente un proyecto de un millón de euros o alcanzar los 5.000 usuarios registrados en la plataforma. Estas son, sencillamente, cifras récord en España. No obstante, no nos hemos librado de sufrir algunas dificultades. Por ejemplo, plazos de construcción en los proyectos que se demoran por el confinamiento, acuerdos que no terminan de materializarse… e incluso inconvenientes a nivel interno que, aunque no hayan tenido un gran impacto en el rendimiento de la compañía, también han supuesto un desafío para el equipo.

 ¿Cuál crees que es el desafío más grande en los próximos años para el ecosistema fintech español? 

Sinceramente creo que los mayores desafíos se presentan en los sectores tradicionales y no tanto en el fintech, más aún después de la época que nos está tocando vivir. Creo que el viento sopla a nuestro favor.

Pero para contestar a la pregunta, diré que el reto más importante que nos depara como sector es construir la confianza que un sector de la población tiene en los servicios financieros tradicionales. Aunque hayamos tenido alguna decepción que otra, la mayor parte de la población sigue o seguimos confiando en un banco tradicional para casi todo. Necesitamos seguir construyendo la confianza que requiere una persona para depositar los ahorros de su familia en un neobanco o para invertirlos en un crowdfunding. 

Te hacemos una última pregunta para que pueda ser de ayuda a la comunidad de FT, ¿Qué piensas que podría ser mejor para un joven, empezar en el mundo laboral con una start-up con fuerte capacidad de innovación o con una big corporation? 

En realidad, opino que ni empezar tu carrera en una star-tup disruptiva ni hacerlo en una big corporation es garantía de nada, ni de alcanzar el éxito, ni de obtener aprendizaje alguno. Creo que tiene que ver más con tu actitud y con tus ganas de crecer como persona y como profesional. Antes de montar Fundeen, mi hermano Adrián trabajaba en un grupo ex-IBEX35 y yo en una empresa de 50 trabajadores.

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FABRIZIO BALLARINI, HEAD OF ORGANIC GROWTH AT TRANSFERWISE

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale, come sei arrivato al Fintech? 

Prima di TransferWise ho lavorato per l’agenzia pubblicitaria Ogilvy & Mather nella divisione di performance marketing. Nei primi anni ho collaborato con clienti come Intel, Galderma e vari ecommerce brands per poi passare ad HSBC dove mi occupavo della parte tecnica del loro content management system e search marketing su tutti i principali mercati. Più che alla ricerca di una compagnia in fintech ero principalmente interessato a lavorare in un ambiente agile con interessanti prospettive di crescita. Avendo esperienza in marketing per retail banking ed essendo frustrato dalla velocità di esecuzione di grandi corporation ho deciso di passare a  TransferWise. Nel 2015 le varie fintech nel Regno Unito stavano uscendo dalla fase early stage e si iniziavano a vedere i primi seri round di investimento. Sono arrivato a TransferWise dopo il series C e dopo la valutazione di 1B $, non che conti nulla essere un unicorno ma provava che molte startup in fintech erano nate per rimanere. In particolare dopo un’esperienza nel mondo corporate ho trovato attraente il modo di operare basato su team autonomi che ci permette tuttora di avere impatto reale e grande velocità’ di esecuzione. 

FT: In Transferwise dal 2015, quanti dipendenti eravate 5 anni fa rispetto ad oggi, cos’è cambiato da allora?

Nel 2015 TransferWise contava già circa 500 dipendenti tra i vari uffici tenendo conto operation e customer support ma a Londra eravamo circa 70-80 persone mentre ora siamo più di 2.200 con 14 uffici nel mondo.

Il mio team era inizialmente composto da me più tre full stack developers mentre oggi sono responsabile di 5 teams parte del nostro growth team per un totale di circa 40 persone distribuite su tre uffici. Diciamo che siamo abituati a crescere di continuo, anche durante questo periodo di pandemia non abbiamo fermato assunzioni e tutt’ora abbiamo circa 750 ruoli da coprire nei prossimi sei mesi. 

A livello di cultura aziendale poco è cambiato, dedichiamo molto tempo durante colloqui ad assicurarci che ogni singola persona abbia gli stessi valori e sia interessata risolvere la nostra mission aziendale – costruire un mondo dove il denaro non ha frontiere. Ovvio poi ci sono sfide di scaling ma niente di così impossibile da risolvere. Idem per la consapevolezza di operare preservando il valore che abbiamo creato a nostri clienti, continuare ad innovare e crescere agli stessi ritmi di quando avevamo un decimo dei clienti attuali. Personalmente la sfida più grande è di rimanere nei dettagli nonostante il mio ruolo sia sempre più quello di seguire vari teams e team leads ma la nostra cultura di autonomia aiuta a lasciarmi spazi in cui posso eseguire di progetti personali per dar vita a nuove opportunità.

Scaling organic growth by building products – Turing Fest 2018 from Fabrizio Ballarini

FT: Il tuo ruolo è uno dei più richiesti nel settore, che tipo di formazione serve per occuparsi di growth e customer acquisition?

Qualsiasi tipo di formazione tecnica è di certo utile ma al tempo stesso non penso ci sia un unico percorso ideale, particolarmente al giorno d’oggi dove formazione tradizionale è piuttosto in difficoltà a tenere il passo dei cambiamenti che avvengono sul web. Ogni giorno ci sono numerosi aggiornamenti che non saranno catturati da corsi di studio tradizionali. Al tempo stesso sono nate molte nuove risorse online dove ci si può documentare e apprendere in continuazione. Più che una certa formazione penso sia essenziale imparare come tenersi aggiornati regolarmente. Nei nostri teams abbiamo professionisti con formazioni varie e cerchiamo sempre di dare valore a tale diversita’. Inoltre a differenza di quanto noto in Italia (da osservatore esterno avendo sempre lavorato nel Regno Unito), a livello internazionale si tende a dare più peso all’esperienza lavorativa piuttosto che alla formazione quando si tratta di growth. Un giovane che ha fatto esperienza anche con un semplice sito personale o small business online è più interessante dal punto di vista professionale di chi ha seguito il corso di studi ideale senza aver praticato in prima persona. Non penso ci sia alcuna barriera d’ingresso e la domanda è tale da dare a tutti opportunità. Detto questo, e’ vero che certe figure in growth con esperienza in startup in forte crescita sono abbastanza rare nel mercato, ma penso sia principalmente dato dal fatto che tali aziende sono poche.   

FT: Cosa significa lavorare per uno dei principali unicorni fintech europei?

Troppo messaggi su LinkedIn che eviterei volentieri, ma al tempo stesso mi è capitato di conoscere un sacco di nuove realtà’ interessanti. Parte perchè ex colleghi di TransferWise ora hanno fondato varie compagnie di successo ma anche perché tramite i nostri VCs e conoscenze dell’ecosistema capita di essere introdotti a varie startup fintech. Giusto per tenermi fresco su diversi settori cerco di passare qualche ora al mese con startup early stage come advisor. A parte l’esposizione a cui si e’ sottoposti non penso che sia affatto essenziale lavorare ad un unicorno per poter avere una buona esperienza in fintech. Ovviamente il livello di investimenti può influenzare la velocità di crescita ma come abbiamo visto negli scorsi 2-3 anni avere soldi illimitati non è sempre un bene, e spesso porta aziende a fare scelte sbagliate o bruciare inutilmente denaro. TransferWise è si un unicorno ma genera profitti dal 2017 pur mantenendo i livelli di forte crescita degli anni passati. 

FT: Quali pensi che siano i trend più rilevanti nel fintech per i prossimi 12 mesi?

Essendo nel settore capita di essere meno affascinato da certi trend più palesi ai consumatori specie se sono solo mirati a crescita a breve termine ma piuttosto da eventi importanti che avranno forti ripercussioni future. 

Un trend che continua e continuerà è quello di fare un-bundling di prodotti e posizionamento con freemium model per attirare crescita a breve termine. Questo tipo di fenomeno crea vantaggi immediati al consumatore finale che riesce accedere a nuovi servizi a prezzi competitivi ma a lungo andare porterà svantaggi perchè non sostenibile. Questo non è nuovo, almeno in UK dove banche offrono da sempre conti correnti e operazioni a costo zero per poi vendere altri prodotti pur sapendo che questi servizi comportano costi. Stesso vale per fintech dove il consumatore viene spesso incentivato da prezzi competitivi a breve termine non sapendo poi che sotto non e’ detto che ci sia innovazione che ha permesso cio e che prima o poi l’azienda dovrà trovare il modo di recuperare i costi. Per questo motivo, il nostro growth team investe molto nel costruire strumenti di comparazione costi e raccolta dati su commissioni effettive dei vari operatori al punto che all’interno di TranferWise offriamo un servizio di compara prezzi raccomandando altre aziende qualora competitive nell’interesse del consumatore, al posto di vendere l’illusione di servizi gratuiti che poi hanno commissioni nascoste. Fintech ha fatto e sta facendo molto dal punto di vista della trasparenza rispetto a istituzioni tradizionali ma non tutti i player sono così rigidi quando si tratta di comunicare in modo trasparente costi che potrebbero impattare la propria crescita. 

Più interessante dal mio punto di vista sono quei cambiamenti epocali dal punto di vista di licenze e infrastruttura che spesso sono distanti dal consumatore finale ma che a lungo termine porteranno benefici enormi all’ecosistema e ai consumatori. Per esempio, il Fast Payment Scheme qui nel Regno Unito a cui abbiamo aderito come prima non-banca ci permette di connettere direttamente alla Bank of England tagliando costi ma anche offrendoci la possibilità di effettuare pagamenti istantanei. Stesso vale per open banking (anche se al momento è immaturo) e altre tecnologie capaci di migliorare il servizio al consumatore finale. Qui sta a noi nel settore a far chiarezza e spiegare in modo semplice ai consumatori quali tecnologie aiutano e quali no. Cercando di non cavalcare solo ciò che fa notizia, ma focalizzandosi su benefici reali ai clienti. 

FT: Ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

Penso dipenda molto dal ruolo a cui una persona è interessata. Capire in base a cosa si vuole imparare se è più importante avere una formazione più strutturata piuttosto che non. Io per esempio son passato da consulenza a clienti corporate a TransferWise in una fase di scale up, il che ha funzionato. Passare ad una early stage startup sarebbe stato meno naturale per me. Al tempo stesso essere a contatto diretto e avere impatto diretto su problemi come potrebbe avvenire in una startup early stage da molti vantaggi e permette di crescere velocemente. Abbiamo diversi ruoli dove impieghiamo personale da formare e investiamo in formazione mentre altri dove è richiesta più autonomia ed esperienza che fino ad oggi è venuta da grandi corporations. Inoltre, al giorno d’oggi è possibile fare esperienza in startup di fintech più strutturate come TransferWise per poi passare ad altre realtà early stage. Ex colleghi di TransferWise hanno lanciato varie startup che stanno facendo bene, hanno ricevuto i primi investimenti e stanno scalando. Più l’ecosistema cresce, più tutti ricevono benefici e vengono a crearsi nuove opportunità anche per chi è all’inizio del proprio percorso professionale. 

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ALESSANDRO RAVANETTI, FINTECH COPYWRITER E CONTENT STRATEGIST

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale, come sei arrivato al fintech?

Il mio percorso è iniziato da Londra, dove ho fatto un master in finanza (concluso in piena crisi finanziaria del 2008!) e le mie prime esperienze professionali. Inizialmente ho lavorato per Bloomberg, che può essere considerata a tutti gli effetti una fintech ante litteram, e con varie società di consulenza. 

Essendo però sempre stato attratto da tecnologia e startups ho poi deciso di unirmi a una delle prime piattaforme di equity crowdfunding in Europa e successivamente creare uno spin-off di questa, per co-fondare una società B2B con cui si forniva l’infrastruttura API per creare altre piattaforme fintech. 

Un periodo che per me è durato sette anni, in cui sono stato responsabile di gestire marketing e comunicazione, e tramite cui abbiamo permesso di lanciare oltre 100 piattaforme in diversi paesi. Avventura senz’altro formativa e interessante, ma da cui ho anche imparato che se a un certo punto capisci che non c’è sintonia di vedute su come sviluppare la società e su alcuni valori di base, è meglio che ognuno continui per la propria strada. Concluso quel capitolo, negli ultimi due anni ho iniziato a collaborare con varie startup e altre aziende che operano nel settore.

FT: Di cosa ti stai occupando in questo periodo?

Sto lavorando su vari fronti. Principalmente mi occupo di copywriting e content strategy come freelance e lo faccio da Barcellona. Il progetto che mi sta assorbendo di più è con Enel X. Trovo molto interessante che una realtà così importante abbia deciso di entrare nel fintech con un progetto ambizioso, sia lato consumer, con una soluzione di mobile banking rappresentata da Enel X Pay, che lato business, con soluzioni di payment technology per le imprese. Con il piano di andare a sviluppare tutta una serie di servizi finanziari digitali integrati con l’ecosistema Enel. 

Creazione di contenuti a parte, collaboro anche come esperto per la valutazione di richieste di finanziamento con vari programmi collegati alla Commissione Europea, oltre ad aiutare la selezione delle startup più promettenti per SXSW, e a curare una newsletter settimanale con Techstars, in cui copro novità e approfondimenti riguardanti il fintech.

FT: Quali sono dal tuo punto di vista le peculiarità dell’ecosistema fintech italiano rispetto agli altri hub europei?

In Italia si è partiti più tardi e con meno decisione che altrove. E’ un ecosistema ancora piuttosto piccolo. Meno sviluppato rispetto a quello di Germania e Francia, e per il momento non paragonabile rispetto a quello in UK, che rimane di gran lunga il più avanzato in Europa. Detto ciò negli ultimi anni si sono viste varie storie di successo che fanno ben sperare. Si tratta senz’altro di un mercato meno saturo, con un buon potenziale, dove c’è spazio per nuove iniziative. E dove le valutazioni delle startup rimangono per il momento più basse, con la possibilità di rappresentare una buona occasione per chi è interessato a investire. In sostanza, le opportunità ci sono, la speranza é che ora si inizi a pensare più in grande.

FT: Vista la tua esperienza nel il fintech quali pensi siano i trend che spingeranno il settore nel 2021? 

Sempre difficile fare delle previsioni, ma provo a indicare alcuni punti: 

Continueremo a vedere gli effetti spinti da quanto accaduto nell’ultimo anno a livello sanitario. Sempre più cashless, con soluzioni digitali per i pagamenti e per la gestione delle spese quotidiane, più ricche e sofisticate.

Si continuerà forte anche sul tema dell’embedded finance e della modularizzazione dei servizi finanziari. Con sempre più aziende, che siano Big Tech o grandi corporations operanti in settori tradizionali, che cercheranno di entrare nel settore, integrando nella loro offerta servizi finanziari usando la tecnologia e i prodotti di società fintech.

Mi aspetto poi un’ulteriore accelerazione sia per quel che riguarda le attività di M&A, che per SPAC IPOs e mega-rounds. Con la polarizzazione tra round di finanziamento piccoli e quelli sopra i €100 milioni. E la conseguente controindicazione di creare un gap per chi deve scalare con round medi.

Mi auguro poi più attenzione per quel che riguarda l’inclusione finanziaria. Con la speranza anche di vedere nascere più startup purpose driven. Più focalizzate a risolvere problemi reali e ad ambire a creare un sistema finanziario più trasparente e aperto. Con maggior focus su qualità del prodotto, felicità e salute mentale del gruppo di lavoro, ed etica dei progetti intrapresi. E meno ossessione su crescita, funding e exit.

FT: Ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

È un grande “dipende”. Prima di tutto da cosa si cerca a livello personale, ma anche dalla situazione di partenza e dalle opportunità che si presentano. Nella scelta credo comunque abbiano maggior peso le persone con cui si lavora rispetto alle dimensioni della società. Ci sono poi vantaggi e svantaggi in entrambi i casi. Non penso però sia troppo utile seguire i consigli di altri, ma invece sperimentare,  guardare con curiosità entrambi i mondi, e cercare di capire quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere.

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PAOLO GIOLITO, SENIOR WEALTH MANAGER E ANGEL INVESTOR

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale?

Dopo la laurea in Economia e Commercio ho iniziato a lavorare in Wealth Management per alcuni tra i più importanti gruppi internazionali, seguendo lo sviluppo della struttura commerciale in Italia e lavorando a progetti normativi e regolamentari. Ho nel frattempo iniziato a seguire programmi di mentorship, riprendendo uno dei miei “sogni nel cassetto”: fare coaching e formazione. Nel corso degli ultimi 8 anni il confronto con mondo universitario, acceleratori e fondi Venture si e’ fatto più articolato e intenso, fino ad assorbire completamente tutto il tempo libero a disposizione. Attualmente collaboro anche con LeVillage a Milano, un modello di ecosistema nato in Francia (con più di 30 realtà operanti) e portato con successo in Italia, che mette in contatto big corporate, enabler e ovviamente startup.

FT: Cosa ti ha spinto a diventare Business Angel?

Credo molto nel concetto di “give-back”, concetto anglosassone ma sempre più adottato anche in Italia, che consiste essenzialmente nel poter restituire alla comunità qualcosa che noi abbiamo avuto fortuna e merito di aver ricevuto. L’idea di poter mettere a denominatore comune l’esperienza fatta lavorando a stretto contatto con imprenditori su diverse verticali, oltre ad una forte curiosità nei confronti di tutto quello che è innovazione si sono concretizzati qualche anno fa con l’adesione al primo gruppo di Business Angel. Avevo già maturato una discreta conoscenza dell’attività di un Angel in Usa e UK, e mi ha fatto piacere conoscere una realtà composta da professionisti che condividevano le mie idee e volevano in termini concreti dare un contributo allo sviluppo del nostro paese. Dico questo per chiarire un concetto essenziale: fare il business angel non vuol dire solo ricoprire la figura dell’investitore finanziario in progetti early stage, ma offrire quello che il MISE ha definito recentemente “smart money”, ovvero un rafforzamento del sistema delle start-up innovative italiane sostenendole nella realizzazione di progetti di sviluppo e facilitandone l’incontro con l’ecosistema dell’innovazione.

FT: Secondo la tua esperienza, qual è il modo più efficace di attrarre capitali per le startup?

I metodi per attrarre capitali sono diversi, e più o meno attivabili tutti a seconda della maturità della startup: round family&friends, Crowdfunding, Angel Investing, Venture Capital etc … senza dimenticare ovviamente i vari bandi o l’accesso a finanziamenti garantiti. Ritengo che non esista un canale per definizione più efficace, il migliore e’ comunque quello che riesce a garantire un equilibrio fra la qualità e la quantità dei mezzi raccolti. Una startup early stage necessiterà di importi che aiutino a validare l’idea, sperimentare il modello e iniziare a fare revenues, una in uno stadio più avanzato punterà alla scalabilità del business e ad un tem più completo. L’importante è ricordarsi sempre che raccogliere capitale in un equity round vuol dire aprire il proprio progetto a terzi, i quali avranno poi aspettative che non devono essere disattese, a rischio di non riuscire a finanziare la crescita in momenti successivi.

FT: Vista la tua specializzazione nel il fintech quali pensi siano i trend che spingeranno il settore nel 2021?

Il settore finanziario ha da tempo sperimentato la portata dell’innovazione. Basti pensare ai primi sistemi di robo-advisory, software progettati per la consulenza finanziaria e la gestione degli investimenti tramite algoritmi, nati nei primi anni duemila negli Stati Uniti. Da allora la tecnologia e’ stata utilizzata per ottimizzare flussi, ridurre i costi delle transazioni, creare modelli di contenimento del rischio e migliorare gli aspetti documentali. L’avvento di nuove tecnologie (in primis blockchain) e importanti novità normative (PS2D, Mifid) di sicuro creerà nuove funzionalità, fino ad ora non considerate, e spazio a sempre più nuovi player di mercato: si pensi al recente sviluppo delle Challenger Bank o alla DeFi (Finanza Decentralizzata, forma sperimentale di sistema finanziario che non si basa su intermediari centrali “tradizionali” come broker, exchange o banche e utilizza invece smart contract sulla blockchain)

FT: Ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

Lavorare in una start-up richiede una buona capacità imprenditoriale, con un elevato rischio di potenziale insuccesso. Ed essere bravi imprenditori e’ una qualità che si impara con una buona esperienza. La grande corporation, da questo punto di vista, può anche rappresentare un’ottima palestra e continuazione di quanto appreso durante gli studi accademici. Ma una volta acquisite le hard skills e affinate le soft skills penso che sia una bellissima sfida iniziare a lavorare in ambito fintech per una startup.