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FABRIZIO BALLARINI, HEAD OF ORGANIC GROWTH AT TRANSFERWISE

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale, come sei arrivato al Fintech? 

Prima di TransferWise ho lavorato per l’agenzia pubblicitaria Ogilvy & Mather nella divisione di performance marketing. Nei primi anni ho collaborato con clienti come Intel, Galderma e vari ecommerce brands per poi passare ad HSBC dove mi occupavo della parte tecnica del loro content management system e search marketing su tutti i principali mercati. Più che alla ricerca di una compagnia in fintech ero principalmente interessato a lavorare in un ambiente agile con interessanti prospettive di crescita. Avendo esperienza in marketing per retail banking ed essendo frustrato dalla velocità di esecuzione di grandi corporation ho deciso di passare a  TransferWise. Nel 2015 le varie fintech nel Regno Unito stavano uscendo dalla fase early stage e si iniziavano a vedere i primi seri round di investimento. Sono arrivato a TransferWise dopo il series C e dopo la valutazione di 1B $, non che conti nulla essere un unicorno ma provava che molte startup in fintech erano nate per rimanere. In particolare dopo un’esperienza nel mondo corporate ho trovato attraente il modo di operare basato su team autonomi che ci permette tuttora di avere impatto reale e grande velocità’ di esecuzione. 

FT: In Transferwise dal 2015, quanti dipendenti eravate 5 anni fa rispetto ad oggi, cos’è cambiato da allora?

Nel 2015 TransferWise contava già circa 500 dipendenti tra i vari uffici tenendo conto operation e customer support ma a Londra eravamo circa 70-80 persone mentre ora siamo più di 2.200 con 14 uffici nel mondo.

Il mio team era inizialmente composto da me più tre full stack developers mentre oggi sono responsabile di 5 teams parte del nostro growth team per un totale di circa 40 persone distribuite su tre uffici. Diciamo che siamo abituati a crescere di continuo, anche durante questo periodo di pandemia non abbiamo fermato assunzioni e tutt’ora abbiamo circa 750 ruoli da coprire nei prossimi sei mesi. 

A livello di cultura aziendale poco è cambiato, dedichiamo molto tempo durante colloqui ad assicurarci che ogni singola persona abbia gli stessi valori e sia interessata risolvere la nostra mission aziendale – costruire un mondo dove il denaro non ha frontiere. Ovvio poi ci sono sfide di scaling ma niente di così impossibile da risolvere. Idem per la consapevolezza di operare preservando il valore che abbiamo creato a nostri clienti, continuare ad innovare e crescere agli stessi ritmi di quando avevamo un decimo dei clienti attuali. Personalmente la sfida più grande è di rimanere nei dettagli nonostante il mio ruolo sia sempre più quello di seguire vari teams e team leads ma la nostra cultura di autonomia aiuta a lasciarmi spazi in cui posso eseguire di progetti personali per dar vita a nuove opportunità.

Scaling organic growth by building products – Turing Fest 2018 from Fabrizio Ballarini

FT: Il tuo ruolo è uno dei più richiesti nel settore, che tipo di formazione serve per occuparsi di growth e customer acquisition?

Qualsiasi tipo di formazione tecnica è di certo utile ma al tempo stesso non penso ci sia un unico percorso ideale, particolarmente al giorno d’oggi dove formazione tradizionale è piuttosto in difficoltà a tenere il passo dei cambiamenti che avvengono sul web. Ogni giorno ci sono numerosi aggiornamenti che non saranno catturati da corsi di studio tradizionali. Al tempo stesso sono nate molte nuove risorse online dove ci si può documentare e apprendere in continuazione. Più che una certa formazione penso sia essenziale imparare come tenersi aggiornati regolarmente. Nei nostri teams abbiamo professionisti con formazioni varie e cerchiamo sempre di dare valore a tale diversita’. Inoltre a differenza di quanto noto in Italia (da osservatore esterno avendo sempre lavorato nel Regno Unito), a livello internazionale si tende a dare più peso all’esperienza lavorativa piuttosto che alla formazione quando si tratta di growth. Un giovane che ha fatto esperienza anche con un semplice sito personale o small business online è più interessante dal punto di vista professionale di chi ha seguito il corso di studi ideale senza aver praticato in prima persona. Non penso ci sia alcuna barriera d’ingresso e la domanda è tale da dare a tutti opportunità. Detto questo, e’ vero che certe figure in growth con esperienza in startup in forte crescita sono abbastanza rare nel mercato, ma penso sia principalmente dato dal fatto che tali aziende sono poche.   

FT: Cosa significa lavorare per uno dei principali unicorni fintech europei?

Troppo messaggi su LinkedIn che eviterei volentieri, ma al tempo stesso mi è capitato di conoscere un sacco di nuove realtà’ interessanti. Parte perchè ex colleghi di TransferWise ora hanno fondato varie compagnie di successo ma anche perché tramite i nostri VCs e conoscenze dell’ecosistema capita di essere introdotti a varie startup fintech. Giusto per tenermi fresco su diversi settori cerco di passare qualche ora al mese con startup early stage come advisor. A parte l’esposizione a cui si e’ sottoposti non penso che sia affatto essenziale lavorare ad un unicorno per poter avere una buona esperienza in fintech. Ovviamente il livello di investimenti può influenzare la velocità di crescita ma come abbiamo visto negli scorsi 2-3 anni avere soldi illimitati non è sempre un bene, e spesso porta aziende a fare scelte sbagliate o bruciare inutilmente denaro. TransferWise è si un unicorno ma genera profitti dal 2017 pur mantenendo i livelli di forte crescita degli anni passati. 

FT: Quali pensi che siano i trend più rilevanti nel fintech per i prossimi 12 mesi?

Essendo nel settore capita di essere meno affascinato da certi trend più palesi ai consumatori specie se sono solo mirati a crescita a breve termine ma piuttosto da eventi importanti che avranno forti ripercussioni future. 

Un trend che continua e continuerà è quello di fare un-bundling di prodotti e posizionamento con freemium model per attirare crescita a breve termine. Questo tipo di fenomeno crea vantaggi immediati al consumatore finale che riesce accedere a nuovi servizi a prezzi competitivi ma a lungo andare porterà svantaggi perchè non sostenibile. Questo non è nuovo, almeno in UK dove banche offrono da sempre conti correnti e operazioni a costo zero per poi vendere altri prodotti pur sapendo che questi servizi comportano costi. Stesso vale per fintech dove il consumatore viene spesso incentivato da prezzi competitivi a breve termine non sapendo poi che sotto non e’ detto che ci sia innovazione che ha permesso cio e che prima o poi l’azienda dovrà trovare il modo di recuperare i costi. Per questo motivo, il nostro growth team investe molto nel costruire strumenti di comparazione costi e raccolta dati su commissioni effettive dei vari operatori al punto che all’interno di TranferWise offriamo un servizio di compara prezzi raccomandando altre aziende qualora competitive nell’interesse del consumatore, al posto di vendere l’illusione di servizi gratuiti che poi hanno commissioni nascoste. Fintech ha fatto e sta facendo molto dal punto di vista della trasparenza rispetto a istituzioni tradizionali ma non tutti i player sono così rigidi quando si tratta di comunicare in modo trasparente costi che potrebbero impattare la propria crescita. 

Più interessante dal mio punto di vista sono quei cambiamenti epocali dal punto di vista di licenze e infrastruttura che spesso sono distanti dal consumatore finale ma che a lungo termine porteranno benefici enormi all’ecosistema e ai consumatori. Per esempio, il Fast Payment Scheme qui nel Regno Unito a cui abbiamo aderito come prima non-banca ci permette di connettere direttamente alla Bank of England tagliando costi ma anche offrendoci la possibilità di effettuare pagamenti istantanei. Stesso vale per open banking (anche se al momento è immaturo) e altre tecnologie capaci di migliorare il servizio al consumatore finale. Qui sta a noi nel settore a far chiarezza e spiegare in modo semplice ai consumatori quali tecnologie aiutano e quali no. Cercando di non cavalcare solo ciò che fa notizia, ma focalizzandosi su benefici reali ai clienti. 

FT: Ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

Penso dipenda molto dal ruolo a cui una persona è interessata. Capire in base a cosa si vuole imparare se è più importante avere una formazione più strutturata piuttosto che non. Io per esempio son passato da consulenza a clienti corporate a TransferWise in una fase di scale up, il che ha funzionato. Passare ad una early stage startup sarebbe stato meno naturale per me. Al tempo stesso essere a contatto diretto e avere impatto diretto su problemi come potrebbe avvenire in una startup early stage da molti vantaggi e permette di crescere velocemente. Abbiamo diversi ruoli dove impieghiamo personale da formare e investiamo in formazione mentre altri dove è richiesta più autonomia ed esperienza che fino ad oggi è venuta da grandi corporations. Inoltre, al giorno d’oggi è possibile fare esperienza in startup di fintech più strutturate come TransferWise per poi passare ad altre realtà early stage. Ex colleghi di TransferWise hanno lanciato varie startup che stanno facendo bene, hanno ricevuto i primi investimenti e stanno scalando. Più l’ecosistema cresce, più tutti ricevono benefici e vengono a crearsi nuove opportunità anche per chi è all’inizio del proprio percorso professionale. 

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ALESSANDRO RAVANETTI, FINTECH COPYWRITER E CONTENT STRATEGIST

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale, come sei arrivato al fintech?

Il mio percorso è iniziato da Londra, dove ho fatto un master in finanza (concluso in piena crisi finanziaria del 2008!) e le mie prime esperienze professionali. Inizialmente ho lavorato per Bloomberg, che può essere considerata a tutti gli effetti una fintech ante litteram, e con varie società di consulenza. 

Essendo però sempre stato attratto da tecnologia e startups ho poi deciso di unirmi a una delle prime piattaforme di equity crowdfunding in Europa e successivamente creare uno spin-off di questa, per co-fondare una società B2B con cui si forniva l’infrastruttura API per creare altre piattaforme fintech. 

Un periodo che per me è durato sette anni, in cui sono stato responsabile di gestire marketing e comunicazione, e tramite cui abbiamo permesso di lanciare oltre 100 piattaforme in diversi paesi. Avventura senz’altro formativa e interessante, ma da cui ho anche imparato che se a un certo punto capisci che non c’è sintonia di vedute su come sviluppare la società e su alcuni valori di base, è meglio che ognuno continui per la propria strada. Concluso quel capitolo, negli ultimi due anni ho iniziato a collaborare con varie startup e altre aziende che operano nel settore.

FT: Di cosa ti stai occupando in questo periodo?

Sto lavorando su vari fronti. Principalmente mi occupo di copywriting e content strategy come freelance e lo faccio da Barcellona. Il progetto che mi sta assorbendo di più è con Enel X. Trovo molto interessante che una realtà così importante abbia deciso di entrare nel fintech con un progetto ambizioso, sia lato consumer, con una soluzione di mobile banking rappresentata da Enel X Pay, che lato business, con soluzioni di payment technology per le imprese. Con il piano di andare a sviluppare tutta una serie di servizi finanziari digitali integrati con l’ecosistema Enel. 

Creazione di contenuti a parte, collaboro anche come esperto per la valutazione di richieste di finanziamento con vari programmi collegati alla Commissione Europea, oltre ad aiutare la selezione delle startup più promettenti per SXSW, e a curare una newsletter settimanale con Techstars, in cui copro novità e approfondimenti riguardanti il fintech.

FT: Quali sono dal tuo punto di vista le peculiarità dell’ecosistema fintech italiano rispetto agli altri hub europei?

In Italia si è partiti più tardi e con meno decisione che altrove. E’ un ecosistema ancora piuttosto piccolo. Meno sviluppato rispetto a quello di Germania e Francia, e per il momento non paragonabile rispetto a quello in UK, che rimane di gran lunga il più avanzato in Europa. Detto ciò negli ultimi anni si sono viste varie storie di successo che fanno ben sperare. Si tratta senz’altro di un mercato meno saturo, con un buon potenziale, dove c’è spazio per nuove iniziative. E dove le valutazioni delle startup rimangono per il momento più basse, con la possibilità di rappresentare una buona occasione per chi è interessato a investire. In sostanza, le opportunità ci sono, la speranza é che ora si inizi a pensare più in grande.

FT: Vista la tua esperienza nel il fintech quali pensi siano i trend che spingeranno il settore nel 2021? 

Sempre difficile fare delle previsioni, ma provo a indicare alcuni punti: 

Continueremo a vedere gli effetti spinti da quanto accaduto nell’ultimo anno a livello sanitario. Sempre più cashless, con soluzioni digitali per i pagamenti e per la gestione delle spese quotidiane, più ricche e sofisticate.

Si continuerà forte anche sul tema dell’embedded finance e della modularizzazione dei servizi finanziari. Con sempre più aziende, che siano Big Tech o grandi corporations operanti in settori tradizionali, che cercheranno di entrare nel settore, integrando nella loro offerta servizi finanziari usando la tecnologia e i prodotti di società fintech.

Mi aspetto poi un’ulteriore accelerazione sia per quel che riguarda le attività di M&A, che per SPAC IPOs e mega-rounds. Con la polarizzazione tra round di finanziamento piccoli e quelli sopra i €100 milioni. E la conseguente controindicazione di creare un gap per chi deve scalare con round medi.

Mi auguro poi più attenzione per quel che riguarda l’inclusione finanziaria. Con la speranza anche di vedere nascere più startup purpose driven. Più focalizzate a risolvere problemi reali e ad ambire a creare un sistema finanziario più trasparente e aperto. Con maggior focus su qualità del prodotto, felicità e salute mentale del gruppo di lavoro, ed etica dei progetti intrapresi. E meno ossessione su crescita, funding e exit.

FT: Ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

È un grande “dipende”. Prima di tutto da cosa si cerca a livello personale, ma anche dalla situazione di partenza e dalle opportunità che si presentano. Nella scelta credo comunque abbiano maggior peso le persone con cui si lavora rispetto alle dimensioni della società. Ci sono poi vantaggi e svantaggi in entrambi i casi. Non penso però sia troppo utile seguire i consigli di altri, ma invece sperimentare,  guardare con curiosità entrambi i mondi, e cercare di capire quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere.

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INTERVISTA CON MARCO MASOTTO DI CARDO AI

FT: Partiamo dalla tua esperienza professionale, da dove sei partito e di cosa ti occupi oggi. 

MM: Allora, sono partito ormai oltre 13 anni fa… durante gli studi ho fatto qualche stage tra Milano e Londra e poco prima della laurea sono entrato Mediobanca. Inizialmente mi sono occupato di origination e strutturazione di operazioni di finanziamento per corporate italiane, poi sono passato a gestire il portafoglio lending della divisione CIB ed infine sono diventato responsabile del coordinamento delle attività della sede di Londra dove ho concluso la mia esperienza in banca. Da qualche mese mi sono unito al team di Cardo AI per sviluppare l’offerta nel settore delle cartolarizzazioni sia lato prodotto che lato clienti. La Securitisation Platform di Cardo è un SaaS che consente a originator, investitori e servicer di gestire in maniera più efficiente le cartolarizzazioni. Il nostro prodotto supera l’utilizzo di file excel e altri sistemi frammentati tipici dell’industria, offre un unico punto d’accesso per la gestione di grandi quantitativi di dati, dando agli utenti la possibilità di creare statistiche evolute e personalizzate, effettuare analisi di scenario (anche con il supporto di algoritmi di ML e AI), nonché ottenere reportistica dedicata che risponde ai requisiti ESMA.

FT: Sono pochi i nostri connazionali che dall’estero tornano in Italia, soprattutto quando si parla di finanza, come hai preso questa decisione? 

MM: È stata una decisione abbastanza facile: sono tornato per stare più vicino alla mia famiglia. Ho una figlia di 7 anni (oltre a una moglie) e vederla solo in video o 2 giorni alla settimana non era abbastanza.

FT: Banca e poi fintech, spiegaci perché.

MM: La componente tecnologica mi ha sempre affascinato, ho studiato programmazione e poi ho scelto il corso di laurea in Economia dei Mercati Internazionali e delle Nuove Tecnologie. Dopo tanti anni nella finanza tradizionale avevo voglia di nuovi stimoli e vedevo nel fintech un treno di opportunità che rischiavo di farmi scappare ogni giorno che passava e io ne rimanevo fuori. Il passaggio non è stato facile come pensavo inizialmente, ho dovuto studiare molto sia per rimettermi al passo con le evoluzioni tecnologiche, capire le tendenze del mercato e le caratteristiche dei vari prodotti e servizi, crearmi un network adeguato e, non da ultimo, selezionare i player più credibili.

FT: Su quali tecnologie avete scelto di puntare in Cardo?

MM: Partendo dall’obiettivo di fornire un prodotto che consenta ai nostri clienti di gestire grosse quantità di dati, velocemente e ad un basso costo, abbiamo lavorato per ottimizzare ogni singolo aspetto del processo di raccolta, archiviazione e gestione dei dati. 

Abbiamo costruito il nostro prodotto in cloud per dare la possibilità di accedere alla piattaforma dovunque e con modalità diverse senza i limiti dettati della potenza di calcolo dei device utilizzati. Abbiamo realizzato un database evoluto che consente di evitare lo staging per buona parte dei calcoli effettuati abbattendo così i tempi di latenza. Offriamo agli utenti microservizi attraverso un’interfaccia basata su React JS  totalmente indipendente dal backend per massimizzare la user exeperience e l’affidabilità della piattaforma. 

FT: Come pensi si evolverà il fintech nei prossimi anni in Europa?  

MM: Il settore attrae un interesse sempre maggiore sia da investitori privati che da istituzionali, ma siamo ancora lontani dai round milionari tipici della Silicon Valley. I prossimi mesi saranno fondamentali per tirare le prime somme sulla capacità dei player di resistere ai momenti difficili di mercato e agli effetti della crisi generata dalla pandemia di Covid-19, che si manifesteranno a pieno solo una volta che le misure di sostegno messe in campo dai governi termineranno. Credo che per consentire alle imprese europee di crescere e competere con player US ed asiatici servano da un lato un mercato davvero unico in termini di regolamentazione e possibilità di accesso ai capitali, e dall’altro degli stimoli concreti che permettano di superare la dimensione nazionale ed espandersi almeno a livello continentale, obiettivo che pochi player sono riusciti a raggiungere finora. 

FT: Ti faccio un’ultima domanda con la speranza che possa essere di aiuto alla community di FT, ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation? 

MM: Le grandi corporation offrono senz’altro dei percorsi di inserimento e crescita strutturati con delle esperienze di apprendimento definite che permettono di crearsi delle conoscenze specifiche molto solide ed in tempi brevi. In una start-up invece bisogna costruirsi il proprio percorso mentre si costruisce l’azienda e non è cosa per tutti. Lavorare in un ambiente poco strutturato, anche se ha degli svantaggi, ti porta a dover prendere decisioni in ogni momento (con le conseguenti responsabilità) ma allo stesso ti mette in “presa diretta” con il risultato del tuo lavoro.

Se si è pronti ad accettare le sfide, impegnarsi a fondo per migliorare il prodotto e se stessi, le start-up offrono opportunità uniche per imparare cosa serve a realizzare qualcosa. 

Bisogna però stare attenti a scegliere dei progetti credibili portati avanti da team solidi, che siano in grado di mettere insieme vision ed execution, avendo allo stesso tempo la capacità di trasmettere valori e competenze ai propri collaboratori. 

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IL CONTO BUSINESS 100% SI CHIAMA QONTO

Abbiamo già recensito prodotti business a servizio delle PMI italiane, ma con questa nuova recensione della francese Qonto ci dedichiamo completamente al segmento corporate, perché mai come nelle aziende è necessario avere a disposizione soluzioni agili e veloci per far crescere il proprio business.

Chi è passato almeno una volta dalla trafila di aprire un conto aziendale, sa quanto tempo si perde in scartoffie e quanto sia difficile delegare gli accessi se non attraverso richieste e autenticazioni infinite.

Oltretutto è praticamente impossibile trovare una banca tradizionale che abbia reso 100% i propri processi, per qualsiasi cosa occorre recarsi in filiale e firmare documenti su documenti.

Registrarsi a Qonto e utilizzare i vari servizi per gestire bonifici, addebiti diretti, trasferte e note spese è un gioco da ragazzi. In più, una caratteristica fondamentale per migliorare la gestione contabile, è possibile integrare il sistema con il proprio commercialista. Accessibile sia da desktop che da pc.

Fattore di fondamentale importanza, anche se come detto all’inizio la startup Qonto è francese, il conto corrente che si attiva per una società italiana ha l’IBAN italiano.

Nonostante abbia un conto di gestione può essere attivato gratuitamente in prova per i primi 30 giorni dalla registrazione, senza alcun impegno. 

“Utilizziamo il design e la tecnologia per offrire a imprenditori e professionisti l’esperienza bancaria che meritano”

Alexandre Prot and Steve Anavi – Co-Founders @Qonto

Il design al centro della rivoluzione business

Qonto è un servizio che nasce dalla semplificazione di processi corporate desueti e troppo complessi per le imprese di nuova generazione e non solo. Rappresenta un alleato fondamentale per la gestione finanziaria aziendale, grazie alla straordinaria semplicità data dalla miglior esperienza utente.

Qonto è a tutti gli effetti una neobanca con oltre 100.000 clienti imprese, opera quindi come fintech nel B2B, sparsi tra Francia, Italia, Spagna e Germania. In Italia è attiva dal Maggio 2019, con un processo di internazionalizzazione che parte proprio dal nostro paese, con un team locale focalizzato sull’adattamento della strategia. 

A proposito di team, uno dei punti di forza di Qonto rispetto all’home banking tradizionale è proprio la gestione degli account con accessi multiutente, che permettono di gestire al meglio i permessi di ogni collaboratore, oltre a poter richiedere carte personalizzate.

Le tipologie di conti Qonto

Con un servizio clienti operativi ed efficiente è possibile aprire il proprio conto in meno di 15 minuti, scegliendo tra le differenti tipologie disponibili in base alla dimensione del business.

Opzione Solo

Il conto perfetto per il liberi professionisti con accesso ad un solo utente, ha un costo mensile di 9€, include una carta One base e 20 bonifici e addebiti diretti SEPA al mese.

Opzione Standard

L’alternativa perfetta per una PMI che ha necessità di utilizzare il conto multiutente fino a 5 componenti del team con 2 carte debito One già incluse nel canone mensile di 29€. I bonifici e addebiti diretti SEPA inclusi al mese salgono a 100.

Opzione Premium

Ha un canone di 99€ al mese e si adatta a realtà più strutturate con un numero illimitato di utenti che possono essere attivati sull’account aziendale. Vengono incluse nell’offerta anche 5 carte di debito One fisiche ed illimitate carte di debito One virtuali. I bonifici e addebiti diretti SEPA al mese sono 500.

Le tipologie di carte Qonto

Ogni conto corrente che si rispetti ha ovviamente degli strumenti elettronici di pagamento associati come le carte di debito.

Nel caso di Qonto, come già in parte espresso nel delineare le varie tariffe, ci sono 3 carte disponibili con caratteristiche differenti.

Carta One

La Carta One è la carta base di Qonto, non ha un costo aggiuntivo in quanto è inclusa nel canone di gestione del conto, a meno che vengano richieste carte supplementari oltre a quelle incluse nel pacchetto che hanno un costo di 5€.

I pagamenti con carta in euro sono completamente gratuiti con il limite di 20.000€ per un periodo di 30 giorni consecutivi e di 1.000€ per i prelievi in contanti che hanno un costo fisso di 1€ per prelievo.

Carta Plus

Per la Carta Plus è previsto un canone aggiuntivo di 6€ mensili che prevede il miglioramento di alcune condizioni rispetto alla carta base One.

Per esempio le commissioni sui pagamenti extra ue sono dimezzati all’1% rispetto al 2% della versione base, il limite di pagamento con carta è raddoppiato a 40.000€ come i prelievi in contante che passano a 2.000€ per un periodo di 30 giorni consecutivi.

Sono inclusi anche 5 prelievi in contanti per un periodo di 30 giorni consecutivi, ogni prelievo successivo ha il costo fisso di 1€.

Carta X (metal)

La versione premium tra le 3 proposte, si allinea al trend del materiale metallico ha un costo mensile di 20€ per carta che si somma al costo del piano mensile.

Praticamente tutti i servizi di pagamento extra ue, prelievi, commissioni sono tutti inclusi nel canone. 

Sono previsti limiti sulle spese per 60.000€ per un periodo di 30 giorni consecutivi e 3.000€ per i prelievi in contanti. 

Il tipo di assicurazione sulla carta è premium e si aggiungono rispetto alle precedenti versioni, l’accesso alle sale VIP degli aeroporti e un servizio di concierge con un assistente personale disponibile 7 giorni su 7. 

Per ottenere maggiori informazioni e visualizzare tutte le caratteristiche distintive di ogni carta e conto visita le pagine “Tariffe” e “Carte” del sito di Qonto.

Disclaimer: come sempre nelle nostre recensioni selezioniamo solo fintech e prodotti che conosciamo e utilizziamo in prima persona. Non siamo consulenti finanziari, valutiamo le fintech per i loro servizi ed esprimiamo un parere del tutto personale.

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INTERVISTA A ROMI FUKE, FONDATORE DI IN-LIRE

In questi giorni è uscita la notizia della trasformazione societaria di In-Lire in società per azioni, un importante traguardo che commentiamo insieme al fondatore del circuito Romi Fuke.  

FT: Possiamo affermare che in Italia sei una delle personalità più attive nel mondo dei circuiti di moneta complementare, da dove è nato il tuo interesse per questa nuova modalità di business?

RF: Nasco come imprenditore nel settore dell’IT dal 1993 a soli 23 anni. Settore che come tutti sappiamo ha vissuto momenti entusiasmanti fino al 1999 grazie la prima informatizzazione di massa delle famiglie e alla nascita del web, ma anche momenti drammatici subito dopo, a livello economico, quando la bolla IT della New Economy è esplosa. Ho vissuto in prima persona il fenomeno della grande disponibilità del denaro (c’erano ancora le vecchie lire), come strumento per finanziare l’economia reale grazie ad un sistema fiduciario forte, e la prima vera crisi dei primi anni 2000 che ha fatto sì che le banche iniziassero a trovare più redditizio investire nella finanza a dispetto delle piccole medie imprese, che da sempre sono state il vero tessuto economico e il pilastro portante del nostro paese. 

Da imprenditore mi sono accorto che da solo era impossibile trovare soluzioni anticicliche per contrastare questo fenomeno di grande sfiducia generatosi nell’economia reale, che ha portato a considerare il denaro come fine di ricchezza e non mezzo di scambio di transazioni economiche tra imprese e consumatori. 

La mancanza di liquidità come tutti ben sappiamo è ben peggiorata dopo il 2008 e nuovamente accadrà post emergenza Covid-19. Che fare allora? Mi sono immaginato un mercato dove la fiducia potesse ripristinare le condizioni favorevoli per darsi credito e un “mondo” dove le imprese potessero ricominciare ad investire ed assumere. Ecco che nel 2013 decisi di abbandonare il settore IT e di dedicarmi a studiare un nuovo modello economico sostenibile prendendo spunto da alcune esperienze estere, e avviai la prima Start-up nel mondo dei circuiti di moneta complementare, dove il credito commerciale, che nasce in condizioni di fiducia, viene utilizzato come “moneta” (complementare all’Euro appunto) per pagare beni e servizi all’interno del circuito stesso. Nel 2018, forte dell’esperienza acquisita ma non ancora soddisfatto del modello avviato, ebbi la fortuna di rincontrare un caro amico, Marco Negro torinese doc, che mise in piedi un’azienda dal nome evocativo… “in-Lire”, decisi di acquistarla e di avviare insieme a lui un modello ancor più perfezionato includendo tecnologia, strumenti moderni di pagamento attraverso App, QRCode, Plugin e API da integrare negli ecommerce e nelle APP delle aziende iscritte e un sistema virtuoso di garanzia delle transazioni economiche. Ecco nascere così Circuito in-Lire, il Circuito Italiano.

FT: In concreto cosa fa In-Lire per favorire la crescita del Circuito? Qual è il vostro modello di business?

RF: Il modello è semplice. Per generare fiducia è indispensabile aggregare imprese di qualità (che non significa aziende che non abbiano problemi finanziari o economici, ma imprese che vendono beni e servizi di qualità riconosciuta) che siano governate da imprenditori illuminati e pronti al cambiamento che comprendano bene che l’economia per come l’abbiamo vissuta fino ad ora è profondamente cambiata. Lavoriamo attraverso una rete di 30 Community Trader, i nostri consulenti territoriali, costruendo panieri di beni e servizi utili e necessari, ricostruendo quelle dinamiche economiche di prossimità territoriale e di filiera, utilizzando il credito come strumento di scambio di beni e servizi. Non è più la quantità di denaro a determinare quanto vale il mio immobile o la mia professionalità, ma è la qualità del bene e/o servizio venduto a riacquisire  un valore misurabile e pagabile. Abbiamo dato vita così un modello scalabile grazie la creazione di una Academy che si occupa di formare i nostri partner regionali e i relativi consulenti che intercettando domanda e offerta continuamente e sulla base delle richieste non evase di beni e servizi attraverso un sistema referenziale allarghiamo la rete proponendo alle aziende più virtuose di poter entrare a far parte della Community. Il matching tra domanda e offerta è anche alimentata da una serie di strumenti marketing come Eventi on-line e off-line (nell’ultimo prima del Covid, a Palazzo Visconti a Milano hanno partecipato più di 180 imprese) e da una piattaforma marketplace e App geolocalizzata aiuta le imprese a trovare ciò che serve anche in prossimità.

Il gestore del circuito acquisisce una piccola cifra annuale per finanziare le attività di promozione e marketing dell’impresa iscritta e guadagna una success fee sul risparmio di liquidità  che le imprese generano grazie al Circuito stesso. Un modello win-win che genera collaborazione e obiettivi comuni.

Un affidamento senza interessi, il risparmio di liquidità, un network di nuovi clienti e fornitori selezionati, la ricostruzione di economie di territorio e prossimità sono solo alcuni dei benefici che può portare l’iscrizione a Circuito in-Lire.

FT: Il fatto di essere presenti in diverse Regioni d’Italia è sicuramente un vanto, come fate a gestire la complessità di un territorio così ampio?

RF: Attraverso una rete ben organizzata di partner regionali che conoscono profondamente il territorio e le realtà economiche locali e di Broker regionali e interregionali: Figure professionali che aiutano le imprese nel mantenere l’equilibrio nel circuito. Il primo alimenta domanda e offerta nell’area di pertinenza, il secondo mantiene in equilibrio le Regioni,  alimentando gli scambi di beni e servizi che rappresentano le eccellenze del territorio “esportabili” da un territorio all’altro. Ad esempio il turismo, i prodotti tipici e i prodotti derivanti da distretti industriali (il sughero dalla Sardegna, i mobili dalla Brianza, i vini dell’Oltrepò Pavese o dalla Toscana solo per citare dei casi, il cioccolato Torinese)

FT: Quando si parla di moneta complementare si pensa con facilità alle criptomonete, cosa vi differenzia da Bitcoin o Ethereum?

RF: Le criptovalute anche se non ufficialmente riconosciute dalle istituzioni sono monete vere e proprie e subiscono fluttuazioni di cambio seguendo le regole di domanda e offerta. Si prestano molto a speculazione finanziaria, e hanno pertanto la stessa criticità delle Valute come l’Euro o il Dollaro…. vengono tesaurizzate ovvero accantonate e sono strumento finanziario vero e proprio. Il credito in-Lire invece è un credito commerciale (ha valore fisso 1 Credito in-Lire= 1 Euro) ovvero un credito che nasce perché viene generata una fattura o un documento fiscale tra cliente e fornitore. Il credito generato è utilizzato (ceduto tra cliente e fornitore) per pagare i beni e servizi oggetto del documento emesso. Non matura interessi attivi, né il debito interessi passivi, pertanto chi ha credito tende ad utilizzarlo subito per pagare beni e servizi nel circuito, perché il vantaggio è trattenere in banca la liquidità. Con questo meccanismo virtuoso la moneta in-Lire circola circa 10 volte in più della moneta tradizionale, ovvero genera 10 volte di più fatturato incrementale per le aziende iscritte rispetto al denaro tradizionale.

FT: Dopo il passaggio a S.p.A., quali sono le prossime novità?

RF: A settembre inizieremo un percorso di Crowdlisting attraverso il nostro Venture Incubator BemyCompany. Azienda che ci ha accompagnato nel processo di crescita societaria. L’operazione è nuova in Italia, e consiste in un Equity Crowfunding abbinato immediatamente da una operazione di Listing (quotazione) in Borsa. L’operazione sarà finalizzata a finanziare la crescita anche attraverso acquisizioni strategiche e allo sviluppo continuo del portale transazionale e della tecnologia utilizzata. 

FT: Consiglierebbe a un ragazzo di entrare nel mondo fintech o prima lavorare nel settore della finanza classica?

RF: Il mio Consiglio è di maturare prima delle esperienze nella finanza classica anche attraverso  ruoli specifici all’interno delle imprese. Bisogna capire le dinamiche economico finanziarie reali e quindi le necessità del mercato, per avere l’intuizione realmente di successo. Molte idee purtroppo hanno poca aderenza con la realtà. Inoltre non basta la buona idea per lanciare una nuova impresa, spesso chi ha le idee non ha capacità imprenditoriale. Lo vediamo anche nel nostro settore con modelli che bruciano continuamente cassa.

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INTERVISTIAMO CARLO GUALANDRI, FOUNDER E CEO DI SOLDO

Carlo Gualandri è il fondatore di Soldo, una startup inglese nel settore FinTech attiva nel mercato finanziario europeo nello spend management. In precedenza, Carlo ha partecipato allo sviluppo di aziende nel settore del mobile e del social gaming presso Intent Ventures ed è stato il fondatore di Gioco Digitale, società diventata leader nel mercato del gioco regolato in Italia. In Lottomatica (ora IGT) è stato responsabile dello sviluppo delle nuove piattaforme, definendo le strategie di crescita del business online e lanciando a livello nazionale le lotterie istantanee telematiche. Come fondatore di Matrix ha contribuito alla nascita del mercato internet in Italia creando il primo portale italiano, Virgilio, e la concessionaria di pubblicità Active Advertising. Ha guidato le attività della divisione Internet Service Provider consumer e small business in Telecom Italia e partecipato al lancio di Fineco, la banca online leader in Italia.

FT: Da pioniere di internet a fondatore di una fintech italiana tra Londra e Dublino, com’è stato il passaggio da un settore all’altro?

Soldo, combina molte esperienze che ho fatto nella mia carriera. Da quella di Fineco, una delle prime neo-banche ante litteram dove sviluppammo la tecnologia di una banca online quando esistevano solo le filiali a quella delle Pagine Gialle e di molte aziende di Matrix e Telecom Italia dove vendevamo servizi alle PMI fino al business regolato di Gioco Digitale dove aldilà della destinazione d’uso per il gioco la gestione del denaro dei clienti era molto simile alla modalità con cui lavora una fintech.

Quindi più che un passaggio questa è l’integrazione di esperienze fatte negli ultimi venti anni.

FT: Cosa serve all’Italia per attirare la prossima Soldo? O cosa gli manca per non farsela scappare?

CG: Oggi è necessario avere una dimensione come minimo Europea o addirittura globale per poter competere e per poter aspirare a questo è necessario avere una cultura ed un contesto più internazionale, cosa difficile da trovare in Italia. A Londra o a Berlino per esempio arriva e vive gente da tutta Europa e da tutto il mondo, portando esperienze di ogni tipo e creando uno scambio ed un confronto continuo di talenti. Questo si traduce in una ricchezza umana molto importante per la crescita delle aziende.

Se non c’è la capacità di pensare in termini di ambizione globale allora il rischio è di avere obiettivi “piccoli” e di accontentarsi magari del mercato locale. E questo si riflette sulla capacità di attrarre capitali. Creare startup è una cosa estremamente rischiosa e la maggior parte di esse normalmente non raggiunge il successo per cui i finanziamenti si concentrano su quelle che in caso di successo possono creare il valore maggiore. E in questo una azienda piccola, culturalmente non diversa, che ha difficoltà ad attrarre talenti perché questi stanno altrove e concentrata su un mercato solo, quello locale, ha grandi difficoltà.

È il concetto di ecosistema ed è il motivo per cui gli Stati Uniti sono così forti. Semplicemente in quel contesto creare una azienda e farla crescere è più facile e la ricompensa maggiore.

Ed è anche il motivo per cui è così difficile cambiare le cose; bisognerebbe poter intervenire su tanti aspetti. Sulla cultura, sulla scuola, sulla conoscenza della lingua, sulla burocrazia, sul costo del lavoro, sulla credibilità del paese, sulla disponibilità di fondi etc. etc.

Per esempio, la Francia ha cominciato a crescere molto in questi ultimi anni ma è la conseguenza di una strategia molto determinata del governo e dell’industria, di investimenti enormi e di un sacco di lavoro per molto tempo.

Per poter cambiare le cose in Italia bisognerebbe avere le idee chiare ed essere in grado di perseguire un obiettivo difficile per lungo tempo.

FT: Parlando invece di welfare aziendale, come sono cambiati i bisogni dei lavoratori dopo il Covid-19?

CG: Non saprei dire se ci siano stati dei cambiamenti strutturali permanenti. Oggi siamo ancora in una fase di transizione e bisognerà aspettare di vedere come si assesteranno le cose nel lungo termine e una volta finita l’emergenza.

Ovviamente i nostri comportamenti rifletteranno una diffidenza verso la vicinanza con altre persone e questo impatterà su molte abitudini negli uffici. Allo stesso modo probabilmente una certa quota di lavoro a distanza diventerà parte della normalità e della routine.

Dobbiamo pensare però che una volta che il Covid-19 diventerà l’eccezione in una popolazione generalmente sana per via di vaccini o di immunità diffusa ci sarà una tendenza a ritornare alle nostre usuali abitudini.

FT: Come sta andando la collaborazione con i Comuni per i buoni spesa? Avete lanciato questa iniziativa solo in Italia o ci sono altre nazioni con politiche sociali simili a cui avete offerto la vostra tecnologia gratuitamente?

CG: La collaborazione con i Comuni è andata e sta ancora andando molto bene, per esempio Milano ha recentemente esteso il progetto aggiungendo diverse altre migliaia di famiglie.

Credo che sia un ottimo esempio di come con un approccio agile e lavorando sodo si possano creare in poco tempo soluzioni innovative e riuscire ad applicarle facendo la differenza. Questo è il classico ruolo che deve giocare una realtà come la nostra.

Ci sono diverse discussioni aperte in altri paesi ma in molti casi le opportunità si sono sviluppate in modo diverso; in Inghilterra per esempio il settore delle charities e non for profit organisations ha utilizzato molto di più i nostri strumenti in modo simile all’Italia mentre il governo si è focalizzato su aspetti più strutturali come la cassa integrazione.

FT: Consiglieresti a un ragazzo di entrare nel mondo fintech o prima lavorare nel settore della finanza classica?

CG: Dipende totalmente dalla qualità dell’opportunità e dell’esperienza che può fare. Un ragazzo dovrebbe sempre ragionare su come investire per imparare di più e aumentare il proprio valore, soprattutto quando è giovane e non ha ancora vincoli. 

Le possibilità migliori potrebbero venire sia dal mondo fintech che dal mondo della finanza classica ma la valutazione deve essere fatta in modo molto oggettivo.





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INTERVISTA A FAUSTO MAGLIA, CHIEF PRODUCT OFFICER DI CASAVO

Il futuro dell’innovazione attraverso le tendenze del nuovo mondo

Abbiamo intervistato Fausto Maglia, Chief Product Officer di Casavo, per discutere dell’ecosistema tecnologico italiano in funzione dei trend in arrivo dagli Stati Uniti.

FT: Ciao Fausto, ti ringrazio per la disponibilità ed iniziamo come di consueto con una breve presentazione dell’intervistato.

FM: Ciao Diana, grazie per avermi contattato. Sono Fausto Maglia, ho 30 anni e come molte persone che si occupano di prodotti tecnologici ho avuto un percorso professionale abbastanza variegato sempre a cavallo tra marketing e tecnologia, prevalentemente in startup tech che si occupano di turismo e big data (Travel Appeal a Firenze, Dashbell a Boston) ma anche in grandi multinazionali più orientate al mondo delle telco (Dixons Carphone a Londra). Ho una laurea in digital humanities (Università di Pisa), un master in comunicazione e marketing per le imprese (Università di Siena) e sto attualmente frequentando un part-time MBA presso il LUISS Hub di Milano.

FT: Partiamo dal tuo ruolo di Chief Product Officer, non tutte le aziende hanno un responsabile di prodotto, perché trovi sia un ruolo fondamentale in una startup?

FM: Ti ringrazio per la domanda che trovo molto interessante. Non credo che figure di prodotto siano fondamentali in tutte le startup, ma trovo che siano fondamentali quando:
• La startup sviluppa uno o più prodotti tecnologici che sono di primaria importanza per il business e che devono essere utilizzati da utenti finali (sia nel caso di prodotti B2B che B2C);
• Il management dell’azienda non ha già uno skillset consolidato per lo sviluppo di prodotti tecnologici;
• Quando l’azienda raggiunge una dimensione tale per cui il management non riesce più a seguire tutte le tematiche con attenzione (e allora è fondamentale che ci sia estrema fiducia tra responsabile di prodotto e CEO).
In Italia in generale c’è ancora una scarsa cultura di prodotto. A me il ruolo di Product Manager fu proposto per la prima volta in Travel Appeal ed ero piuttosto titubante perché non sapevo bene come avrei potuto spendermi successivamente nel mercato del lavoro italiano. Mi innamorai poi del ruolo perché mi permetteva di stare all’intersezione di business e tecnologia. A Londra trovai invece un ecosistema molto florido in cui il product management era una competenza ricercata e desiderata a livelli paragonabili a quelli del software development.
L’Italia è ancora indietro rispetto a nazioni come Germania, Francia, UK e US e in Casavo ce ne accorgiamo bene per la difficoltà che abbiamo nel trovare product manager preparati. Considera che – delle ultime 4 offerte di lavoro come PM che abbiamo inviato – soltanto una era destinata a una persona che lavora attualmente in Italia.

Ci sarebbe molto altro da dire al riguardo, ma concludo la risposta menzionando il fatto che molte aziende e molte persone anche qualificate ancora hanno difficoltà a passare da una mentalità di progetto a una di prodotto, e anche chi ci riesce a volte è legato a dinamiche tradizionali, risalenti a quando i prodotti avevano un ciclo definito da fasi molto chiare che prevedevano un inizio e una fine della produzione e della commercializzazione del prodotto; oggi invece (basti pensare a YouTube, che ormai ha 15 anni) i prodotti tecnologici hanno un ciclo di vita tendente all’infinito, perché le aziende li aggiornano costantemente sulle base delle necessità emergenti del mercato. In questo senso, il CPO non solo si occupa di far evolvere i prodotti così da garantire longevità, ma si occupa anche di trasmettere questo tipo di cultura all’interno dell’azienda.

FT: Vediamo quindi secondo te qual è il trend più interessante che stiamo importando dagli Stati Uniti…

FM: Dipende dal settore di cui stiamo parlando, ovviamente. In generale però il nostro paese, come dicevo anche poco fa, sta importando dalle altre regioni innovative d’Europa e del mondo una cultura seria di sviluppo di prodotti tecnologici. Vedo due grandi temi che ancora non abbiamo scardinato ma che pian piano stanno dando segnali incoraggianti:

  1. L’approccio narrativo che soffoca quello attuativo: la Silicon Valley ci ha mostrato come la tecnologia possa diventare il cuore pulsante dell’economia con storie molto avvincenti di ragazzi partiti dai propri garage e diventati CEO di aziende tra le più importanti al mondo. La verità però è che la tecnologia è difficile da comprendere e soprattutto è difficile da concretizzare e far fruttare. In Italia siamo ancora in una fase in cui si parla molto di trasformazione digital e innovazione senza badare alla qualità di ciò che viene realizzato. Questo è alla base di molti casi di insuccesso nella trasformazione digitale ma la sensazione è che ci sia una nuova generazione di imprenditori più sensibile al riguardo.
  2. L’accettazione che, oggi, le aziende devono essere principalmente tech companies e solo successivamente debbano specializzarsi in qualche settore specifico. Qui rubo le parole di Satya Nadella, CEO di Microsoft, che dice “In futuro non esisteranno più aziende standard e aziende tech, ma che esisteranno aziende tech specializzate nella realizzazione di certi prodotti che, magari, saranno i soliti che conosciamo oggi.” Casavo è un esempio di questa tendenza: non siamo una società immobiliare che si è digitalizzata, ma una tech company che opera nel mercato immobiliare. Per di più non siamo gli unici in Italia oggi ad avere questo tipo di approccio.

FT: La domanda opposta, ti viene in mente un’innovazione dell’ultimo decennio che sembrava promettente ma non è riuscita a decollare e diffondersi?

FM: Ci sono molte più startup che falliscono rispetto a quelle che hanno successo. Il punto è che dal fallimento si impara molto e questo aiuta i fondatori a migliorarsi ad ogni tentativo (lo stesso concetto che è alla base di filosofie come la lean startup); non a caso è nata la categoria degli “imprenditori seriali”. Una dimostrazione di questo ce la dà Google, che della cultura del fallimento ha fatto un punto di forza, rilasciando e poi ritirando prodotti come Wave, che doveva uccidere l’e-mail, o Google Glass (anche se forse non è detta l’ultima parola). Un altro fallimento famoso è stato quello di Segway, che negli Stati Uniti raccolse ingenti investimenti promettendo di cambiare la mobilità urbana fallendo miseramente. C’è Webvan, che nel 2001 voleva fare ciò che oggi fa Amazon, ma adottò appunto un approccio di progetto anziché uno di prodotto e fallì (forse anche perché il mercato non era pronto). C’è Flytenow, l’Uber dei voli privati, che invece è stata “lasciata a terra” da regolamenti ambigui e sfavorevoli. Così come accade nei processi evolutivi della natura, però, i fallimenti servono proprio a selezionare le idee vincenti.

FT: Casavo stessa nasce dal trend americano degli iBuyer, quali sono stati i fattori di adattamento del prodotto più complicati da gestire nel mercato italiano?

FM: Direi principalmente due:
1- Il lavoro degli instant buyer si basa sulla costruzione e sul miglioramento degli AVM (Automated Valuation Model), che permettono di stimare il valore di una casa a partire dall’inserimento di alcuni parametri (indirizzo, superficie dell’immobile, anno di costruzione, piano a cui si trova l’immobile ecc.). Per valutare bene un immobile in questo modo c’è bisogno di avere a disposizione molti “comparabili”, ovvero immobili con caratteristiche simili nelle vicinanze. In questo il mercato italiano (e Europeo in generale) sono molto più complessi di quello US perché il nostro stock immobiliare è più eterogeneo. Pensa per esempio ai classici viali delle città statunitensi con le case tutte uguali a destra e a sinistra e paragonali alle vie delle nostre città, con immobili costruiti in modo variegato nel corso di secoli.
2- La cultura della casa: negli Stati Uniti si cambia casa spesso, mentre in Italia lo si fa più raramente. Alla casa quindi ci si lega e di frequente rappresenta la fetta principale del patrimonio del cittadino medio. Ci sono voluti molti sforzi ma credo che adesso, almeno nei mercati da noi serviti, siamo riusciti a spiegare che Casavo è una soluzione valida per molti venditori che inizialmente non volevano cedere la propria casa a un’azienda o temevano di ottenere un’offerta troppo distante dal valore di mercato.

FT: Cosa pensi invece del fenomeno PropTech? Come pensi stia crescendo in Italia?

FM: Qui il trend è chiaro: i fondi di Venture Capital hanno investito per anni in aziende che sviluppavano prodotti puramente tecnologici, perché chiaramente avevano bisogno di minori capitali e quindi esponevano a rischi più bassi. Con la saturazione che c’è stata nello sviluppo di quel tipo di prodotti, i fondi hanno iniziato gradualmente a valutare nuove opportunità di investimento e, complice anche lo sviluppo di nuove tecnologie, una maggior alfabetizzazione digitale dei consumatori e una maggiore preparazione degli imprenditori, nuovi settori sono stati impattati dall’avvento della tecnologia. Oggi il proptech è ancora lontano dagli investimenti ottenuti dal fintech, ma il pattern di crescita è simile anche se c’è un ritardo. Io trovo che il mercato immobiliare sia ancora fermo su logiche estremamente tradizionali: fino a qualche anno fa, le opzioni per vendere e comprare casa che avevamo noi erano più o meno le stesse che avevano avuto i nostri genitori. Noi ci stiamo ovviamente impegnando per cambiare la situazione e il lancio dell’app per le visite da remoto (con cui abbiamo già acquistato 4 appartamenti nel periodo della pandemia, realizzando 80 visite) e il rilascio della nostra nuova vetrina di annunci orientata ai millennial e ai broker immobiliari che fanno un lavoro di qualità, sono soltanto le ultime innovazioni a cui abbiamo lavorato.

In Italia ovviamente c’è grande spazio per il proptech: siamo uno dei paesi più interessanti al mondo per il mercato immobiliare residenziale grazie alla cultura di investimento nel mattone degli italiani. Il 92% del mercato è in mano ai privati e mese dopo mese sempre più player si stanno affacciando con nuove proposte, dai broker digitali a chi propone soluzioni innovative per l’affitto.

FT: Cosa consiglieresti ad un giovane appassionato del mondo tech?

FM: Limito la riflessione a chi, come me, ha sempre avuto una passione per il mondo tech senza però voler essere uno sviluppatore. Nel mio caso, l’interesse per il business era troppo forte per dedicarmi totalmente allo sviluppo software, anche se sono stato tentato.
Il consiglio principale è di leggere ciò che offre la letteratura: Clayton M. Christensen, Nir Eyal, Eric Ries, Marty Cagan e gli autori di “Play Bigger” sono i primi nomi che suggerirei. Consiglio poi, se non si ha la possibilità di seguire un percorso di carriera chiaro (non ci sono molte Google o Netflix qui da noi), di attivare dei side project per poter fare esperienza, e di fare magari un’esperienza all’estero nei grandi hub di innovazione digitale (Londra, Berlino, Amsterdam, Parigi ma recentemente anche Barcellona).
Il consiglio principale però è di non lasciarsi troppo affascinare da chi racconta le storie “romanzate” di startup di successo, perché si rischia di unirsi alla schiera di storyteller che l’innovazione la narrano soltanto. Come tutti gli altri percorsi anche quello nel mondo tech è in salita ed estremamente serio, e c’è bisogno di persone che abbiano voglia di apprendere, essere visionarie, ma che poi sappiano concretizzare tutto con razionalità.

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MONEYFARM: L’INVESTIMENTO DAVVERO INTELLIGENTE

Se c’è una recensione che non vedevo l’ora di scrivere, è proprio quella su Moneyfarm.

Per anni sono stata fedele lettrice di tutte le loro puntuali newsletter del sabato, sempre interessanti, estremamente curate ed attuali, un appuntamento ormai imperdibile.

Screenshot della mia casella di posta ricercando la parola chiave “Moneyfarm”.

Moneyfarm rappresenta il più grande orgoglio italiano del settore fintech ed una tipologia di investimento tra le più intelligente per far crescere i propri risparmi al giorno d’oggi. 

Cos’è Moneyfarm

Moneyfarm si definisce come una società di consulenza finanziaria indipendente che ha come obiettivo migliorare il modo in cui privati e famiglie gestiscono i loro risparmi.

Per 5 anni consecutivi hanno vinto il premio di miglior consulente finanziario indipendente d’Italia.

Hanno una soluzione dedicata per ogni profilo di investitore (dalla meno alla più rischiosa) e diversi tipi di asset class (come azioni, obbligazioni, materie prime).

Si tratta di uno strumento adatto ad investimenti di medio e lungo periodo, può essere utilizzato come gestione patrimoniale, piano di accumulo e come piano pensionistico (disponibile a breve).

Come funziona Moneyfarm

Basta iscriversi al sito, chiamare il numero verde o scaricare l’app Moneyfarm per iniziare il processo di registrazione.

Il processo di registrazione è gratuita e interamente online ed include un questionario per analizzare la propensione al rischio e gli obiettivi di investimento su cui successivamente si baserà la creazione del portafoglio personalizzato.

Per quanto riguarda l’investimento minimo, un tempo era possibile investire a partire da qualche centinaio di euro, ora la soglia minima sono 5.000€ per aprire un conto Moneyfarm ed avere un gestore assegnato.

Dopo aver realizzato il primo investimento si può prevedere un piano d’accumulo per incrementare il proprio patrimonio gestito a partire da 100€ mensili.

Investendo con Moneyfarm ci dimentichiamo quindi di controllare continuamente i nostri risparmi, c’è un consulente dedicato che ci informa sull’andamento delle performance, applichiamo la strategia di Warren Buffet, uno dei nostri leader di riferimento, pensando solo ed esclusivamente nel lungo periodo.

“If you aren’t thinking about owning a stock for 10 years, don’t even think about owning it for 10 minutes.”

“Our favorite holding period is forever.”

Vantaggi di investire con Moneyfarm

Trattandosi di consulenti indipendenti non accadrà mai come in banca dove cercheranno di rifilarti prodotti del loro gruppo, l’imparzialità è una caratteristica distintiva di Moneyfarm, che non riceve compensi sui fondi  che vengono pubblicizzati.

Moneyfarm ha resto l’investimento semplice e accessibile, con un sito dalla navigazione e chiara e semplice, con una libreria di contenuti, articoli, glossari e webinar da far invidia a qualunque banca o fondo.

Altro punto essenziale che rende Moneyfarm un’ottima alternativa d’investimento sono i costi, che vanno dall’1%+IVA allo 0,3%+IVA. Considerando una media di mercato del 2% risulta sicuramente più conveniente, ovviamente il costo si riduce all’aumentare del capitale investito. Oltre che basso questo costo è omnicomprensivo, non ci sono costi di ingresso, costi per disinvestire, costi da sostenere per le modifiche che vengono fatte periodicamente sui portafogli. 

Alla base dei portafogli Moneyfarm c’è una strategia di investimento in ETF cioè fondi comuni d’investimento passivi quotati in Borsa.

La scelta degli ETF rispetto ai Fondi Comuni tradizionali è data dalla garanzia di trasparenza sulla composizione del fondo permettendo una maggiore e più accurata diversificazione; dalla riduzione dei costi dell’investimento, grazie a commissioni di gestione esigue e di ingresso molto basse e dalla maggior liquidità perché scambiati in borsa quotidianamente.

Tassazione con Moneyfarm

Per quanto riguarda la tassazione Moneyfarm Italia, la branch italiana di MFM Investment Ltd,  opera da sostituto d’imposta nel rispetto della normativa italiana. Pertanto in sede di dichiarazione dei redditi non sarà necessario effettuare nulla.

Rischi di investire con Moneyfarm

Investimento fa sempre rima con rischio, per cui va sottolineato che questo tipo di investimento è assolutamente rischioso e può causare la perdita parziale o totale del capitale investito, non c’è alcuna forma di garanzia. Anche se i profili di investimento possono essere più o meno aggressivi, è possibile definirlo come investimento prudente perché destinato a proteggere i risparmi delle famiglie e farli crescere di valore gradualmente nel tempo.

Per che tipo di investitore è consigliabile Moneyfarm?

Senza ombra di dubbio Moneyfarm fa risparmiare tempo e soldi ai suoi clienti. Risulta quindi adatta ad investitori che vogliono delegare le decisioni di investimento a dei professionisti senza preoccuparsi delle oscillazioni quotidiane del mercato.

Consigliabile per chi cerca uno strumento per il medio lungo periodo. Se si passa da un gestore all’altro è anche possibile usufruire di un’analisi gratuita degli investimenti presso altri intermediari.

Disclaimer: come sempre nelle nostre recensioni selezioniamo solo fintech e prodotti che conosciamo e utilizziamo in prima persona. Non siamo consulenti finanziari, valutiamo le fintech per i loro servizi ed espriamiamo un parere del tutto personale. Siamo quindi giunti alla conclusione che investire con Moneyfarm è un’ottima opzione per far crescere i propri risparmi in modo intelligente.

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INNOVARE PER RISPARMIARE

Mi ha sempre affascinato pensare allo sviluppo tecnologico che ho vissuto da bambina, adolescente e che vivo quotidianamente grazie all’innovazione che mi circonda. Un mix di sentimenti tra la nostalgia e l’incredulità.

Sono quattro le innovazioni a cui penso più spesso, paragonando il passato con il presente:

  • Il telefono. Niente più tessere telefoniche per chiamare dalle cabine. Ora siamo reperibili sempre, in qualsiasi momento.
  • La musica. Essere passati dalle musicassette, ai primi MP3 Creative (non Apple) alle librerie online e gli abbonamenti a Spotify.
  • La fotografia. Con la fotografia analogica si gioiva dell’attesa e della sorpresa di scoprire il risultato finale.
  • Internet e l’archiviazione dati. Le ricerche con le enciclopedie in biblioteca ed il salvataggio dei file con i floppy disk da 1.44 MB.

Lasciando perdere per un momento il fattore emozionale, da ragioniera prima e laureanda in economia poi, ho sempre voluto capire anche l’impatto di queste nuove tecnologie a livello economico, pensando ad esempio all’adozione della tecnologia e all’andamento dei prezzi della stessa, oltre all’impatto diretto in termini di efficienza.

In tutti gli esempi precedenti c’è stata una rapida adozione della nuova tecnologia i cui costi ed in alcuni casi il cui modello di business hanno letteralmente declassato i modelli e prodotti tradizionali che si sono trovati davanti alla ad un bivio: innovate or die.

Non in tutti i settori, questo naturale sviluppo e progresso dei consumi si è tradotto in una effettiva riduzione dei prezzi per il consumatore.

Innovare nel settore finanziario

Un caso eclatante riguarda il settore finanziario, dove i guadagni di efficienza generati dall’adozione di nuove tecnologie hanno portato ad una notevole riduzione dei costi operativi.

Non lo dico io, ma un’autorevole ricerca di Thomas Philippon (2016) ha evidenziato come il trend di riduzione dei costi di gestione degli istituti bancari e finanziari negli ultimi 130 anni non abbia comportato una riduzione delle spese per i clienti. 

Di fatto gli intermediari finanziari hanno letteralmente fagocitato il guadagno extra dovuto alla riduzione dei costi operativi senza condividerne il beneficio con i propri clienti.

I tre sviluppi principali che hanno interessato il settore e ridotto le spese vive delle banche sono:

  • Elaborazione e conservazione delle informazioni. Il famoso cloud.
  • La trasmissione dei dati. Bassi costi legati alla trasmissione di dati in rete.
  • La digitalizzazione delle società e dei dati. Enormi quantitativi di informazioni codificate BIG DATA.

Fintech: minaccia o opportunità?

Se da un lato le banche non hanno saputo condividere questi benefici con i propri stakeholder, dall’altro lato si stanno facendo strada numerose realtà del cosiddetto segmento FinTech che hanno basato il proprio modello di business sulla diffusione delle tecnologie più innovative.

Il termine FinTech coniuga infatti due mondi distinti, da un lato la finanza e dall’altro la tecnologia, con i famosi nuovi attori, le cosiddette startup FinTech, che cavalcano l’onda della tecnologia creando una rottura con i paradigmi tradizionali.

All’interno dell’universo finanziario, in seguito alle crisi giunte da Oltreoceano e agli scandali nostrani, uno dei prodotti più complicati da erogare negli ultimi decenni, sono stati sicuramente i prestiti, a privati o aziende. Proprio in questo ambito le FinTech sono riuscite ad inserirsi con un tasso di penetrazione ben più ampio rispetto ad altri servizi finanziari.

“Se avessi un miliardo, me li darebbe cento milioni?” — Roberto Benigni

Nel campo immobiliare siamo passati dall’erogazione di prestiti per importi ben superiori al valore periziato di un bene, tempi in cui si finanziava anche l’arredamento e le spese notarili, alla situazione attuale in cui senza un solido acconto non è possibile avviare una pratica di mutuo.

Oltremanica i sistemi di prestito collettivo o lending-based crowdfunding si sono imposti come canale di finanziamento alternativo. Piattaforme online dove domanda e offerta di prestiti si incontrano, famiglie e imprese vengono finanziate da un moltitudine di soggetti. 

Solo nel Regno Unito, uno dei paesi più ricettivi, si parla di 2,7 miliardi di sterline nel 2015 con una crescita del +70% rispetto all’anno precedente.

Sicuramente una fetta molto piccola rispetto alla torta detenuta dagli istituti bancari, ma sufficientemente in espansione da generare il dubbio amletico: opportunità o minaccia?

Gli istituiti di credito inglesi hanno saputo trasformare la minaccia in opportunità, traendone un chiaro vantaggio: nuovi prodotti per i propri clienti. Finanza tradizionale e FinTech si sono alleate.

Quando la finanza innovativa, il prestito collettivo, incontra un settore tradizionale, il mattone, dove l’innovazione negli ultimi decenni è stata pressoché inesistente. L’effetto ed il successo che può generare in una nazione come l’Italia è assolutamente dirompente.

Il mattone è morto, lunga vita al mattone

In Inghilterra ed in America si parla di real estate crowdfunding già da parecchio tempo, mentre nel sud Europa la spinta innovativa arriva dalla Spagna, più precisamente dalla capitale iberica

Sono ormai 3 anni che mi occupo di crowdinvesting, visto che si tratta di investimenti e non solo di immobiliare. Sono nate decine di piattaforme negli ultimi anni, e ne nasceranno altrettante nei prossimi.

Non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi a lavorare per così tanto tempo in un settore affine a quello di mio nonno materno, un visionario inventore che girava tutte le fiere d’Italia per presentare la sua famosa pala raschiante.

Io non ho inventato nulla, per ora, ma mi rendo conto che anche l’innovazione della raccolta online semplifica la vita degli imprenditori del mattone permettendogli di prosperare con molta più flessibilità e rapidità..