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INTERVISTIAMO CARLO GUALANDRI, FOUNDER E CEO DI SOLDO

Carlo Gualandri è il fondatore di Soldo, una startup inglese nel settore FinTech attiva nel mercato finanziario europeo nello spend management. In precedenza, Carlo ha partecipato allo sviluppo di aziende nel settore del mobile e del social gaming presso Intent Ventures ed è stato il fondatore di Gioco Digitale, società diventata leader nel mercato del gioco regolato in Italia. In Lottomatica (ora IGT) è stato responsabile dello sviluppo delle nuove piattaforme, definendo le strategie di crescita del business online e lanciando a livello nazionale le lotterie istantanee telematiche. Come fondatore di Matrix ha contribuito alla nascita del mercato internet in Italia creando il primo portale italiano, Virgilio, e la concessionaria di pubblicità Active Advertising. Ha guidato le attività della divisione Internet Service Provider consumer e small business in Telecom Italia e partecipato al lancio di Fineco, la banca online leader in Italia.

FT: Da pioniere di internet a fondatore di una fintech italiana tra Londra e Dublino, com’è stato il passaggio da un settore all’altro?

Soldo, combina molte esperienze che ho fatto nella mia carriera. Da quella di Fineco, una delle prime neo-banche ante litteram dove sviluppammo la tecnologia di una banca online quando esistevano solo le filiali a quella delle Pagine Gialle e di molte aziende di Matrix e Telecom Italia dove vendevamo servizi alle PMI fino al business regolato di Gioco Digitale dove aldilà della destinazione d’uso per il gioco la gestione del denaro dei clienti era molto simile alla modalità con cui lavora una fintech.

Quindi più che un passaggio questa è l’integrazione di esperienze fatte negli ultimi venti anni.

FT: Cosa serve all’Italia per attirare la prossima Soldo? O cosa gli manca per non farsela scappare?

CG: Oggi è necessario avere una dimensione come minimo Europea o addirittura globale per poter competere e per poter aspirare a questo è necessario avere una cultura ed un contesto più internazionale, cosa difficile da trovare in Italia. A Londra o a Berlino per esempio arriva e vive gente da tutta Europa e da tutto il mondo, portando esperienze di ogni tipo e creando uno scambio ed un confronto continuo di talenti. Questo si traduce in una ricchezza umana molto importante per la crescita delle aziende.

Se non c’è la capacità di pensare in termini di ambizione globale allora il rischio è di avere obiettivi “piccoli” e di accontentarsi magari del mercato locale. E questo si riflette sulla capacità di attrarre capitali. Creare startup è una cosa estremamente rischiosa e la maggior parte di esse normalmente non raggiunge il successo per cui i finanziamenti si concentrano su quelle che in caso di successo possono creare il valore maggiore. E in questo una azienda piccola, culturalmente non diversa, che ha difficoltà ad attrarre talenti perché questi stanno altrove e concentrata su un mercato solo, quello locale, ha grandi difficoltà.

È il concetto di ecosistema ed è il motivo per cui gli Stati Uniti sono così forti. Semplicemente in quel contesto creare una azienda e farla crescere è più facile e la ricompensa maggiore.

Ed è anche il motivo per cui è così difficile cambiare le cose; bisognerebbe poter intervenire su tanti aspetti. Sulla cultura, sulla scuola, sulla conoscenza della lingua, sulla burocrazia, sul costo del lavoro, sulla credibilità del paese, sulla disponibilità di fondi etc. etc.

Per esempio, la Francia ha cominciato a crescere molto in questi ultimi anni ma è la conseguenza di una strategia molto determinata del governo e dell’industria, di investimenti enormi e di un sacco di lavoro per molto tempo.

Per poter cambiare le cose in Italia bisognerebbe avere le idee chiare ed essere in grado di perseguire un obiettivo difficile per lungo tempo.

FT: Parlando invece di welfare aziendale, come sono cambiati i bisogni dei lavoratori dopo il Covid-19?

CG: Non saprei dire se ci siano stati dei cambiamenti strutturali permanenti. Oggi siamo ancora in una fase di transizione e bisognerà aspettare di vedere come si assesteranno le cose nel lungo termine e una volta finita l’emergenza.

Ovviamente i nostri comportamenti rifletteranno una diffidenza verso la vicinanza con altre persone e questo impatterà su molte abitudini negli uffici. Allo stesso modo probabilmente una certa quota di lavoro a distanza diventerà parte della normalità e della routine.

Dobbiamo pensare però che una volta che il Covid-19 diventerà l’eccezione in una popolazione generalmente sana per via di vaccini o di immunità diffusa ci sarà una tendenza a ritornare alle nostre usuali abitudini.

FT: Come sta andando la collaborazione con i Comuni per i buoni spesa? Avete lanciato questa iniziativa solo in Italia o ci sono altre nazioni con politiche sociali simili a cui avete offerto la vostra tecnologia gratuitamente?

CG: La collaborazione con i Comuni è andata e sta ancora andando molto bene, per esempio Milano ha recentemente esteso il progetto aggiungendo diverse altre migliaia di famiglie.

Credo che sia un ottimo esempio di come con un approccio agile e lavorando sodo si possano creare in poco tempo soluzioni innovative e riuscire ad applicarle facendo la differenza. Questo è il classico ruolo che deve giocare una realtà come la nostra.

Ci sono diverse discussioni aperte in altri paesi ma in molti casi le opportunità si sono sviluppate in modo diverso; in Inghilterra per esempio il settore delle charities e non for profit organisations ha utilizzato molto di più i nostri strumenti in modo simile all’Italia mentre il governo si è focalizzato su aspetti più strutturali come la cassa integrazione.

FT: Consiglieresti a un ragazzo di entrare nel mondo fintech o prima lavorare nel settore della finanza classica?

CG: Dipende totalmente dalla qualità dell’opportunità e dell’esperienza che può fare. Un ragazzo dovrebbe sempre ragionare su come investire per imparare di più e aumentare il proprio valore, soprattutto quando è giovane e non ha ancora vincoli. 

Le possibilità migliori potrebbero venire sia dal mondo fintech che dal mondo della finanza classica ma la valutazione deve essere fatta in modo molto oggettivo.





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IL FUTURO DEGLI EVENTI

Non tutti conoscono a fondo il mondo degli Eventi e del Live Entertainment. In realtà questa industry muove, in Italia, un pil di 36,2 miliardi di Euro e dà lavoro a oltre 570 mila persone. 

Il settore dello spettacolo ha dovuto assorbire autonomamente gli effetti della crisi che subisce per via del sostanziale blocco delle attività e dovrà continuare a farlo. 

Da qui sorge la necessità di adoperarsi e rimboccarsi le maniche perché la minaccia di una chiusura di massa delle attività di questo settore non si concretizzi. Ci si deve quindi ingegnare e trovare delle alternative. Se il nostro prodotto non va bene per l’attuale situazione bisogna diversificare. 

Anche in natura, il cambiamento è la base della sopravvivenza ed è per questo che qui di seguito faremo un piccolo viaggio alla scoperta di come gli eventi stanno cambiando per adattarsi ad un mondo molto diverso rispetto a solo qualche mese fa. 

Gli eventi aziendali

Tutti noi stiamo facendo molte più riunioni online di quanto vorremmo e così crescono le società che si occupano di videoconference (i download di queste app sono aumentate del 90% dal periodo pre-covid) e crescono i servizi offerti dalle aziende di forniture per gli eventi come gli studi e location di vario tipo, virtuali, immersivi e tecnologici.

Pur di non perdere i benefici che gli eventi apportano e per proteggere gli investimenti in parte già fatti, tantissime aziende stanno virando sul virtuale. Il Wired Next Fest, uno dei festival sull’innovazione di maggior successo,  ha già annunciato la traslazione dell’edizione 2020 da analogica a virtuale e, come Wired, tantissime altre realtà stanno seguendo la stessa rotta. Gioco o forza, chi prima e chi dopo, tutti faranno questo passaggio. Ma le tempistiche diventeranno cruciali.

Il live entertainment

Tutt’altra storia vale per gli eventi di intrattenimento di massa come ad esempio i concerti. Ancora per diverso tempo (non c’è ancora una previsione realistica) non sarà infatti possibile aggregarsi in migliaia davanti ad un palco. E anche qui si sta assistendo ad una fase di incertezza che però, come sempre, fa venire fuori le idee rivoluzionarie. 

In Italia è stata fatta una proposta alla quale hanno già aderito oltre 20 città. Si chiama Live Drive In, e sarà un festival che sarà fruibile in modalità drive in, ovvero ognuno con la propria auto. Naturalmente c’è chi dice che non è la stessa cosa, ma è anche vero che le persone hanno voglia di distrazioni e il mercato degli eventi……anche! Così si incontrano domanda e offerta e la cooperazione di agenzie, società di management, allestitori, service AVL, che mettono insieme le loro forze per la sopravvivenza di tutti. 

Un altro che si è dimostrato precursore è Travis Scott che ha fatto il suo show di lancio del nuovo album su Fortnite. Vi assicuro che è uno show ad effetto, anche se non siete amanti del rap americano:

È evidente come l’altra parola chiave diventa “sinergia”. Sinergia tra entità, apparentemente estranee le une alle altre, che per affrontare una crisi si mettono insieme e creano qualcosa di totalmente nuovo, battendo la strada di un futuro che ci sembra ogni istante più vicino. 

Rimane una questione importante, quella dell’interazione umana

Gli eventi sono un medium importantissimo per il marketing, consentono di vivere l’esperienza del brand e questo tipo di esperienze sono trasformabili in centinaia di modi diversi.

Quello che non è trasformabile è l’interazione tra persone che stanno vivendo la stessa esperienza. 

La nuova sfida per il futuro sarà quella di riuscire a preservare l’interazione umana, la condivisione di esperienze, i sorrisi scambiati, il drink offerto. E saranno modi che, sono sicuro, adesso crederemmo impossibili.