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PAOLO GIOLITO, SENIOR WEALTH MANAGER E ANGEL INVESTOR

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale?

Dopo la laurea in Economia e Commercio ho iniziato a lavorare in Wealth Management per alcuni tra i più importanti gruppi internazionali, seguendo lo sviluppo della struttura commerciale in Italia e lavorando a progetti normativi e regolamentari. Ho nel frattempo iniziato a seguire programmi di mentorship, riprendendo uno dei miei “sogni nel cassetto”: fare coaching e formazione. Nel corso degli ultimi 8 anni il confronto con mondo universitario, acceleratori e fondi Venture si e’ fatto più articolato e intenso, fino ad assorbire completamente tutto il tempo libero a disposizione. Attualmente collaboro anche con LeVillage a Milano, un modello di ecosistema nato in Francia (con più di 30 realtà operanti) e portato con successo in Italia, che mette in contatto big corporate, enabler e ovviamente startup.

FT: Cosa ti ha spinto a diventare Business Angel?

Credo molto nel concetto di “give-back”, concetto anglosassone ma sempre più adottato anche in Italia, che consiste essenzialmente nel poter restituire alla comunità qualcosa che noi abbiamo avuto fortuna e merito di aver ricevuto. L’idea di poter mettere a denominatore comune l’esperienza fatta lavorando a stretto contatto con imprenditori su diverse verticali, oltre ad una forte curiosità nei confronti di tutto quello che è innovazione si sono concretizzati qualche anno fa con l’adesione al primo gruppo di Business Angel. Avevo già maturato una discreta conoscenza dell’attività di un Angel in Usa e UK, e mi ha fatto piacere conoscere una realtà composta da professionisti che condividevano le mie idee e volevano in termini concreti dare un contributo allo sviluppo del nostro paese. Dico questo per chiarire un concetto essenziale: fare il business angel non vuol dire solo ricoprire la figura dell’investitore finanziario in progetti early stage, ma offrire quello che il MISE ha definito recentemente “smart money”, ovvero un rafforzamento del sistema delle start-up innovative italiane sostenendole nella realizzazione di progetti di sviluppo e facilitandone l’incontro con l’ecosistema dell’innovazione.

FT: Secondo la tua esperienza, qual è il modo più efficace di attrarre capitali per le startup?

I metodi per attrarre capitali sono diversi, e più o meno attivabili tutti a seconda della maturità della startup: round family&friends, Crowdfunding, Angel Investing, Venture Capital etc … senza dimenticare ovviamente i vari bandi o l’accesso a finanziamenti garantiti. Ritengo che non esista un canale per definizione più efficace, il migliore e’ comunque quello che riesce a garantire un equilibrio fra la qualità e la quantità dei mezzi raccolti. Una startup early stage necessiterà di importi che aiutino a validare l’idea, sperimentare il modello e iniziare a fare revenues, una in uno stadio più avanzato punterà alla scalabilità del business e ad un tem più completo. L’importante è ricordarsi sempre che raccogliere capitale in un equity round vuol dire aprire il proprio progetto a terzi, i quali avranno poi aspettative che non devono essere disattese, a rischio di non riuscire a finanziare la crescita in momenti successivi.

FT: Vista la tua specializzazione nel il fintech quali pensi siano i trend che spingeranno il settore nel 2021?

Il settore finanziario ha da tempo sperimentato la portata dell’innovazione. Basti pensare ai primi sistemi di robo-advisory, software progettati per la consulenza finanziaria e la gestione degli investimenti tramite algoritmi, nati nei primi anni duemila negli Stati Uniti. Da allora la tecnologia e’ stata utilizzata per ottimizzare flussi, ridurre i costi delle transazioni, creare modelli di contenimento del rischio e migliorare gli aspetti documentali. L’avvento di nuove tecnologie (in primis blockchain) e importanti novità normative (PS2D, Mifid) di sicuro creerà nuove funzionalità, fino ad ora non considerate, e spazio a sempre più nuovi player di mercato: si pensi al recente sviluppo delle Challenger Bank o alla DeFi (Finanza Decentralizzata, forma sperimentale di sistema finanziario che non si basa su intermediari centrali “tradizionali” come broker, exchange o banche e utilizza invece smart contract sulla blockchain)

FT: Ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

Lavorare in una start-up richiede una buona capacità imprenditoriale, con un elevato rischio di potenziale insuccesso. Ed essere bravi imprenditori e’ una qualità che si impara con una buona esperienza. La grande corporation, da questo punto di vista, può anche rappresentare un’ottima palestra e continuazione di quanto appreso durante gli studi accademici. Ma una volta acquisite le hard skills e affinate le soft skills penso che sia una bellissima sfida iniziare a lavorare in ambito fintech per una startup.

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FEDERICO ROESLER FRANZ, COUNTRY MANAGER ITALY AT RAISIN

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale, come sei arrivato al Fintech?

Ho sempre lavorato nel mondo startup, e dopo una breve esperienza di internship a Londra, 10 anni fa ho iniziato la mia carriera in Bulsara Adverstising, una startup nel mondo media lanciata insieme ad altri ex colleghi dell’università, in cui ho lavorato fino al 2016.

Ho collaborato successivamente per una società di consulenza su un progetto digitale nel mondo bancario, e poi nel 2017 mi sono spostato a Berlino, iniziando a lavorare da Lesara come Direttore del Sud Europa. Ma ad essere sincero, per quanto fossi contento della posizione, il business non si è rivelato così interessante (si trattava di un e-commerce nel mondo fashion, l’azienda purtroppo è fallita in seguito), mi mancava il mondo bancario. Così appena si è aperta la possibilità di entrare a far parte del team italiano di N26, di cui ero già un cliente molto soddisfatto, come FTE n.2 non ci ho pensato due volte. È stata un’esperienza fantastica e in un anno siamo passati da 0 a 100k clienti nel mercato. Dopo circa un anno e mezzo sono entrato in Raisin.

Al momento da Raisin ricopro il duplice ruolo di Head of Banking Relationship Management e Country Manager Italy, quindi in primo luogo gestisco il team che si occupa dei progetti B2B direttamente con le 100 banche che fanno raccolta sulle nostre piattaforme europee, come l’espansione del loro business in nuovi mercati.

Il ruolo di Country Manager Italy si è aggiunto in parallelo successivamente, avendo seguito il progetto del nostro ingresso nel mercato italiano B2C grazie alla partnership con Banca Sella, e gli sviluppi futuri.

FT: Di cosa vi occupate in Raisin?

Raisin permette alle banche attive in Unione Europea di offrire i propri prodotti di deposito in un unico marketplace in diversi mercati (Germania, Austria, Olanda, Spagna, Irlanda, Francia, UK). Attraverso la piattaforma, i clienti possono confrontare i servizi e le soluzioni offerte e sottoscrivere i prodotti più adatti ai loro bisogni, dai conti vincolati ai conti liberi delle nostre banche partner, al momento più di 100 provenienti da 25 Paesi. Tra l’altro, l’Italia è il Paese più rappresentato con 14 banche presenti.

In questi 7 anni, abbiamo transato complessivamente 28 miliardi di euro.

FT: Cosa significa lavorare per uno dei principali unicorni fintech europei?

Non riveliamo la nostra valutazione, quindi non posso parlare specificatamente di unicorno. Cerchiamo davvero di rimanere concentrati sul valore che forniamo ai nostri clienti e ai nostri partner. Guardando al futuro, è molto emozionante e dinamico far parte di una giovane azienda di grande successo e partecipare così alla costruzione di partnership paneuropee con importanti player del nostro settore, aprendo nuovi orizzonti e scalando nello spazio innovativo della piattaforma e dell’open banking.

FT: Quali pensi che siano le prospettive future del fintech in Italia?

Mentre il settore bancario tradizionale in Italia ha una storia incredibilmente lunga, l’Italia sta abbracciando il digital banking da poco tempo relativamente, e di conseguenza le opportunità di open banking e fintech sono estremamente dinamiche, tra cui la nostra recente integrazione con Banca Sella. Facciamo parte di un ecosistema composto da tantissime realtà in diversi verticali, e anche alcune di quelle meno conosciute ad oggi lo faranno sicuramente parlare di loro nei prossimi anni.

L’Italia è stata a lungo un Paese di first mover e sarà lo stesso per il ruolo della grande espansione del fintech.

FT: Ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

Questo dipende dagli obiettivi personali, ma avere esperienza da entrambe le parti – in una startup o in un’azienda più tradizionale – è enormemente utile per comprendere le diverse esigenze, risorse e culture delle aziende più grandi e più vecchie rispetto a quelle più nuove e più agili. Chi lascia gli studi può anche notare che l’una o l’altra cultura si adatta meglio alla propria personalità: le startup fintech hanno spesso gerarchie flat e processi più semplici, e lavorare in una di esse può significare aiutare a costruire l’azienda dalle fondamenta e pensare fuori dagli schemi. Allo stesso tempo, lavorare in una grande azienda può significare imparare come un’azienda già di successo fa le cose, acquisendo esperienza con processi e strutture di team molto più complessi. 

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STEFANO ROSSI, COUNTRY MANAGER DI LITA.CO ITALIA

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale, come sei arrivato al Fintech?

Dopo un’esperienza nella finanza d’investimento al termine del mio MBA presso l’HEC di Parigi, ho deciso di dedicarmi al mondo delle startup e dell’innovazione, specializzandomi in strumenti finanziari alternativi a sostegno dell’economia sostenibile.

Mi sono unito a LITA nel 2017, entrando nel team quando era ancora molto ristretto e contribuendo allo sviluppo internazionale del gruppo: prima da Parigi e poi da Torino e Milano ho diretto il setup ed il lancio di LITA.co Italia, che oggi coordino col ruolo di Country Manager.

FT: Di cosa vi occupate in Lita.co?

LITA.co è la prima piattaforma di crowdfunding in Europa specializzata in finanza di impatto. Da un lato ospitiamo progetti imprenditoriali sostenibili, con un impatto sulla società e l’ambiente che è positivo, misurabile e intenzionale. Dall’altro permettiamo a chiunque di investire, tramite la nostra piattaforma, in questi progetti imprenditoriali anche a partire da piccole somme (anche solo 100€), realizzando uno dei nostri principali obiettivi: la democratizzazione dell’impact investing. Tutte le aziende presentate su LITA rispettano criteri di sostenibilità economica, sociale o ambientale e contribuiscono al raggiungimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibili dell’Agenda 2030, che sono uno dei punti fondanti delle nostre attività di divulgazione per imprenditori e cittadini.

FT: Puoi farci un esempio di campagna che avete lanciato in Italia?

I settori di attività delle imprese che ospitiamo sul portale LITA.co Italia sono i più vari. Il punto fermo rimane sempre la sostenibilità, ambientale e sociale.

Quest’anno abbiamo ospitato la campagna di Humus, una startup innovativa di Cuneo che ha creato una piattaforma di job sharing per il settore agricolo, con la finalità di contrastare il ricorso delle imprese agricole al lavoro irregolare fornendo un contratto di lavoro stabile per i lavoratori.

Proprio in questi giorni stiamo chiudendo una campagna unica nel suo genere, che coniuga gli investimenti nel settore immobiliare con il social housing e la rigenerazione urbana: Homes4All è la startup innovativa e società Benefit di Torino che favorisce la rigenerazione urbana tramite investimenti immobiliari di una rete di investitori privati che hanno a cuore, oltre al rendimento economico, anche l’impatto sociale.

FT: Quale pensi sia la sfida per il mondo degli investimenti sostenibili nel prossimo futuro?

Questa categoria di investimenti è finora rimasta prerogativa dei grandi investitori istituzionali, il grande pubblico ne era escluso se non addirittura inconsapevole della sua esistenza. Negli ultimi mesi in Italia stiamo facendo passi importanti per colmare questo gap. La diffusione di questa sensibilità verso la sostenibilità in più ambiti rende ancora più necessaria l’esistenza di strumenti, come l’equity crowdfunding, utili per democratizzare l’approccio e i criteri della finanza sostenibile e responsabile, rendendola accessibile a tutti.

FT: Un’ultima domanda con la speranza che possa essere di aiuto alla community di FT, ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

Potendo scegliere, suggerirei ad un neolaureato di cominciare la propria carriera in un’azienda strutturata che possa permettersi di investire nella formazione dei propri dipendenti. Avrebbe l’opportunità di crescere in un ambiente protetto, imparando dai propri superiori e confrontandosi con i colleghi. Lavorare in una startup è una splendida opportunità di vita che consiglio a tutti ma che richiede, da subito, un elevato grado di autonomia ed una buona base di competenze consolidate.

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PARLIAMO DI BLOCKCHAIN CON SARA NOGGLER

FT: Partiamo da te, ci potresti raccontare il tuo percorso professionale? 

Arrivo dal mondo della  gestione del credito, folgorata ne 2015 da blockchain, dedico ormai da anni la mia attività allo studio e alla difussione di questa tecnlogia dalle grandi potenzialità trasformative.

Ho fondato nel 2018 un agenzia di comunicazione che si occupa di ufficio stampa e e pubbliche relazioni per Start Up, Corporate e Istituzioni con focus su blockchain e fintech Polyhedra, comunicare al meglio le nuove tecnolgie è fondamentale.

Sempre nel 2018 insieme ad alcuni partner ho fondato il primo Think Tank italiano dedicato a Blockchain: Distributed Minds.

FT: Di cosa vi occupate in Distributed Minds?

Distributed Minds è un think tank italiano indipendente con una visione globale che mira alla creazione di un ecosistema blockchain basato più sulla qualità e sull’adozione, dove inclusione, sostenibilità per il business e trasversalità siano reali e non solo parole.

Per farlo facilitiamo il dialogo tra le istuzioni, le aziende e i cittadini : organizziamo eventi, webinar e inerviste che diffondano ad aprono  un dibattito costruttivo intorno alle sfide della blockchain, dello sviluppo sostenibile e dell’inclusione, con l’obiettivo di proporre nuovi principi, strategie e soluzioni.

Il Think Tank opera con una visione globale e un approccio intersettoriale che esplora le sfide e le opportunità che emergono dalla progettazione, dall’uso e dalla governance delle tecnologie blockchain e DLT. 

Le soluzioni e le raccomandazioni politiche risultanti dal lavoro del Think Tank sono pensate per consentire agli stakeholder e alla politica di anticipare le sfide e sfruttare pienamente le opportunità dell’era digitale.

FT: Come membro della Steering Committee Blockchain di Assolombarda, come credi si stiano muovendo le istituzioni con rispetto alle tecnologie emergenti?

Le istituzioni si muovono, ma ancora a rilento e spesso vi sono tante iniziative frammentate che non riescono ad avere la giusta spinta.

Devono nascere politiche atte a sostenere la creazione di ecosistemi per massimizzare l’uitlizzo delle risorse. La piccola e media impresa italiana ha oggi il forte bisogno di un sostegno sistemico.

Occorre dare all’intero sistema produttivo un’occasione di crescita e sviluppo, mettendo a disposizione agevolazioni, che abbracciano diverse tematiche, che vedono finalmente l’utilizzo di diversi fondi che il Governo mette a disposizione del mondo imprenditoriale. 

FT: Qual è il tuo punto di vista sul futuro delle criptovalute?

Sinceramente penso che la rivoluzione che porteranno sulla nostra economia, sul mondo della finanza, delle banche e e dei pagamenti sarà di gran lunga maggiore di quello che immaginiamo.

Le criptovalute stanno diventando sempre più utilizzate a livello globale e italiano. Anche PayPal ha annunciato di accettare i bitcoin come moneta di pagamento, importante quindi analizzare la situazione attuale, i trend futuri e anche le collaborazioni del settore.

Abbiamo già iniziato a vedere piccole istituzioni entrare nello spazio delle criptovalute. In futuro potrebbe esserci l’ingresso nel settore di istituzioni finanziarie sempre più grandi e la maggior parte dei fondi manterrà una parte delle proprie attività in criptovalute.

FT: Infine vorremmo chiederti cosa consiglieresti a un giovane che vorrebbe avvicinarsi al mondo delle criptovalute? Come e dove formarsi e entrare in contatto con aziende del settore? 

Ci sono vari strumenti anche on line per avvicinarsi a questo mondo, i blog di alcuni esperti statunitensi sono molto interessanti , uno tra tutti che mi viene da citare è il Podcast di Anthony Pompliano.

E poi leggere tanto studiare, verificare e partecipare ai tanti eventi organizzati in Italia e nel mondo che ora sono on line, ma che presto riprenderanno fisici.

Diverse università italiane hanno introdotto corsi specifici su blockchain e criprovalute.

Auspico poi che sempre più ragazze siano attratte da questa tecnologia, dove ancora la presenza femminile è molto bassa. 

Poter contare su un numero più elevato di donne nell’ecosistema blockchain porterebbe ad una maggiore collaborazione e a una governance più attenta.

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FEDERICO SFORZA, CHIEF EXECUTIVE OFFICER & CO-FOUNDER AT AIDEXA

FT: Partiamo da te, ci potresti raccontare il tuo percorso lavorativo?

FS: Sono io che vi ringrazio, è un piacere anche per me! Ho 46 anni, sono sposato con due figli. Dopo una laurea con lode in Economia e internships all’estero, sono entrato in McKinsey & Company seguendo progetti strategici per clienti FIG. In questo periodo ho poi conseguito un MBA negli Stati Uniti a UCLA, dove ho fatto la mia prima esperienza imprenditoriale fondando Labstream, una società di Bioinformatica, software per le Biotecnologie.

E’ stata una milestone importante, perché per la prima volta mi sono confrontato con le complessità di una startup imprenditoriale, comprendendo l’importanza della comprensione dei bisogni del cliente e del mercato.

Sono poi entrato nel Gruppo Unicredit nel 2005, comprendendo che il settore bancario aveva necessità di trasformarsi, e dopo essere stato Responsabile dei progetti strategici sono diventato Senior Vice President a capo del Multichannel, gestendo le attività digitali in Germania, Austria e Italia. Proprio in questo contesto, mi sono reso conto per la prima volta dell’opportunità di servire meglio i bisogni degli imprenditori. Per questo, nel 2016 ho deciso di accettare la proposta di ING di seguire la Startup della Banca Digitale per le PMI, lavorando con numerose Fintech tra cui il leader mondiale di settore Kabbage.

Dopo l’esperienza in ING, ho accettato la sfida di Nexi, la paytech italiana che è poi stata la più grande IPO europea del 2019, diventando il Responsabile del Self Banking, una business unit con circa 50M€ di fatturato.

Infine, dopo oltre 20 anni di esperienza nel fintech e nel banking, ho deciso insieme a Roberto e ad Promotori di diventare io stesso imprenditore e di creare AideXa, Fintech italiana dedicata esclusivamente alle piccole imprese e alle partite Iva, che ha raccolto 45M€ diventando il maggiore “seed round” italiano di sempre.

FT: Il tuo curriculum include esperienze in grandi gruppi e importanti banche, come è stato passare al fintech? 

FS: In realtà è stato un percorso graduale, progressivo che ora ha subito un’accelerazione imprenditoriale: dopo tanta esperienza in una banca tradizionale, occupandomi di turnaround digitali, sono passato in una Banca Digitale “pura” per poter sviluppare senza legacy nuovi servizi per le imprese. Poi l’esperienza in una Fintech/Paytech leader nel settore dei pagamenti mi ha consentito di consolidare ulteriormente le skill manageriali a 360 gradi in un ambiente digitale agile ed altamente tecnologico.

Da lì, la volontà di creare io stesso una Fintech, in un momento difficile per il paese, mi ha fatto fare l’ultimo passo. Sentivo di avere maturato le conoscenze ed esperienze necessarie, con una Squadra di grande valore, per creare da zero una Fintech ideata per gli imprenditori.

Oggi dopo 5 mesi, siamo una squadra di oltre 30 talenti e stiamo testando il nostro primo prodotto con l’entusiasmo degli imprenditori. L’esperienza sinora è straordinaria!

FT: Come o quanto pensi che possa crescere il fintech da qui a 3 anni? Quali ambiti secondo saranno maggiormente interessati?

FS: Nel 2020 il Fintech comincia a dimostrare tutte il suo potenziale concreto di diventare motore di crescita e di cambiamento, non solo in Europa, ma anche e soprattutto in Italia. Questo trend accelererà ancora di più nei prossimi tre anni: l’Italia, essendo una delle economie più arretrate d’Europa dal punto di vista digitale, rappresenta anche la più grande opportunità di crescita per gli investitori, in due ambiti.

Prima di tutto nel mondo dei pagamenti, dove “tutto è iniziato”: stiamo assistendo a una crescita dei pagamenti digitali esponenziale, con numerosissimi player nazionali e internazionali che si stanno affermando sul mercato. Negli ultimi anni i pagamenti digitali in Italia continuano a crescere a doppia cifra (+11% yoy nel 2019, +15% yoy nel 2020), più rapidamente di ogni altro paese d’Europa. Per avere la conferma della “Leadership” italiana in questo ambito, basta guardare alla recente operazione Nexi/SIA e Nets, che ha creato di fatto la più grande Paytech Europea. Oppure al maxi-round di finanziamento di Satispay che ha attratto investitori del calibro di Jack Dorsey (inventore di Twitter).

In secondo luogo, grazie anche a cambiamenti “disruptive” come “l’open banking” e la PSD2, nell’ambito del Fintech per le Imprese. In Europa si assiste da un paio di anni alla nascita di fintech e banche ben capitalizzate dedicate alle PMI, come Monzo, OakNorth, Starling Bank, Tide, Penta, October. Anche qui il Fintech tricolore comincia ad affermarsi, e a cogliere l’opportunità dell’Open Banking per sviluppare servizi innovativi per gli imprenditori, sia di credito che transazionali. AideXa è stato il più grande seed round del 2020 in Europa. Per la prima volta abbiamo creato una Fintech, che ha già richiesto la licenza bancaria, dedicata e specializzata solo per gli imprenditori. Questo trend di crescita e consolidamento continuerà nei prossimi anni, perché l’Italia, con i suoi 7 Milioni di Piccole Imprese rappresenta il più grande mercato Europeo di SME, oltre ad essere il cuore economico del Paese.

FT: Quali credi siano stati gli effetti del covid che hanno maggiormente impattato il settore?

FS: Il Covid, che tutti purtroppo avremmo voluto evitare, ha portato con sé tensioni importanti sull’economia, mettendo in difficoltà numerosi settori, dal travel alla ristorazione, ma anche alcune opportunità rivelanti, a partire dalla digitalizzazione.  La «No Touch economy» che si è venuta a creare, ha accelerato la digitalizzazione degli imprenditori e di tutti noi.

Ad esempio, l’e-commerce sta crescendo a doppia cifra: tra marzo e settembre 2020 le vendite cumulate sono salite del 32% yoy. Rappresenta un’opportunità unica di rispondere e risolvere i principali “mal di pancia” degli imprenditori nelle relazioni con il sistema finanziario: trasparenza, velocità e semplicità.  Grazie all’open banking, alla PSD2, ai nuovi approcci di AI e Machine learning si sono create le condizioni di un  momento unico per creare nuovi prodotti e servizi, digitali e a distanza. La missione di AideXa è questa: facilitare la vita dell’imprenditore costruendo insieme esperienze finanziarie semplici, veloci e sorprendenti. Vogliamo accompagnare gli imprenditori nello sviluppo dei loro progetti e della loro azienda, facendo leva sulle nuove tecnologie.

FT: Banca Idea è nata durante il periodo del lockdown, un segnale positivo per l’imprenditoria italiana, come è nata l’iniziativa?

FS: Il progetto Banca Idea nasce da lontano, nel 2019, dalle idee di un gruppo di imprenditori – a partire da Roberto Nicastro e dal sottoscritto – provenienti sia dal mondo bancario che dal mondo Fintech. Vi svelo un piccolo segreto: un comune amico ed ex collega, che oggi è anche nostro investitore, sapeva che sia io che Roberto volevamo creare una fintech dedicata agli imprenditori e ci ha rimesso in contatto dopo alcuni anni: siamo letteralmente partiti da un caffè e alcune idee su foglio di carta. 

Nel tempo, abbiamo consolidato le nostre idee e portato in squadra altri promotori di grande talento e competenze, che condividono la nostra visione imprenditoriale. A marzo, in pieno Covid, abbiamo avuto l’opportunità di chiudere un round di finanziamento con investitori sinergici di grande profilo, Venture Capitalist come 360 Capital Partners e numerosi angels con competenze distintive in ogni ambito. Nonostante il Covid, lavorando da remoto con resilienza, non abbiamo esitato a lasciare i nostri lavori e creare AideXa, spinti dalla convinzione di poter supportare gli imprenditori in modo diverso, proprio in un momento critico per il Paese.

FT: Ti faccio un’ultima domanda con la speranza che possa essere di aiuto alla community di FT, ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation?

FS: Assolutamente si, soprattutto se il talento ha voglia di affermarsi e di far accadere le cose. Negli ultimi mesi abbiamo attratto tra gli AideXer diversi talenti giovanissimi, provenienti direttamente dal mondo universitario: il valore che stanno contribuendo è sorprendente. Da un lato, le opportunità che hanno di crescere in un’organizzazione “flat” come la nostra, dove c’è tantissimo da fare e la responsabilità è “di chi se la prende” sono infinite. Dall’altro, possono essere giornalmente affiancati da competenze ed esperienza, sia nel mondo tecnologico che nel mondo bancario, che le supportano al momento del bisogno nella crescita, che avviene in modo accelerato. Ancora più importante: siamo persone prima di azienda, che hanno condiviso valori forti come l’imprenditorialità, l’innovazione, la velocità, la passione e l’entusiasmo. In questo ambiente, il talento può crescere, svilupparsi e “shape the future” immediatamente, anche del paese.

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IL FUTURO DEL PROPTECH SECONDO NICCOLÒ PRAVETTONI

FT: Partiamo dal tuo percorso, da Google al fintech, spiegaci come ci sei arrivato.

Dall’inizio del mio percorso professionale, ho sempre lavorato nel mondo digital dove ho avuto la fortuna di lavorare per alcune delle società più importanti del settore. Inizialmente per Airbnb e successivamente in Google, dove mi sono occupato di coordinare alcuni progetti ad alto contenuto innovativo.

In parallelo a queste esperienze, ho sempre coltivato una forte passione per il mercato immobiliare, derivante dalla mia storia familiare. 

Lavorando in Google, ho avuto l’opportunità di conoscere da vicino alcune tra le startup più promettenti del panorama Proptech Europeo, è così che sono entrato in contatto con Crowdestate ed è iniziato il mio percorso nel mondo Fintech.

FT: Data la tua esperienza nel Proptech secondo te come può convivere la tradizione del settore immobiliare con l’innovazione del fintech? 

Il mercato immobiliare, nonostante le proprie dimensioni e la grandezza anche in termini economici del settore, rimane molto spesso ancorato a dinamiche molto tradizionali. 

Credo ci sia ancora tantissimo margine per innovare il settore, da diversi punti di vista . Il più delle volte si tratta di innovazioni incrementali e di processo, che possono però aprire grandi opportunità per nuovi player. 

FT: Quali saranno le nuove tendenze del proptech? 

Il mondo del real estate è molto ampio e le innovazioni si presentano su tantissimi fronti. Ad oggi una delle tendenze maggiormente in crescita riguardo le modalità di acquisto di una proprietà immobiliare. Se dovessi scommettere su qualcosa, credo che il fenomeno del “group buying” possa essere molto interessante.

FT: Ci può spiegare più dettagliatamente cosa si intende per group buying? 

Si tratta di dare la possibilità a dei privati di acquistare un intero stabile, formato da più appartamenti e che solitamente necessita di una ristrutturazione. Ognuno dei partecipanti diventerà proprietario dell’appartamento scelto, sostenendo in parte i lavori di ristrutturazione.

Il processo di acquisto avviene in maniera molto fluida, poichè coordinato da una piattaforma di crowdfunding che certifica inoltre la bontà dell’investimento e coordina le attività di raccolta fondi e di compravendita delle unità immobiliari.

Se ci pensiamo bene, non è un concetto nuovo rispetto al semplice acquisto di una casa da ristrutturare. La grande novità risiede nel fatto che grazie alle piattaforme di crowdfunding si possono unire molte persone creando una massa critica importante.   

In questo modo, gli acquirenti hanno un risparmio sostanziale sul valore d’acquisto, effettuando direttamente l’investimento senza la necessità passaggi intermedi o grosse commissioni di vendita.

FT: Ti faccio un’ultima domanda con la speranza che possa essere di aiuto alla community di FT, ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation? 

Sono convinto che entrambe possano essere delle esperienze molto formative. La grande azienda insegna ad avere un metodo di lavoro strutturato e a seguire dei processi ben definiti. Dall’altra parte, lavorare in una startup fintech, è molto diverso. Gli obiettivi possono cambiare anche a distanza di giorni ed è necessario riuscire ad adattarsi velocemente al cambiamento. Ci sono però grandi opportunità di crescita e di fare la differenza sin da subito. Per un giovane che si affaccia al mondo del lavoro credo possa essere un’opportunità molto stimolante!  

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INTERVISTA A MAURO MASSIRONI, HEAD OF SALES AT AZIMUT WEALTH MANAGEMENT

FT: Partiamo da te, ci potresti raccontare il tuo percorso professionale? 

Ho iniziato a lavorare come trader in ABN AMRO (poi AAA Bank), sebbene fossi sempre nell’abito finanziario, svolgevo di fatto un lavoro completamente diverso da quello che faccio ora.

All’epoca pensavo che l’essenza della finanza fosse dentro quei ticker che si muovevano su e giù sullo schermo del mio Bloomberg; mi sbagliavo di grosso.
Come scrive Paolo Basilico nel suo libro “Uomini e Soldi”: la finanza, nell’essenza, è una materia intimamente umana.
Ho capito solo in un secondo momento che il mio vero amore erano “le persone” e la finanza rappresentava il modo in cui potevo occuparmi di loro.

Attraverso la possibilità di affiancarli nella pianificazione e nella gestione dei loro investimenti (e dunque, in ultima analisi, della loro vita) oggi ho questa possibilità. 
Dopo un paio d’anni come responsabile ufficio studi di una banca con una piccola rete di consulenti finanziari, sono dunque arrivato nel 2008 in Azimut dove, dal 2013 lavoro nella Divisione Wealth Management, come Head of Sales. 

FT: Considerando la tua esperienza lavorativa, come pensi che la tecnologia possa aiutare nel processo vendita? 

La tecnologia è un abilitatore straordinario e può aiutare tantissimo in ogni fase del processo.

Nel 2017, CapGemini, ha pubblicato nel suo “World Wealth Report” un’analisi sull’hybrid advice, in cui descriveva il suo “Hybrid Advice Framework”.
Un processo di 5 step (profile/develop/execute/manage/report) in cui, per ciascuna fase, indicava quanto la tecnologia avrebbe potuto supportare/sostituire l’uomo.

Riprendendo, idealmente, quel processo, mi sento di dire che nella fase di “pre-sales” la tecnologia può indubbiamente aiutare a gestire meglio il funnel di vendita (ad esempio con tool di CRM e i tanti modi per fare lead generation). Si tratta, a mio giudizio, di qualcosa che consente di gestire e sfruttare al meglio il database dei contatti di ciascun consulente; database che -tuttavia- al momento continua a nascere e svilupparsi per lo più dall’interazione fisica e dalle referenze tra le persone ed i consulenti.

Nella fase successiva di on-boarding della clientela la tecnologia è indubbiamente uno strumento utile per assicurarsi un censimento corretto fin dal principio (non ci sono campi mancanti o errori di compilazione…) oltre che un supporto concreto al risparmio di carta (anche in ottica ESG) per la stampa di documentazione di onboarding che -periodicamente- viene poi mandata al macero.

Lo step successivo è quello dell’assestment e dell’analisi degli obiettivi: è lo step in cui  vedo ancora una componente assolutamente determinante della persona.
Se è vero che i tool ci possono aiutare a profilare meglio i clienti e possono suggerirci bisogni latenti in funzione dei profili (big data, smart data) è anche vero che è proprio in questa fase che l’empatia umana può fare la differenza rispetto ad un freddo questionario online.
Questa fase resta (e credo resterà per un po’) ad esclusivo appannaggio dell’interazione umana, quantomeno per i profili di alta complessità.

Durante la fase di proposta del portafoglio la tecnologia diventa invece fondamentale. 

Solo grazie alla potenza di calcolo dei computer oggi possiamo valutare un’offerta di prodotti di investimento così ampia come quella che offriamo ai nostri clienti e solo grazie ai computer siamo in grado di adempiere con serenità anche a tutti gli adempimenti normativi necessari per lo svolgimento della professione.
Nel monitoraggio successivo all’implementazione del portafoglio finanziario, la tecnologia può sicuramente aiutarci, grazie ad alert automatici (superamento di determinati limiti di volatilità o drawdown) e consentendoci di proporre ribilanciamenti o riallocazioni periodiche.
Anche in questo caso però, se la componente di “input” è sicuramente guidata dalla tecnologia, la mia sensazione è che sia comunque necessaria la presenza “umana” per trasferire l’output al cliente (argomentandolo e coinvolgendolo).
Stessa cosa per la fase di reporting. Indubbiamente i clienti oggi vogliono e devono poter controllare in autonomia la propria posizione patrimoniale, ma un corretto monitoraggio richiede la capacità di interpretare quei numeri, non solo di andare a consultarli.
Per cui anche in questo caso il contributo del consulente lo vedo importante. 

Insomma, che sia a supporto delle fasi di “marketing” o della fase di “costruzione del portafoglio” oggi non sarebbe davvero possibile fare a meno della tecnologia ma, allo stesso modo, credo siamo ancora lontani dal rischio di poter fare a meno delle persone.  Per fortuna, aggiungo.

FT: Abbiamo visto che nel periodo del lockdown hai fatto partire un “side project” Onebookonepage, ci puoi raccontare come ti è venuta in mente l’idea? 

Si tratta di un mio progetto personale che nasce dalla mia pratica sistematica di evidenziare e appuntare i concetti chiave delle mie letture in materia economico-finanziaria, di management & leadership, marketing, vendite, produttività, psicologia e comunicazione… il tutto per una più rapida consultazione all’occorrenza. 

Da anni ho infatti sviluppato un personale modo di “annotare” i libri che leggo e una volta terminata la lettura mi impongo di realizzare queste schede (che nascono con un banale foglio A4 scritto a penna!).
Durante il lockdown, forse anche per la criticità della situazione in cui eravamo tutti costretti, sentivo la voglia di “donare” qualcosa agli altri. Ho quindi pensato di condividere questo archivio con i miei contatti e con chiunque avesse piacere di goderne per questo l’ho messo a disposizione sul mio profilo linkedin.

Lungi da me scoraggiare la lettura integrale dei libri in questione o sostituirmi alle autorevoli penne che li hanno scritti: si tratta piuttosto della volontà di condividere, in puro spirito “giver”, degli spunti che ho trovato interessanti per me con l’augurio che possano esserlo per altri.

Oggi il progetto ha raggiunto il decimo episodio, con alcune centinaia di migliaia di visualizzazioni e parecchie attestazioni di interesse da consulenti e wealth manager di ogni parte d’Italia.

FT: La particolarità del tuo progetto sta soprattutto nell’affrontare le tematiche dei libri che leggi declinate al mondo finanziario, ci domandiamo quindi come sta influenzando il tuo lavoro? Ti ha aiutato a rimanere vicino alla rete? 

All’inizio proponevo solo la scheda del libro.
Poi qualcuno mi ha suggerito di aggiungere il mio punto di vista, chiedendomi di condividere come pensavo che questi libri potessero essere utili ai consulenti finanziari. 

Ho quindi aggiunto un’ulteriore pagina in cui -il più delle volte- condivido degli spunti raccolti dalle best practice dei colleghi con cui ho la fortuna di lavorare ogni giorno in Azimut.

È dunque diventato un ulteriore esercizio per me, che mi obbliga a mettere a fuoco degli spunti pratici per l’attività dei colleghi, ma mi sta anche aiutando a “catalogare” molte di queste best practice.

In merito alla vicinanza alla rete: OneBookOnePage è stata un’ulteriore occasione per confrontarmi con i colleghi: mi chiamano per discuterne, per confrontarsi su qualcosa che potrebbero fare loro stessi in prima persona. 

In fin dei conti era proprio questa la motivazione iniziale con cui avevo lanciato il progetto; la speranza di poter essere di stimolo.

Mi ha fatto poi particolarmente piacere riscontrare che i feedback positivi e le richieste di confronto su questi temi non arrivano solo da colleghi della mia società, ma anche da consulenti che lavorano per altre realtà. È un terreno comune su cui confrontarsi, indipendentemente dalla maglia che si indossa, con il fine di migliorare la nostra professionalità.

FT: Infine vorremmo chiederti cosa consiglieresti a un ragazzo che sogna di entrare nel mondo della consulenza finanziaria, quale skill secondo te dovrebbe sviluppare? 


Ci sono due elementi che, a parità di condizioni, credo possano fare la differenza per il successo professionale nel mondo della consulenza finanziaria:

  • Le soft skills relazionali: sono sempre più convinto che elementi empatici e di relazione siano sempre meno “soft skills” e sempre più una pietra angolare della professione.
    Non sto parlando della capacità di “essere commerciale” o “vendere”, sto parlando della capacità di allinearsi e sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda dei clienti. Gestirne il patrimonio non è solo individuare il prodotto giusto/migliore, ma piuttosto accompagnare i clienti lungo un percorso durante il quale la fiducia e l’empatia sono fondamentali.
    Ricollegandomi a quanto affermato prima ci sono già e ci saranno sempre di più computer in grado di realizzare un portafoglio (almeno in teoria) migliore di quello che potremmo strutturare noi consulenti, ma non c’è nessun computer -ad oggi- in grado di far “aprire” un cliente nel raccontare i propri obiettivi, sogni, paure.. perché ciò succeda serve una cosa che si chiama empatia e le cosiddette “soft skills relazionali” sono il modo per svilupparla ed affinarla.
  • Competenze tecniche specialistiche. Il tempo dei “generalisti” è finito. Se è vero che la maggior parte delle società di consulenza finanziaria oggi offrono team di specialisti in grado di affiancare un consulente su specifiche esigenze, è anche vero che identificare la propria nicchia e diventarne in prima persona degli esperti ci consente di creare il nostro “oceano blu”.
    Accanto quindi alle competenze relazionali e ad un’ottima conoscenza “generale” degli ambiti necessari per svolgere la professione, credo sia fondamentale individuate una nicchia e specializzarsi in essa. Sarà la porta di ingresso verso il successo professionale.
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INTERVISTA A ANTONIO LA MURA, COUNTRY MANAGER ITALY AT FINOM

FT: Da pioniere in questo settore, come è nata la tua passione per il fintech? 

La mia passione per il settore è nata un po’ per caso e un po’ per vocazione. Fin dall’università sono stato appassionato di startup e durante la mia prima esperienza lavorativa nel 2014 ho partecipato all’espansione in Italia di una piattaforma internazionale di equity crowdfunding. Questo mi ha dato la possibilità di avere una visione più ampia di come stava evolvendo il mercato all’estero e delle opportunità che si sarebbero presentate di lì a breve anche in Italia.

In quegli anni il termine “fintech” era ancora poco utilizzato. Apparteneva soltanto agli addetti ai lavori. Ho avuto la fortuna di trovarmi coinvolto in un nuovo movimento, prima europeo e poi italiano, che puntava a rivoluzionare i servizi finanziari tradizionali. Sono convinto che saranno ancora molte le novità che ci stupiranno nei prossimi anni.

FT: Pensi che l’ecosistema fintech negli ultimi anni sia cresciuto abbastanza in Italia rispetto al resto d’Europa? 

Credo che sia cresciuto molto e alcuni segmenti anche più delle aspettative. Basta pensare al successo delle startup nell’ambito dei finanziamenti alle imprese. Tuttavia l’ecosistema nazionale nel suo insieme è ancora distante da altri paesi come Regno Unito o anche in Francia e Germania.

In ogni caso il mercato italiano ha visto una fortissima crescita e l’ingresso in Italia di player internazionali è un elemento positivo perché dimostra la capacità del mercato di accogliere nuove iniziative fintech e, di conseguenza, sono sicuro che questo stimolerà nuove iniziative imprenditoriali italiane.

FT: Raccontaci di FINOM, dei servizi che offrite e a chi vi rivolgete

FINOM è una start-up a vocazione europea, che eroga servizi finanziari online per adesso in Germania e Italia, con quartier generale ad Amsterdam (Olanda). La nostra struttura geografica conferma la volontà di considerare il mercato europeo nel suo insieme, senza concentrarsi nei singoli paesi. È stata fondata nel 2019 e da allora la sua missione è quella di semplificare la vita di imprenditori e professionisti, che sono la spina dorsale dell’economia europea. Offriamo un servizio finanziario B2B e al 100% digitale, che aggrega in un’unica piattaforma la fatturazione elettronica, un conto business e funzionalità a valore aggiunto come la riconciliazione bancaria. Vogliamo diventare dei veri e propri “assistenti personali” per chi fa business, muovendoci verso un servizio completo di business finance management. Una direzione che attrae molti investitori. Nel 2020 abbiamo raccolto 16.8 milioni di euro di investimenti, con partecipazioni importanti come quella di Target Global, un fondo d’investimento internazionale con base a Berlino, che gestisce un portafoglio di asset da oltre 800 milioni di euro

FT: FINOM è una fintech altamente concentrata nella semplificazione dei processi amministrativi aziendali, come si sta sviluppando l’azienda in Italia rispetto alle altre nazioni in cui siete presenti?

L’azienda all’estero offre un conto business per freelance e imprenditori con IBAN locale. In Italia siamo partiti invece offrendo un servizio essenziale ed estremamente semplice di fatturazione elettronica, ma fin da subito abbiamo avuto l’intenzione di supportare i nostri clienti con funzionalità integrate che potessero semplificare la gestione delle sue finanze a 360 gradi. Il nostro servizio vuole essere un vero assistente digitale per l’imprenditore o il professionista che troppo spesso ha difficoltà nel gestire la propria attività amministrativa e a reperire in modo semplice e immediato lo stato di salute della sua attività. Abbiamo quindi già introdotto feature come il tracking delle fatture e i reminder automatici di pagamento ai clienti per sollecitare il saldo; il calcolo di crediti esigibili e debiti da pagare a 7, 14, 30, 60 e 90 giorni dall’emissione o ricezione della fattura; riconciliazione di fatture e transazioni bancarie e l’accesso al commercialista. Nei prossimi mesi saremo invece in grado di offrire anche un conto business associato a carte di pagamento, come già avviene all’estero, in linea con il nostro obiettivo di semplificare al massimo la gestione amministrativo-finanziaria delle attività dei nostri clienti.

FT: Quali credi siano stati gli effetti del covid che hanno maggiormente impattato il settore?

Credo che l’elemento chiave dell’esperienza vissuta negli ultimi mesi sia la dimostrazione dell’efficacia di strumenti di comunicazione a distanza per la stipula di servizi finanziari. I clienti hanno compreso l’effettiva convenienza di acquistare o attivare servizi bancari senza recarsi fisicamente allo sportello. Hanno inoltre acquisito fiducia in queste nuove modalità di attivazione dei servizi, rendendoli una nuova abitudine.

Allo stesso tempo gli operatori sono stati costretti ad adeguarsi a modalità innovative. In molti hanno avuto l’occasione di allinearsi al mercato e di raggiungere un livello di innovazione, che prima apparteneva soltanto alle startup del settore.

Credo che, nel breve termine, ci sarà una fortissima crescita dei processi di digital transformation all’interno dei settori tradizionali. Il gap di servizio fra le incumbent e i nuovi entranti si ridurrà sempre di più.

FT: Ti sentiresti di consigliare un’esperienza in una start-up fintech a un giovane che ha appena completato gli studi o consigli prima un’esperienza in una grande corporation? 

Più che l’azienda, quel che mi sentirei di suggerire è lavorare all’interno di un progetto nuovo e sfidante, e in linea con le proprie ambizioni. Nel mercato ci sono aziende di pochi mesi che sono gestite con processi iper strutturati e realtà con più di 100 anni che hanno invece ancora la stessa agilità e ambizione di una startup. Per questo motivo suggerirei di concentrarsi più sul lavoro che si andrà davvero a fare, sulle persone con le quali si andrà a collaborare, a quanto si può imparare e sull’impatto che questo progetto può avere sulla propria crescita personale.

Che il tuo lavoro sia in una startup o in una corporation, per poter avere successo hai bisogno di coraggio, curiosità e resilienza. Se trovi il progetto giusto e convincente, allora sarà quella la scelta migliore.

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INTERVISTA A JACOPO FRACASSI, RESEARCHER AT OSSERVATORIO BLOCKCHAIN & DISTRIBUTED LEDGER

FT: Partiamo da te, ci potresti raccontare il tuo percorso? 

JF: Ho studiato al Politecnico e tramite un amico poi mi è stato detto che c’erano delle posizioni aperte agli Osservatori Digital Innovation del Politecnico e quindi sono andato per informarmi, anche se non sapevo con esattezza quali Osservatori stessero cercando. Durante i colloqui mi hanno presentato le varie opportunità e tra queste c’era anche il “neonato” Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger, al colloquio ero l’unica persona che già sapeva cosa fosse la tecnologia Blockchain. Sono infatti per natura molto curioso e mi ero informato personalmente su cosa fosse già negli anni precedenti. A inizio 2017 ancora solo poche persone conoscevano queste tecnologie o Bitcoin.

FT: Blockchain e criptovalute, potresti fare chiarezza, spesso le due cose si confondono

JF: Nel 2008 all’interno del suo celebre paper Satoshi Nakamoto combina alcune soluzioni tecnologiche già esistenti e conosciute (crittografia, proof of work, reti peer2peer, sistemi di incentivi) in un’architettura nuova. Il paper definisce un sistema che consente di rappresentare la proprietà di alcuni “oggetti” digitali, chiamati Bitcoin. I bitcoin sono perciò contemporaneamente la prima criptovaluta e la prima applicazione della tecnologia Blockchain. Le criptovalute sono infatti monete digitali decentralizzate che utilizzano tecniche crittografiche e sistemi di allineamento degli incentivi per garantire la sicurezza degli scambi tra gli utenti. A differenza delle valute tradizionali, non esistono enti centrali che intermediano le transazioni e le regole con cui avvengono gli scambi sono scritte in un software open-source pubblicamente verificabile. Mentre la Blockchain è la tecnologia alla loro base e rappresenta un particolare tipo di registro distribuito strutturato sottoforma di una catena di blocchi. Pur essendo nata come semplice meccanismo dietro le criptovalute oggi la Blockchain è utilizzata da sempre più aziende in tutto il mondo e anche molti Governi guardano con interesse a queste tecnologie.

FT: Di cosa vi occupate in Osservatorio Blockchain?

JF: L’Osservatorio ha la mission di generare e condividere la conoscenza sui temi Blockchain e Distributed Ledger e contribuire allo sviluppo del mercato italiano, creando occasioni di incontro e confronto tra i principali attori attivi sul tema. Analizziamo inoltre i principali trend internazionali in questo ambito e cerchiamo di raccogliere dati utili per tutto il settore.

FT: Qual è il tuo punto di vista sul futuro delle criptovalute e sul futuro della blockchain al di fuori del mondo finanziario?

JF: Se nel passato il valore delle tecnologie Blockchain e Distributed Ledger è stato messo in discussione, negli ultimi anni qualcosa sembra essere cambiato. Tutti ora guardano con grande interesse a queste tecnologie: sviluppatori, startup, aziende, big tech, governi, istituzioni e pubbliche amministrazioni. L’utilizzo di tecnologie Blockchain e Distributed Ledger, partito dal settore finanziario, si è ora diffuso in molti altri ambiti. Colossi come Walmart (grande distribuzione), Maersk (logistica) e LVMH (moda e lusso) hanno intrapreso importanti progetti di innovazione basati su queste tecnologie; le big tech si sono attivate: Facebook con Libra; Telegram con TON; Amazon, Microsoft e Alibaba con soluzioni “Blockchain as a Service” per le aziende. Anche le istituzioni pubbliche e i governi hanno iniziato a investire in maniera decisa sulla Blockchain: il Regno Unito sta lavorando a un catasto nazionale basato su Blockchain, gli Stati Uniti e la Russia stanno testando diverse applicazioni dal voto al pagamento delle tasse, la Commissione Europea ha lanciato l’European Blockchain Service Infrastructure (EBSI), per promuovere servizi pubblici basati su queste tecnologie. 

Per quanto riguarda le criptovalute invece è innegabile che ormai abbiano un ruolo rilevante, testimoniato anche dal loro valore sempre in crescita. In alcuni paesi come ad esempio il Venezuela sono diventare rapidamente molto utilizzate e le stablecoin, ovvero le criptovalute stabilizzate rispetto ad altre valute fiat esistenti (e.g. il dollaro) si stanno diffondendo sempre di più in Paesi che subiscono l’inflazione come l’Argentina o alcuni paesi africani, dove anche i merchant le accettano per i loro pagamenti.

FT: Infine, vorremmo chiederti cosa consiglieresti a un giovane che vorrebbe avvicinarsi al mondo della blockchain? Come e dove formarsi, ma soprattutto come entrare in contatto con aziende del settore?  

JF: Per approcciare la tecnologia Blockchain suggerisco assolutamente di iniziare a frequentare il cosiddetto crypto-twitter, ovvero i vari account che trattano tematiche inerenti al mondo Blockchian su Twitter. Può infatti essere sicuramente utile per iniziare ad avvicinarsi a questo mondo, date anche le numerose discussioni che ne scaturiscono. A partire da questo raccomando però di andarsi poi ad approfondire e leggere i principali white paper, incluso quello di Bitcoin, e approfondire anche con alcuni report generalisti, come ad esempio i nostri report pubblici che pubblichiamo ogni anno in corrispondenza del nostro convegno. Anche partecipare ad eventi di questo tipo può essere molto utile. Il prossimo nostro convegno si terrà ad esempio il 22 gennaio 2021 e solitamente queste occasioni sono ottime anche per confrontarsi con alcuni attori internazionali. I vari eventi Blockchain, una volta che potremo tornare a farli in presenza, rappresentano anche un ottimo modo per entrare in contatto con le aziende.

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INTERVISTA A FEDERICA ROCCO, CEO DI CRYPTOVALUES

FT: Ci potresti raccontare il tuo percorso professionale? 

FR: Sono sempre stata affascinata dall’informatica. 

Mio padre, precursore in questo settore, mi ha sin dall’università stimolato ad usare Autocad quando ancora ad Architettura, i professori non ne volevano sapere di disegni realizzati via Cad.

Il mio ingresso nel mondo cripto? È avvenuto per pura curiosità personale. 

Un amico mi stuzzicò con un libricino pubblicato da Tombolini Editori dal titolo “Bitcoin Manifesto”, chiedendomi, a fine lettura, cosa avessi compreso.

Confesso che inizialmente lo guardai perplessa pensando, cosa mai poteva esserci scritto li che non avrei potuto capire? 

A fine lettura capii il perché della sua domanda. 

Ne intuivo il potenziale ma non sapevo come esprimerglielo perché non conoscevo affatto la materia.

Comprendendo che me ne sarei appassionata, il mio amico mi suggerì libri da studiare, articoli su Medium di approfondimento, mi mostrò come si operava e da lì cominciò tutto.  

Mi iscrissi a Twitter, partecipai a non so più quanti gruppi su Telegram, scoprii le ICO e, di li a poco, avevo un account in tutte le Exchange esistenti e presenziavo ad ogni evento.

Incontrai così Andrea Medri (CFO @The Rock Trading) ad una conferenza a Montecitorio nel 2017. Mi parlò dell’intenzione di creare un Consorzio che seguisse il tema della blockchain e della regolamentazione in Italia, per fa si che questa tecnologia si sviluppasse a favore del nostro sistema paese e non sfavorendoci come spesso accade. 

Dopo un anno di lavoro, nell’estate 2018, è nata Cryptovalues ed oggi, 30 settembre con orgoglio possiamo dire di aver raggiunto un altro importante traguardo con la Digital Rock Holding, della quale facciamo parte, che ha concluso il suo primo equity crowdfunding  con un ampio consenso e con un giorno in anticipo sui tempi!

FT: Blockchain e criptovalute, potresti fare chiarezza, spesso le due cose si confondono.  

FR: La blockchain è una nuova tecnologia che nasce nel 2008 dall’unione di precedenti tecnologie esistenti. 

È una tecnologia basata sulla forza della chiarezza, della fiducia e della trasparenza delle operazioni attraverso la decentralizzazione.

È destinata ad essere integrata in molti settori : bancario, assicurativo, finanziario, legale e molti altri ancora, quindi, rappresenta una grande opportunitá e, Cryptovalues, si pone come attore principale nel supporto dello sviluppo di questi nuovi processi.

È rivoluzionaria, perché assicura la fiducia tra le controparti in un sistema decentralizzato senza avere bisogno di un’autorità centrale che verifichi e autentichi le scritture sul registro (ledger), cambiando così il paradigma della fiducia!

La confusione fra blockchain e criptovalute, che per lo più viene associato al bitcoin è data dalle definizioni. Provo a spiegarmi meglio.

Con questa tecnologia nasce Bitcoin, la blockchain di bitcoin

Mai come in questo caso sono importanti le maiuscole.

Bitcoin: protocollo, software, community.

bitcoin: è un sistema elettronico decentralizzato di pagamento che non dipende da un’autorità centrale per il rilascio della moneta o per la validazione delle transazioni ed è una criptovaluta.

Possiamo dire che i bitcoin sono trasferiti utilizzando Bitcoin.

Le criptovalute sono ormai più di 3530, bitcoin è la più famosa, non solo perché è stata la prima ad essere stata creata, ma per le caratteristiche della sua blockchain e per la sua resilienza.

In 10 anni di vita ha creato un mercato e, conseguentemente sono nate anche altre criptovalute denominate altcoin (alternative coin).

FT: Di cosa vi occupate in CryptoValues.eu?

FR: Il Consorzio è prima di tutto impegnato a promuovere la diffusione della cultura legata alla blockchain e criptovalute. 

Il nostro lavoro consiste nel costante dialogo con le istituzioni, l’accademia e il mondo delle imprese, per contribuire alla definizione di una normativa che consenta una regolamentazione del settore e permetta lo sviluppo dell’Italia nel mercato globale della blockchain.

I rapporti istituzionali sono necessari perché essendo una tecnologia nuova, ci siamo resi conto che è estremamente importante collaborare con le autorità legislative, i regolatori e quelle parti istituzionali coinvolte per confrontarci liberamente in quelle che sono le criticità e, al tempo stesso, anche le opportunità. 

È altresì importante essere presenti in Europa, per questo il consorzio partecipa attivamente alle iniziative che nascono a Bruxelles.

La formazione è un altro aspetto altrettanto importante.

Abbiamo visto recentemente, soprattutto da novembre 2017 a gennaio di questo anno che si sono avvicinate tantissime persone, sia professionisti ma soprattutto gente comune, senza la minima cognizione di quanto stava accadendo e di quanto possa essere propositiva, ma insidiosa e complessa, questa tecnologia.

Il nostro obiettivo è quello di lavorare sia insieme al mondo finanziario che con la gente comune con il fine di far comprendere, ad entrambi, che possono avvicinarsi a questa realtà guidati e affiancati da professionisti del settore. 

La nostra attenzione alla regolamentazione, alle normative AML è sempre altissima e l’attenzione è volta a non perdere una chance che porterà e, in verità già porta, sviluppo, lavoro e opportunità.

È interesse di tutti trovare dei punti in comune e di contatto che ci permettano di poter sviluppare le nostre relative industrie, assieme, creando nuove sinergie, collaborando e sviluppando nuove forme di lavoro.

Infine sono importantissime le relazioni con il mondo accademico perché qui nasce la futura classe dirigente, ed è importante che il mondo accademico possa trasmettere questa realtà.

Il Consorzio vuole diventare parte propositiva per lo sviluppo della ricerca e dare il proprio supporto per la ricerca di progetti interessanti.

FT: Qual è il tuo punto di vista sul futuro delle criptovalute?

FR: Stanno entrando a far parte della nostra vita.

Personalmente credo che si debba cercare di fare uno sforzo di approfondimento per conoscerle, comprenderle e valutarle il loro potenziale, a mio avviso, altissimo.

FT: Infine vorremmo chiederti cosa consiglieresti a un giovane che vorrebbe avvicinarsi al mondo delle criptovalute? Come e dove formarsi e entrare in contatto con aziende del settore?  

FR: Cryptovalues ha da poco, inizio settembre, aperto a giovani studenti (junior professional) interessati ad approfondire e partecipare attivamente alle attività del consorzio.

In questo modo possono cominciare a relazionarsi con leader del settore, che già ne fanno parte, con un contributo personale. 

Per ulteriori informazioni troverete maggiori informazioni qui.